Astrologie Individuelle
(Pratique)

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PANORAMA DELL’INTROVERSIONE

traduzione dal francese di

Enzo Barillà

 


 

Omaggio a Carl Gustav Jung

 

In tarda età, sono ritornato a occuparmi di un argomento che, in fondo, non ho mai abbandonato. Desidero parlare della tipologia e della sua quaternità, e le ragioni di questo ritorno non mancano di certo.

 

Viviamo in tempi in cui ci si fa attorno il deserto e, nell’attesa di una rimonta come quella delle configurazioni del 2025, è buona cosa ricordare l’epoca in cui alcune autorità in campo universitario e medico stanno lavorando in parallelo nel comune concerto di investigazioni psicologiche. Ciò era accaduto già un secolo fa con l’interesse manifestato alla tipologia dei temperamenti: Ippocrate e Galeno rinascevano dalle ceneri con Wundt, Paulhan, Fouillée, Malapert, Pavlov, Pende e altri ancora. Poi è venuta la caratterologia, del tutto dimenticata, di Le Senne, con Gaston Berger che ha decisamente incorporato i tipi Venere e Marte. In aggiunta, scaturita dalla psicoanalisi, la partecipazione di Jung. E, a seguito della ricerca del professor Guy Michaud, non è passato molto tempo da quando un’autorità in campo psicologico come Hans Eysenck ha pubblicamente rilanciato il dibattito.

 

Poi, come un soufflé sgonfio, s’è dileguata la ricerca di un valore tipologico per il cui tramite si esprime l’archetipo. La miglior riprova è che delle seicento pagine di Recent advances in natal astrology di Geoffrey Dean e Arthur Mather vi sono state dedicate solo sei misere pagine, oltre al fatto che in esse non c’è niente di meritevole. Se tali autori si sono rivelati così penosi, bisogna accusare l’ambiente astrologico il quale ha ignorato che l’elaborazione degli elementi è in primo luogo qualcosa che riguarda i pianeti, e non il sostituto di una cattiva trattazione dello zodiaco: quando gli astrologi si decideranno a guarire dalla malattia infantile dell’astrologia, che consiste nel calcolare una dominante di elemento traendola dalla ripartizione degli astri nelle triplicità? Non crediate quindi che l’argomento su cui ritorno sia superato, anzi!

 

L’avevo fatto nel 1988 pubblicando sul n. 82 de l’astrologue un primo testo, riprodotto sul mio sito internet, con il titolo Typologie jungienne. Passando al n. 88, avevo presentato una serie di studi di temi di introversi e di estroversi tra i più caratteristici, con dati di nascita conosciuti. Lavoro purtroppo incompiuto. Lo completo qui con i temi inediti di pittori e musicisti, ricavando in tal modo un testo che meriti il titolo di Panorama dell’introversione. Desideravo fare lo stesso con gli estroversi. Lascio tale progetto a un successore.

 

L’interesse di questa riedizione testimonia semplicemente il modo in cui ho trattato la questione. Nessuna “lezione magistrale”: non è detto che sia la migliore modalità d’approccio per conseguire il miglior risultato. E tuttavia, anche se il luccichio degli astri interiori lascia a desiderare, la modalità qui utilizzata ci libera dal soliloquio di un’illusione. Non bisogna adombrarsi per tale spiacevole proposito: è meglio essere scossi dalla rivelazione dell’errore, che prima o poi s’incontra, piuttosto che aggrapparvisi, a costo di trovare un interprete migliore di me; questa riedizione in tal modo trova così la sua giustificazione.

 

Il presente lavoro inizia con un testo introduttivo alle correlazioni della tipologia junghiana. Un terreno dove alcuni incorreggibili colleghi continuano a inciampare da decenni. Occorreva quindi disilluderli dal loro errore, è ancora tempo di svuotare il magazzino delle sciocchezze del secolo scorso. La foga della critica, che risale a un passato così lontano, si ripresenta sempre alla mia memoria, ma… che posso farci? D’altronde, non bisogna forse lacerare permanentemente la maschera delle illusioni per raggiungere l’intimo sussurro della natura dentro di noi, nell’amore della nostra arte? In modo da arredare al meglio il castello interiore di Dama Urania…

 

INTROVERSI  ED  ESTROVERSI

 

Il percorso prioritario che ci s’impone è quello di tornare ai tipi esemplari esposti dallo stesso C. G. Jung in Tipi psicologici.

 

In questo campo, ahimè, non ci ha certamente viziati. Per noi i personaggi citati sono insufficienti, oltre al fatto che ci mancano i dati dei più antichi fra di essi: Platone e Tertulliano per gli introversi, Aristotele e Origene per gli estroversi. Si è ridotti a recensire solo otto casi di introversi e otto casi di estroversi.

 

INTROVERSI

 

Ulrich Zwingli: San Gallo, Svizzera, 1° gennaio 1484.

Immanuel Kant: Königsberg (Prussia), 22 aprile 1724 alle 3:00 (certificato di battesimo).

Friedrich Schiller: Marbach am Neckar, Württemberg, 10 novembre 1759 alle 24:00 (ricordo della sorella).

Arthur Schopenhauer: Danzica, 22 febbraio 1788, dalle 12:00 alle 14:00 (ricordo del padre).

Michael Faraday: Londra, 22 settembre 1791.

Julius Robert von Mayer: Heilbronn, Germania, 25 novembre 1814.

Friedrich Nietzsche: Röcken, Germania, 15 ottobre 1844 alle 9:30 (stato civile).

Alfred Adler: Vienna, 7 febbraio 1870 alle 14:00 (stato civile)

 

 

ESTROVERSI

 

Martin Lutero: Eisleben/Turingia, 10 novembre 1483 alle 23:00 (ricordo della madre).

Johann Wolfgang Goethe: Francoforte sul Meno, 28 agosto 1749 a mezzogiorno (secondo lui stesso).

Georges Cuvier: Montbéliard, 23 agosto 1769 alle 4:00 (stato civile).

Humphry Davy: Penzance, Regno Unito, 17 dicembre 1778.

Justus von Liebig: Darmstadt, 12 maggio 1803 alle 8:00.

Charles Darwin: Shrewsbury, 12 febbraio 1809, al levar del sole (secondo W. Knappich).

Karl Marx: Trier, 5 maggio 1818 alle 2:00 (stato civile)

Sigmund Freud: Freiberg, Moravia, 6 maggio 1856 alle 18:30 (Bibbia del padre)

 

Di questi sedici esempi, mancano quattro dati riferiti all’ora di nascita, oltre all’imprecisione di due ore del dato di Schopenhauer. Un ben modesto campione per ricavarne degli indici e renderli credibili. E tuttavia si può ricollegare una particolare correlazione proposta dal von Klöckler: 5 nascite primaverili ed estive contro 3 autunnali e invernali presso gli estroversi, e 6 in stagioni fredde contro 2 presso gli introversi, e cioè 11 su 5.

 

Null’altro di rimarchevole. E così, con Darwin che rappresenta un caso limite, gli altri 6 estroversi di cui si conosce l’ora presentano tante nascite diurne quanto notturne; e i 5 introversi di cui si conosce l’ora presentano 3 nascite diurne e 2 notturne. Egualmente – con Goethe che a sua volta rappresenta un caso limite – la correlazione di Huber non si distingue: 4 su 6 estroversi hanno il Sole sul versante dell’Ascendente, e 2 introversi su 2 ce l’anno sul versante del Discendente (con Schiller che viene eliminato). Per quanto riguarda la ripartizione dei pianeti nei segni alterni maschili e femminili, si trovano negli introversi 35 posizioni in segni maschili contro 52 in segni femminili e 42 su 42 ex aequo dalla parte degli introversi. Se consideriamo unicamente gli Ascendenti e i luminari, i risultati sono altrettanto nulli: 9 maschili e 14 femminili negli estroversi, controbilanciati da 13 femminili e 7 maschili negli introversi. Infine, un numero di casi così piccolo non si presta a un giudizio di angolarità planetaria.

 

È giocoforza convenire che la verifica effettuata sui soli elementi forniti da Jung ci sta un po’ stretta. Occorre munirsi di tutta un’altra sfera di osservazioni, rivolgendosi ai più estroversi degli estroversi nonché ai più introversi degli introversi; e anche nel raffronto dei contrasti, poiché Jung ha avuto cura di fondare le sue categorie su coppie dialettiche, come Platone e Aristotele, Lutero e Zwingli, Goethe e Schiller. Ma non si potrebbe dire, ad esempio, che Goethe, in sé e per sé, abbia esemplari valori di estroversione. Siamo e dobbiamo essere oscuri per noi stessi, rivolti all’esterno mentre lavoriamo nel mondo che ci circonda esclama l’Olimpico di Weimar, statista il cui genio abbraccia la cultura nel suo insieme. Ma, tramite la voce di Faust, confessa: Due anime, ahimè, albergano nel mio petto… Un duo magistralmente simbolizzato dall’opposizione Sole-Vergine al MC con la Luna-Pesci al FC. Il mondo di Goethe è, tra l’altro, quello di una dualità tra il principe, lo statista, lo scienziato estroverso, il classico autore dell’Ifigenia in Taurine, e il poeta introverso, il romantico Werther, l’esoterico.

 

È nostro compito stabilire una lista di personaggi in cui risalti più fortemente l’insieme dei tratti specifici attribuiti a ciascuno di questi due tipi.

 

Non sembra il caso di definire l’estroversione e l’introversione, tanto l’orientamento psicologico di ciascuno appare in modo ovvio – una semplicità che ne costituisce il valore – con il primo che è rivolto fuori, all’esterno, e il secondo dentro, verso l’interno. Da ciò a pensare che sia facile classificare gli individui in un campo o nell’altro: adesione all’ambiente o ripiegamento su di sé. E tuttavia sebbene in molti casi ciò costituisca un notevole inizio per farsi un’idea iniziale del personaggio che ci si trova di fronte, già delineato nelle sue linee generali, accade peraltro che tale classificazione non sia parlante. Ogni tipologia ha questa specie di debolezza, perché la nota percepita di orientamento generale non è netta o non segue la scala dei valori, oltre al fatto che si è sempre più o meno l’introverso di un estroverso, come pure l’estroverso di un introverso.

 

Mi sono spesso detto che, se fossi stato veramente estroverso, conforme alla mia segnatura Asc. Acquario/Urano-Pesci, avrei preso gusto alla realtà fisica del fenomeno celeste, fino al punto di dedicarmi all’astronomia o all’astrofisica, nei cui confronti ho solo un interesse secondario. Ma la mia vera passione è l’astronomia interiore, rappresentata dalla nostra disciplina, oltre al fatto che il mio carattere normale come pure la mia vita sono di un introverso. E tuttavia, per molti lettori che non mi conoscono, sono un astrologo estroverso: dedito all’oggettività, all’efficacia positiva, alla realtà tangibile, distante dallo spiritualismo di un Rudhyar introverso. Ma d’altra parte, per aver fatto fare all’astrologia un ritorno all’essenza per mezzo del passaggio psicoanalitico, non sono forse l’introverso di un Antarès “evenemenziale”? Per l’uno o per l’altro sono quindi estroverso o introverso nella mia sfera d’introversione. Ora, occorre ritenere la colorazione interna, la nota in sé, quella del soggetto. Conviene ancora rammentare che – usciti dal quadro della tipologia e della personalizzazione offerta dall’astrologia la quale in questo ambito tiene per l’una e per l’altra parte – in genere ciascun individuo si vive in modalità estroversa là dove domina Giove per via della sua presenza nel settore (nel lavoro in VI, nelle amicizie in XI…), come si sente introverso nella posizione [di Saturno] (nell’ambito familiare in IV, nella posizione sociale in X), ecc.

 

I N T R O V E R S I

 

Andando incontro ai più introversi degli introversi, viene subito in mente che i casi più rappresentativi possono rinvenirsi, per così dire, soprattutto nelle sfere dell’introversione stessa: la religione, la filosofia e la scienza.

 

R E L I G I O N E

 

È un vero peccato che manchi la documentazione riguardante certi ordini religiosi innamorati dei voti evangelici (povertà, castità, obbedienza), alla ricerca della perfezione cristiana nella vita monastica contemplativa, in convento, fuori dal mondo, abolendo qualsiasi vita di relazione, distaccati dai beni materiali in vista dell’unione con Dio: Eremiti, Carmelitani, Penitenti.

 

Nella misura in cui l’esercizio della pietà è concentrazione, raccoglimento, meditazione, contemplazione, se non distacco e ascetismo, la religione è un invito a realizzare la propria interiorità; la scintilla divina dentro di noi può trovarsi solo nelle proprie profondità.

 

Emblematiche sono le due più celebri carmelitane: Santa Teresa d’Avila, 28 marzo 1515 alle 5:30 (secondo le edizioni critiche delle sue opere a cura di Padre Silverio de Santa Teresa), riformatrice dell’ordine che conduce una vita spirituale tra le più interiorizzate (il suo Castello interiore, trattato mistico, descrive il cammino della grazia nelle sette dimore dell’anima). E Santa Teresa di Lisieux (Alençon, 3 gennaio 1873 alle 23:30, anagrafe): una vita di sofferenza spiritualizzata nella penitenza. Nella prima, Saturno-Sagittario esce dalla culminazione (in IX), e nella seconda domina una congiunzione Sole-Saturno in Capricorno, vicino al FC.

 

Più segnatamente, imbocca la strada dell’esoterismo anche il cammino interiore del lato nascosto della religione, e c’è modo di considerare tra i più introversi anche coloro che si sono distinti nella teosofia occidentale.

 

Marsilio Ficino: Figline Valdarno, 19 ottobre 1433, Saturno all’Asc.

Pico della Mirandola: Mirandola, ducato di Ferrara, 24 febbraio 1463, 2 e 42 della notte (e cioè le 19:45 TU) secondo Francesco Giuntini.

Johann Arndt: Ballenstedt, Sachsen-Anhalt, 27 dicembre 1555.

Emanuel Swedenborg: Stoccolma, 29 gennaio 1688.

Louis-Claude de Saint-Martin: Amboise, 18 gennaio 1743

Franz von Baader : Monaco, 27 marzo 1765.

Johann Wilhelm Ritter : Samitz presso Haynau, Slesia, 16 dicembre 1776.

 

Certo, le date di alcuni altri (Meister Eckhart, Nicola Cusano, Jacob Böhme) mancano all’appello, ma quelle che sono note si collocano tra lo Scorpione e l’inizio dell’Ariete, e fanno prevalere nettamente le occupazioni planetarie nei due segni saturniani. Oltre al fatto che Saturno è angolare in Ficino, secondo l’ora da lui stesso dichiarata ma la cui fonte mi sfugge.

 

La via religiosa è altresì più particolarmente interiorizzante quando il cristiano s’immerge, rinunciando a sé stesso, nella pratica evangelica. Come hanno fatto Père Damien (al secolo Jozef De Veuster, Tremelo, 3 gennaio 1840: Sole-Capricorno con congiunzione Luna-Venere-Saturno in Sagittario), missionario belga che consacrò la sua vita al servizio dei lebbrosi nelle isole Sandwich; e Albert Schweitzer (Kaisersberg, 14 gennaio 1875, ora mancante sul certificato di nascita: Sole e Mercurio in Capricorno con Saturno-Acquario al FC, se è corretta quella che gli viene assegnata, poco prima della mezzanotte), il medico di Lambaréné.

 

Lungi peraltro dall’arrivare alla realizzazione ultima dell’ideale della rinuncia fino alla mortificazione, l’uomo di chiesa è una figura attenuata di introverso. In L’influence des astres (Le Dauphin, 1955) Michel Gauquelin ha riscontrato un’angolarità significativa di Saturno in un gruppo di 884 preti francesi (pur se ottenne un minor risultato in un secondo gruppo).

 

L E   S C I E N Z E

 

La religione non è l’unico modo di vivere la propria interiorità (il semplice pregare è un atto d’introversione); la scienza è un altro modo di arricchirla. Se la prima fa appello alla fede e richiama le virtù dell’anima, la seconda si rivolge alla ragione e mobilita le risorse mentali; entrambe portano la forza d’essere dalla parte della vita interiore.

 

Si conoscono appunto i risultati ottenuti da Michel Gauquelin con l’angolarità di Saturno in 3.305 scienziati (Les Hommes et les Astres, Denoël, 1960). Riferendosi allo scienziato classico, dichiara nel suo La Cosmopsychologie (CEPL, Paris, 1974): «I lavori degli psicologi hanno in gran parte confermato l’immagine stereotipa fattasi dal pubblico sugli uomini di scienza. È un introverso. È scrupoloso, coscienzioso, discreto, senza curarsi dell’apparenza esteriore, modesto, riflessivo, addirittura chiuso. Se è ambizioso, in genere si tratta di un’ambizione tutta intellettuale. Ecco perché siamo partiti dagli scienziati per definire la componente Saturno del temperamento.» Il che ci rimanda all’opera della coppia Michel e Françoise Gauquelin: Le Tempérament Saturne et les hommes de science (Laboratoire d’étude des relations entre rythmes cosmiques e psychophysiologiques, 1974). Freddo, profondo, concentrato, riflessivo, meditabondo paziente, calmo, modesto, distante, lento, laborioso, prudente, riservato, coscienzioso, serio, semplice, discreto solitario, studioso, grave, austero, triste… ecco le parole chiave che hanno risposto statisticamente alla posizione angolare di Saturno: tratti caratteriali comuni all’introverso e al saturniano.

 

Ma la scienza è un territorio immenso e i comportamenti umani che mette in opera sono essi stessi molto diversificati. Si potrebbe dire che la scienza assume un carattere tanto più introvertito quanto lo scienziato si distacca dall’oggetto e monda il proprio pensiero dalla manifestazione concreta. Un modo di spersonalizzarsi nella misura in cui si oggettiva il suo sapere. L’astrazione (separazione, isolamento) è il suo regno privilegiato, sia che essa si manifesti tramite una mentalità matematica, un pensiero assiomatico o una manifestazione formalista o sistematica.

 

È ancora nel lato dell’emisfero freddo dello zodiaco che si presentano, nell’insieme, le posizioni astrali mobili dei geni che, occupandosi degli oggetti immensamente distanti da noi, hanno portato la rivoluzione dell’astronomia moderna: Copernico (Thorn, 19 febbraio 1473 alle 16:48), Tycho Brahe (Knudstrup, 13 dicembre 1546 alle 11:00), Galileo (Pisa, 15 febbraio 1564 alle 15:30), Keplero (Weil der Stadt, 27 dicembre 1571 alle 14:30), Newton (Woolsthorpe-by-Colsterworth 25 Dicembre 1642, alle ore 1:00). Ci occuperemo più avanti della parte estroversa di Tycho Brahe (levata di Giove) e di Galileo (levata di Giove con Saturno).

 

GIOVANNI KEPLERO

 

Con l’Asc. tra Luna e Nettuno, 4 astri (Sole, Mercurio governatore dell’Asc., Venere e Urano) si trovano congiunti in Capricorno, e in sestile a Saturno in Scorpione (tema natale fornito da lui stesso).

 

Keplero è essenzialmente uno spirito passionale, concentrato e iper secondario, fatto soprattutto per immergersi negli studi. Una mente di scienziato dallo sforzo prolungato, paziente e ostinato nei suoi intenti, tenace nel ricercare, scevro da ogni scoramento. Quest’uomo, che perseguirà un’eccezionale avventura di ricerca fondamentale in una totale solitudine intellettuale, è altresì un essere dalla maturazione lenta. Le sue profonde convinzioni emergono con lentezza, e sono ancora più tardive a farsi certezze. Pensiamo solo al calcolo delle orbite di Marte, fondato su risoluzioni di triangoli (lavorerà costantemente articolando figure geometriche): dovrà ricominciare non meno di settanta volte prima di giungere alla soluzione!

 

Un così gran numero di sforzi per ottenere risultati così lontani non logorano affatto la perseveranza di questo intelletto sistematico (Saturno-Urano) ancorato ai suoi obiettivi e imperniato su linee direttrici o principi di ragionamento inamovibili, per tentare di estrarre la razionalità dalle cose. Infine, tutto questo investimento di energie (la congiunzione in Capricorno è anche stimolata dalla quadratura di Marte e dal sestile di Giove) è concentrato su studi astratti che lo fanno passare, chino sui numeri e figure geometriche, attraverso il “bagno dei calcoli matematici”.

 

La sua storia inizia con l’incontro con Tycho Brahe (Sole-Capricorno, congiunto a Mercurio e Saturno in Sagittario vicino al MC); collaborando con quest’ultimo, si accolla il calcolo delle famose Tavole Rudolfine, opera di lungo respiro cominciata nel 1601 e terminata nel 1624. Il danese non aveva pari nell’osservazione del cielo e, alla sua morte, gli lascia per legato (fortuna di un Sole in VIII) un autentico diario continuativo dei fenomeni astronomici rilevati in trent’anni (nota saturniana) di osservazioni celesti.

È proprio scrutando questa massa prodigiosa di posizioni che Keplero scoprirà le tre grandi leggi astronomiche che rendono immortale il suo nome. La prima ci comunica che ogni pianeta descrive un’ellisse attorno al sole; la seconda che si muove su tale ellisse tanto più velocemente quanto è più vicino al sole; la terza – che da sola raccoglie un bilancio di 17 anni di sforzi – ci insegna a calcolare la sua distanza in funzione della durata della sua rivoluzione. Ciò che si svela, è che il nostro mondo è governato da relazioni matematiche: quintessenze, eliminazione del superfluo, riduzione all’essenziale, queste leggi dei movimenti celesti permettono infine di calcolare le posizioni dei pianeti a partire dalle loro cause, con l’astronomia che diventa una fisica celeste. Keplero può così dichiarare: Crono, il dio del tempo, ha trovato il suo nuovo signore, l’orologiaio.

 

Le leggi dovevano contribuire all’edificazione del monumento dell’astronomia moderna. Mancava ancora il supremo architetto per darcene la chiave. Quel genio fu Isaac Newton, nato a distanza di due giorni da Keplero (che a sua volta era nato a 14 giorni da Tycho Brahe), con un Sole in Capricorno nella stessa zona e in sestile a Saturno, come nel tema dell’astronomo del Baden-Württemberg. È precisamente dedicandosi allo studio delle leggi dei movimenti planetari che Newton fu indotto a enunciare la legge unificatrice della gravitazione universale che regge il nostro sistema solare.

 

Si assiste così a una ammirevole concatenazione dei contributi di questi geni alla fondazione dell’astronomia moderna, con Keplero che realizzò la sua opera grazie a quella di Tycho Brahe, come fece Newton grazie alla sua: sotto una tripla segnatura di congiunzioni in Capricorno. Questi aristocratici del sapere avrebbero finalmente dotato l’umanità di una grandiosa opera saturnina, attenendosi a qualche equazione; anche se il loro edificio scientifico è stato largamente superato, resta il fatto che le loro leggi imperiture sfidano il tempo, acquisite all’eternità.

 

Nel cuore del genio, l’uomo Keplero era talmente un saturniano introvertito (con l’immagine più particolare del bisognoso e oscuro Saturno-Scorpione in VI) da diventare una leggenda: quella dello scienziato sfortunato dalla vita miserevole. Nacque prematuro, gracile, allevato male nella sua prima infanzia, poi abbandonato dai genitori. «Perseguitato per tutta la vita da una tenace sfortuna, correndo continuamente appresso a un tallero, vedendo morire i suoi figli, la moglie ammalarsi di epilessia, la madre minacciata dal rogo come strega, scacciato da provincia in provincia per via delle sue idee religiose e non riuscendo a farsi pagare lo stipendio…» (Pierre Rousseau, Histoire de la science, Fayard, 1945).

 

È così che si presenta il povero astronomo, che continua a sprofondare nell’indigenza fino alla più nera miseria. Muore in una camera di locanda dopo avere esaurito le sue restanti forze nel reclamare vanamente il pagamento di un arretrato, mentre il gioviale Tycho Brahe soccombeva a una festa troppo abbondante, e che il gioviale Galileo si scontrava non senza provocazione al potere religioso.

 

I  s  a  a  c      N  E  W  T  O  N

 

Diverso da Keplero, a seguito del quale continua a scoprire le leggi del mondo nascosto dei numeri, Newton è ciò non di meno un tipico introverso d’altro genere.

 

Nella sua genitura (Urania, gen-sett. 1880, A. J. Pearce), il Sole in Capricorno, in uscita dal FC, si triangola tramite sestili al trigono formato da una congiunzione Giove-Saturno in Pesci con Urano in Scorpione che entra in I; Saturno per di più forma un trigono al MC, un quinconce con l’Asc. e una quadratura a Mercurio in III; oltre al fatto che la Luna piena in Cancro sta uscendo dalla culminazione.

 

L’uomo ha vissuto unicamente per calcolare e pensare, fino al punto di dimenticare di mangiare… sono concordi nel ripetere i suoi biografi. Con lui, appare un’altra leggenda dell’uomo di scienza: quella dello scienziato saturnino-lunare privo di senso pratico e perpetuamente “nella luna”. Le più piccole cose, i più umili fenomeni della vita quotidiana lo trascinano nelle fantasticherie da schizoide. È un sognatore che sprofonda nelle più profonde meditazioni, fuori del mondo esterno. Le sue necessità corporali costantemente trascurate non potevano distrarlo. Si ripete che sia stata la caduta di una mela che conduce questo sognatore sulla pista dell’attrazione universale di cui scopre la legge dopo una quindicina d’anni.

 

Newton è allo stesso tempo un uomo semplice, tranquillo, modesto, timido, riservato, timoroso, continuamente assorto nei suoi pensieri, che parla poco e male e s’interessa poco agli interlocutori. Il che, per compensazione, susciterà il sospetto e le reazioni colleriche di un Marte in Toro in VII opposto a Urano che gli varranno parecchie liti. Solingo, scapolo, questo essere taciturno insegna per trent’anni a Cambridge senza formare un discepolo degno di lui. Gli capita addirittura di non avere nemmeno un uditore al suo corso, la qual cosa lo allieta. Membro del Parlamento suo malgrado, nella Camera dei Comuni resta assolutamente muto e assiste scrupolosamente alle sedute senza aprir bocca. Sarà anche un funzionario coscienzioso, essendo per di più molto pio e austero. La fortuna e gli onori non ebbero alcun influsso sul suo carattere e, malgrado la grandezza della sua opera, non pensò mai di ritenersi eccezionale: Non so che cosa penserà il mondo delle mie opere, ma mi sembra di essere stato un bambino che giocava in riva al mare e che trovava qui un ciottolo più levigato, là una conchiglia più graziosamente screziata, mentre l’oceano infinito della verità mi offriva la sua inesplorata immensità.

 

Le sue scoperte sono prodigiose. Egli dichiara che tutti i corpi, in particolare gli astri, si attraggono in proporzione della loro massa e in ragione inversa del quadrato della loro distanza. All’improvviso, ricava le leggi planetarie che Keplero aveva trovato empiricamente; calcola la massa del Sole, quella della Terra e di alcuni pianeti; dà spiegazione della precessione degli equinozi, annuncia l’appiattimento del globo ai poli, riconosce le irregolarità del movimento della luna, espone il meccanismo delle maree, getta luce sul corso delle comete e inizia la meccanica celeste. Gli viene domandato come fosse pervenuto alle sue scoperte: Pensandoci sempre. Tengo costantemente davanti a me l’oggetto della mia ricerca e aspetto che s’aprano lentamente e a poco a poco le prime luci fino al punto di mutarsi in una chiarezza piena e totale.

 

U r  b  a  i  n      L  e     V  E  R  R  I  E  R

Alla nascita, Saturno tramonta e si trova contemporaneamente in sestile a Mercurio in Acquario, che governa l’Asc., e in quadratura al Sole; la Luna sta uscendo dalla quadratura, sempre con Saturno. (Saint-Lô, 11 marzo 1811 alle ore 10:00, anagrafe).

 

È il tipo stesso dell’astronomo matematico. Ha un formidabile bernoccolo per la matematica, un «calcolatore nato, il quale non adorava altro che quelle formule lunghe un chilometro, irte di logaritmi con tredici decimali, la cui sola vista dà le vertigini ai non iniziati.» (Pierre Rousseau, op. cit.) Il suo svago preferito è quello di sprofondarsi nella meccanica celeste e scrivere appunti sui movimenti di Mercurio (che si trova nei pressi del suo MC), e su quelli delle comete, il che gli apre le porte dell’Accademia delle scienze all’età di 34 anni.

 

Gli astronomi avevano notato che il percorso di Urano non corrispondeva esattamente ai calcoli previsti, e si rendevano conto che tali perturbazioni dovevano provenire da un pianeta ancora da scoprire, situato oltre l’astro. Le Verrier, su raccomandazione di Arago, doveva dedicarsi anima e corpo allo studio di tale irregolarità.

 

Dopo aver partorito una montagna di cifre su pile di fogli, determina in modo del tutto naturale, tramite la sola potenza del calcolo – trionfo dell’astrazione – la posizione e la grandezza approssimativa di un corpo celeste gravitante oltre Urano, a più di quattro miliardi di chilometri dalla nostra Terra, assolutamente invisibile a occhio nudo! Annuncia la scoperta teorica dell’astro all’Accademia il 31 agosto 1846. Il 18 settembre, spedisce una lettera a Johann Gottfried Galle, dell’Osservatorio di Berlino, segnalandone la posizione a 325° di longitudine. Qualche giorno dopo, costui scopriva col telescopio il pianeta Nettuno nel luogo prefissato.

 

Ma non è forse, insieme a Saturno, il pianeta co-dominante del tema di Le Verrier? Questi due astri stanno da una parte e dall’altra del Discendente. Se l’Ascendente è il luogo dell’essere, dell’Io per sé, il luogo del Discendente è quello dell’Io per gli altri, luogo dell’oggetto (“ciò che è posto davanti” o di fronte): Nettuno fu l’oggetto essenziale della sua vita. Oltre all’angolarità sull’asse dell’orizzonte e del sestile al MC, non governa forse anche il Sole e il signore dell’Asc.?

 

Se si presta fede alla leggenda, questo cerebrale schizoide non provò mai la curiosità di sbirciare il “suo” pianeta con il telescopio. Quando fu nominato direttore dell’Osservatorio di Parigi, non mise mai gli occhi su un cannocchiale. E pur essendo un solitario, afflitto da un carattere spaventoso (s’era inimicato i colleghi dell’Osservatorio), manifestava la sua estroversione negativa puntando a ottenere titoli un po’ dappertutto, in cui si può riconoscere il suo Mercurio in X in quadratura all’opposizione Marte-Giove.

 

Una nota di astrologia mondiale relativa alla traversata della coppia Urano-Nettuno in Capricorno degli anni 1821-1834: Laplace termina la sua magistrale Meccanica celeste, la più completa espressione dell’astronomia matematica. E così si assiste all’elaborazione e al perfezionamento dei metodi e dei grandi principi teorici grazie ai quali si costituiscono le diverse scienze moderne; d’ora in poi, ciascuna scienza tende a costituirsi e a esprimersi in linguaggio matematico, che diventa il motore del progresso scientifico.

 

Prima di lasciare il mondo astronomico, concediamoci l’ultimo ritratto di un matematico.

 

H  e  n  r  i       P  O  I  N  C  A   R   E

Nato a Nancy il 29 aprile 1854 alle ore 1:00 (anagrafe). Saturno è al FC, governa l’Asc. e sta in trigono allo stesso; è congiunto alla Luna, nei pressi di una congiunzione Sole-Urano in casa III. Ecco ciò che scrisse Pierre Rousseau su quest’uomo con la barbetta e gli occhialini, chiamato il “principe dell’astrazione”:«Se Poincaré fu e resta per il comune mortale il matematico tipo per eccellenza, distratto, sempre con la “testa fra le nuvole”, e continuamente sprofondato nelle sue meditazioni di cui solo una mezza dozzina di colleghi sono appena in grado di comprendere la portata, per lo storico della scienza egli rappresenta una pietra miliare sul percorso della matematica. Poincaré  è in effetti il coronamento di tutti gli sforzi della matematica del XIX secolo: è la soluzione di tutti i problemi che Laplace, Gauss, Cauchy, Weierstrass, Hermite avevano lasciato in sospeso con un punto interrogativo. Rappresenta la parola fine scritta in fondo a questioni fondamentali di analisi e di meccanica.» Oltre al fatto che nel XX secolo il suo nome è considerato all’origine della “teoria del caos” (congiunzione Sole-Plutone).

 

Presentatosi al concorso del Politecnico, fu di una inverosimile pochezza in ginnastica e prese zero in disegno. Fu necessario cambiarlo in 0,1 per farlo arrivare primo. Più tardi, divenuto professore al Politecnico, i suoi studenti godevano nel vederlo così maldestro nel manipolare timoroso e meravigliato gli strumenti della dimostrazione; come sperimentatore era nullo. Come lo era anche nella vita pratica, in cui la concentrazione mentale lo assorbiva al punto di sembrare un fantasma, assente, stordito, senza dimenticare le sue famose distrazioni… come quella in cui, rientrando da una missione all’estero, si portò un lenzuolo nella valigia al posto della camicia.

 

Prima di morire a cinquantotto anni, con le sembianze questa volta di un Giove-Capricorno all’Asc., avendo occupato magistralmente la scena della scienza, membro di Accademie e coronato da un premio Nobel, genio popolare considerato un gigante del pensiero del suo tempo. Questa fu la parte della sua estroversione, conseguenza e coronamento del genio della sua introversione pura. Abbandoniamo ora i matematici.

 

L  o  u  i  s      P A S T E U R

 

Con cinque posizioni planetarie raccolte su una trentina di gradi, Poincaré poteva sembrare un “concentrato”, possente riserva di forze spirituali. Che dire di Louis Pasteur che ne ha 6 in meno di 25°?

 

Era nato a Döle, Jura, il 27 dicembre 1822 alle 2:00 (anagrafe), al crocevia del rinnovamento di quindici cicli planetari. Questo Cristoforo Colombo del mondo dei microbi è, in effetti, la cerniera di due mondi nella storia dell’umanità: «Prima di lui, i problemi della struttura molecolare dei corpi, dell’origine della vita, dell’eterno ciclo della vita e della morte nella natura, erano avvolti nel più profondo mistero. L’uomo osservava i fenomeni della fermentazione e della putrefazione senza comprenderli. Era impotente a difendersi dalle malattie contagiose, poiché non ne conosceva né le cause né il loro modo di propagarsi. I chirurghi non osavano più operare, in quanto la benché minima incisione avrebbe potuto essere una porta aperta alla morte. L’infezione puerperale era il terrore delle maternità. Le industrie delle fermentazioni, la medicina umana e quella veterinaria, la chirurgia ostetrica e l’igiene furono trasformate dalle sue scoperte.» (Pasteur, Vallery-Radot). Questa fu effettivamente l’immensa rivoluzione di Pasteur.

 

Saturno avrebbe potuto dominare meglio alla nascita? Posizionato al Disc. e contemporaneamente in quadratura al MC, riceve i trigoni di Sole-Mercurio-Venere, come pure la semiquadratura della Luna, e inoltre governa i sei pianeti in Capricorno! È significativo che un tale accumulo di determinazioni saturniane accompagni questo scienziato, che si è guadagnato una gloria universale e immortale.

 

Sotto il profilo della concentrazione, si può forse trovar di meglio? I suoi biografi insistono subito sulla possanza di una mente fredda, dalla logica implacabile, dalla riflessione profonda che si applica rispettando l’assolutezza dei fatti. È un ricercatore nato, fatto per trovare ciò che è, anche con l’arma dello scetticismo. È un lavoratore instancabile, dalla pazienza inesauribile, che si accanisce a penetrare il cuore di ciò che esplora, tenace senza tregua, che – se necessario – dedica anni alla riuscita. È inoltre il personaggio dello scienziato puro: serio, pensieroso fino alla cupaggine, distante, grave, integro, di un disinteresse totale, per cui la scienza è la padrona più esigente.

 

Tuttavia, Pasteur non è solo un introverso, uno scienziato silenzioso chino sul suo microscopio, rinchiuso nel suo laboratorio che non sente la moglie che lo chiama quando è pronto il pranzo. È anche uno scienziato concreto e positivo che lavora sul terreno, che indaga l’epidemia dei bachi da seta o quella degli ovini malati di carbonchio e che sperimenta a piene mani per raggiungere il suo scopo. Sta di fatto che dietro Saturno, che d’altronde è in Toro, interviene Marte contemporaneamente al FC e in quadratura all’Ascendente. Pasteur, doppiamente passionale (freddo e caldo) è anche una forte personalità che vive ardentemente, con entusiasmo, e non disdegna di battersi andando dritto al punto. La sua vita d’altronde sarà stata una continua battaglia per imporre le sue scoperte. Di lui s’è detto che fosse un gigante del pensiero e dell’azione.

 

Trionfo dell’analogia: la pastorizzazione è contemporaneamente tanto l’asepsi purificatrice dal valore freddo capricorniano, quanto la conservazione dei liquidi fermentescibili e degli alimenti, che nulla meglio di un Saturno in Toro potrebbe simbolizzare.

 

Per concludere il quadro degli scienziati dello stampo di Pasteur, concediamoci altre due figure egualmente introverse, allo scopo di afferrarne la diversità d’espressione.

 

E  m  i  l  e      R   O   U   X

Confolens, Charente, 17 dicembre 1853 alle 22:00 (anagrafe). Saturno si trova al MC, in aspetto al Sole e a Mercurio signore dell’Asc. in Vergine.

 

Ecco il profilo che traccia il Dr. D. Jonas (Cent portraits de médecins illustres, Académie, Gand, 1960) del primo direttore dell’Institut Pasteur dopo la morte del suo fondatore, quando inaugura l’era della sieroterapia: «Vive come un monaco, al terzo piano dell’Institut Pasteur, in una camera da interno, la sua piccionaia; non s’è mai sposato, ha avuto un’amica a cui è rimasto fedele fino alla tarda vecchiaia. Non ha mai abbandonato le sue maniere di provinciale a Parigi. Nelle accademie di cui era membro, nulla l’interessava al di fuori della scienza. Detestava i pranzi e i ricevimenti, non amava la musica e ancor meno il teatro. Leggeva unicamente libri e documenti scientifici, salvo forse Racine. Aveva la barba incolta quanto i capelli, si faceva tosare come una pecora in primavera e mai si fece pettinare. Al raggiungimento della cinquantina, essendo divenuto presbite, portava un paio di occhialini a stringinaso di ferro bianco attaccati con una cordicella dietro l’orecchio, come se ne vendevano nei grandi magazzini Bon Marché. Prendeva sempre il Metro e l’unica lotta che non riuscì a vincere contro i suoi assistenti fu quella in cui lo costrinsero a prendere un’auto. Pensava che fosse uno sperpero di denaro… Roux non abbandonò mai la sua misera taccagneria di piccolo redditiere di periferia quando si trattava della sua persona e del suo confort: nel suo appartamento regnava una povertà da francescano, si accontentava di quel poco di cui aveva bisogno il suo organismo per vivere e per pensare. L’uomo più mal vestito e dai pantaloni più démodé degli abitanti dell’Institut Pasteur era il direttore. Ma la sua opera fu di capitale importanza. Fu lui a mettere a punto il siero antitetanico, anticolerico e molti altri.» E per due volte rifiutò l’Accademia francese che gli fu proposta. In tutto questo quadro si rivela “lo stretto” (nel senso caratterologico del termine) di un Saturno bloccato da una sesquiquadratura di Marte in Vergine alla sua levata, nella tonalità di un carattere anale ritenuto (nel senso psicoanalitico).

 

H  y  a  c  i  n  t  h  e       V  I  N  C  E  N  T

 

Bordeaux, 22 dicembre 1862 alle ore 6:00 (anagrafe). Saturno culmina in Bilancia, governa i luminari e Mercurio-Venere in Capricorno e si trova in quadratura con la congiunzione Sole-Mercurio-Venere.

 

Ecco il ritratto che ne traccia il suo biografo Georges Guillain (Notice sur la vie et l’oeuvre du Prof. Hyacinthe Vincent, Académie des sciences, Paris, 1950).

 

Camminava lentamente e in modo assai dignitoso e aveva un atteggiamento piuttosto freddo. Sotto l’apparente freddezza si nascondeva un’autentica bontà; era accogliente e cortese verso chi veniva a domandargli un parere scientifico o un consiglio sulla carriera. Nelle riunioni di scienziati da lui frequentate, il prof. Vincent, allorché saliva sul podio per fare una comunicazione, parlava e leggeva lentamente, in modo semplice, senza gesticolare, e dava l’impressione di essere sicuro di ciò che proponeva, e di essere convincente. Nelle discussioni, se gli si faceva un’obiezione, replicava sempre con la stessa calma, la stessa dignità, non alzando mai la voce, conservando un completo dominio di sé stesso. Il suo stile era – per semplicità, rigore, eleganza – l’esatto riflesso del suo carattere e mentalità… Nel corso delle sedute all’Accademia di Medicina, conservava sempre la medesima dignità, semplicità e cortesia. Non manifestò mai il più piccolo senso di orgoglio… Sono tuttavia convinto che non ignorasse il valore del suo lavoro e che ne provasse una legittima fierezza che non manifestò mai esteriormente. … Il professor Vincent detestava la vita di società; aveva il culto della famiglia … possedeva una ricca biblioteca di libri antichi e moderni. Aveva anche collezionato ceramiche e terrecotte che disponeva egli stesso con cura in vetrinette.

 

Questo era lo scienziato che scoperse i vaccini contro la febbre tifoide e il tetano, un saturniano a sottodominante venusiana. A questi diversi scienziati saturnini può aggiungersi un piccolo numero di quelli che, tra i grandi, sono nati tra la metà di dicembre e la metà di febbraio: La Condamine, Beniamino Franklin, Watt, Lagrange, Volta, Lacépède, Ampère, Darwin, Joule, Fabre, Ribot, Edison, Becquerel, Hertz, Langevin…

 

A seguito di una verifica di Cattell nel 1903 sui mille più grandi geni dell’umanità (a suo giudizio), e conclusasi per un predominio di nascite nella stagione fredda, Pinter nel 1933 registrava il mese di nascita di 1347 scienziati inseriti nell’American Men of Science e confermava che il maggior numero delle nascite avveniva in inverno. Sono questi nati che costituirebbero la compagnia degli scienziati introversi. Sono proprio gli scienziati più introvertiti che sono più sovente saturniani conclude Michel Gauquelin. Se ne osserverebbero senza dubbio altrettanti presso i burocrati del CNRS…

 

F I L O S O F I A

 

La filosofia (“amore della saggezza”, il che implica sapere e virtù) si presenta come un vasto orizzonte aperto all’elevazione della coscienza umana tra gli imperi della scienza e della religione, dei quali ha lungamente fatto da tramite.

 

Il pensiero, alla ricerca di una conoscenza superiore, vi esercita la riflessione disinteressata di una mente speculativa, che tenta di comprendere l’universo e dare ordine alla condotta umana. Dapprima confusa con la scienza, se n’è liberata come sapere specifico, sia pure per pensare sul valore della conoscenza scientifica. Allo stesso tempo è vicina al mondo religioso per via della frequentazione delle alte sfere dello spirituale, nella ricerca delle cause prime e finali.

 

Affrontando i filosofi, non possiamo non incontrare una élite della mente nell’ordine dei meditativi, dal pensiero profondo, assorbiti dalle loro riflessioni di lungo respiro, fusi con i loro sistemi, tipicamente introversi. Per lo meno, tali sono per la maggior parte – poiché il filosofo estroverso esiste anche lui, come qualche enciclopedista utilitarista, tra cui Diderot – coloro che hanno segnato la storia di questa società spirituale: Montaigne, Cartesio, Pascal, Locke, Spinoza, Malebranche, Rousseau, Condillac, Kant, Maine de Biran, Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche… Accontentiamoci di affrontare i più tipici tra di loro.

 

M i c h e l    d e    M O NT A I G N E

 

Sono nato tra le ore 11:00 e mezzogiorno, l’ultimo giorno di febbraio del mille cinque cento trentatre: così si presenta l’interessato, che subito si dichiara “ondeggiante e mutevole”. Non c’è da stupirsi, poiché evidenzia quattro pianeti agli angoli del cielo. Saturno è tuttavia preminente: è congiunto all’Ascendente a inizio Cancro, in trigono al MC e a Mercurio, in sestile alla Luna signora dell’Asc., e contemporaneamente dispositore di quattro astri in Acquario.

 

Certo, il Giove in Sagittario al Disc., che si trova di fronte a Saturno e in sestile a Mercurio, richiama alla mente un giovanotto estroverso per via dei suoi viaggi durati alcuni anni, e che esercita alcune funzioni pubbliche (sindaco di Bordeaux), ma è uno slancio che non approda a nulla. I suoi biografi ci danno il ritratto di un gentiluomo di provincia che, a trentotto anni, si ritira nelle sue terre nel castello di Périgord, e si rifugia (complicità combinata del Cancro e dei Pesci) in particolare nella biblioteca del terzo piano della sua torre, conducendo una vita da recluso per leggere e meditare. È lì che scrive i suoi Saggi, iniziati senza altro scopo all’infuori di annotare i suoi pensieri, per poterci riflettere sopra. Diventa un libro di confessioni, confidenze, in cui l’autore si propone di esporre il suo “Io” e si rivela sempre più a sé stesso in un intimo e permanente confronto.

 

E così, lettore, sono io stesso l’argomento del mio libro.

 

Una ragione esigente fino alla veracità (trigono Mercurio-Saturno dal MC all’Asc.) questo cancerino contemplativo si auto analizza, con ogni cosa che diventa un pretesto per tornare a sé; il suo giudizio è quello di misurare la sua ignoranza, la sua incertezza o il suo dubbio (sfondo Pesci-Nettuno su un quadro saturnino).

 

Io dipingo soprattutto i miei pensieri, soggetto informe… io mi mostro intero… Non sono le mie azioni che descrivo, ma me stesso, la mia essenza…Io studio me stesso più di ogni altro soggetto … Insomma, tutto questo cibreo che vado scarabocchiando non è che un registro delle esperienze della mia vita … io mi gusto … Io mi rigiro in me stesso.

 

Naturalmente, è il lato cancerino con la Luna al doppio sestile del trigono Saturno-Asc./Mercurio-MC che si manifesta nel regno narcisistico di tale contemplazione di sé, soprattutto quando non dimentica alcun dettaglio sulle variazioni della sua salute. Ma Montaigne supera l’Io quando, liberato dall’orizzontalità saturnina, lo sguardo si leva alla culminazione di Mercurio in Acquario, che lo porta verso la saggezza dell’arte di vivere.

 

È una perfezione assoluta, e quasi divina, saper godere lealmente del proprio essere.

 

Imparare a conoscersi, a essere sé stesso, al meglio del proprio Io per vivere bene secondo la propria natura e morire bene, in armonia con l’esistenza.

 

B  a  r  u  c  h     S  P  I  N  O  Z  A

 

Diamo atto della poca consistenza della testimonianza di un caso privo di ora di nascita. Se vi ho tuttavia fatto ricorso, è perché in ogni caso siamo in presenza di una nota di fondo che dà il tono alla carta del cielo. È così per Spinosa, nato ad Amsterdam il 24 novembre 1632. Saturno ne costituisce in ogni modo la componente dominante di un nocciolo centrale in cui è congiunto a 1° dal Sole a inizio Sagittario e a 10° da Mercurio in Scorpione. Configurazione su cui è subito allineato questo personaggio di debole costituzione, malaticcio, che vive di diete e di estrema sobrietà, accompagnato da un grande disinteresse personale. È un contemplativo incline alla solitudine e al ritiro, poco adatto alla vita del mondo e alle realtà materiali. La sua mente meditativa lo relega interamente, a parte la lucidatura delle lenti, alla riflessione filosofica, alla ricerca di deduzioni metafisiche per di più espresse con un pensiero geometrico. Un mezzo tramite il quale mira a elevarsi alla conoscenza intuitiva dell’essenza delle cose e ad accedere all’amore spirituale di Dio. Sicché cerca la salvezza individuale laddove, in un’opera severa, collega con un ponte – salto sagittariano – la lucidità rigorosa del razionalismo alla profondità dell’ideale mistico. Il che gli costerà la persecuzione. Quest’uomo solitario vivrà nella più nera povertà fino alla morte, votato unicamente allo studio.

 

Si trova altrettanta introversione nel suo “gemello astrale” Jean Mabillon, nato il giorno prima a Saint-Pierremont nelle Ardenne: benedettino che, malgrado le sue peregrinazioni dedite a collezionare manoscritti, trascorse la vita nell’abbazia di Saint-German-des-Prés occupandosi di lavori eruditi.

 

NICOLAS  MALEBRANCHE

 

Anche in Malebranche, nato a Parigi il 6 agosto 1638, emerge dalla sua morfologia planetaria un asse di opposizioni, probabilmente angolare, che allinea Saturno a 3° in Acquario di fronte al Sole a 13° in Leone e a Mercurio a 27° in Cancro. In questo caso, è la debole costituzione di un magrolino longilineo dalla dolce melanconia e dal pronunciato gusto per il ritiro. Malebranche sposa la condizione ecclesiastica a 21 anni al fine di dedicarsi alla vita interiore. Passerà l’esistenza in una celletta dell’Oratoire Saint-Honoré a Parigi, persiane chiuse, alla ricerca del silenzio, dell’oscurità e della solitudine. Fu chiamato “Il Meditativo” dai suoi contemporanei. La sua concentrazione mentale non lo condusse solo alla grandezza della meditazione; rende il suo pensiero avido di astrazione, di deduzioni metafisiche, per prendere ancor più le distanze dalla sua vita corporea, animale. Il suo paesaggio è la spoliazione di un saturniano teso (opposizione) che cerca il suo ideale nell’accordo tra ragione e fede. La religione diventa filosofia e i doveri verso sé stesso si riassumono nel lavoro per raggiungere la perfezione solare.

 

JEAN-JACQUES  ROUSSEAU

 

Ginevra, 28 giugno 1712 (atto di battesimo privo di orario). Sole-Cancro in sestile alla congiunzione Luna-Nettuno in Toro, quest’ultima in quadratura a Saturno in Leone. Abbinamento di valori d’introversione.

 

Nacqui infermo e malato, costai la vita a mia madre.

 

Siamo subito nell’ambito della quadratura Luna-Saturno, quest’ultimo probabilmente angolare. Ancora un gracilino, dominato dalla magrezza e dalla fragilità.

 

Sono nato con un amore naturale per la solitudine … Qualunque cosa all’esterno mi è ormai estranea … la mia completa rinuncia al mondo…

 

Questo essere fatto di interiorità è un’anima inquieta che si ripiega su sé stessa, si isola da un mondo di cui si sente estranea fino a rinchiudersi nella solitudine. Non senza l’accompagnamento di un’invincibile tendenza alla melanconia.

 

Jean-Jacques andrà a cercare la sua verità nel profondo del cuore, sul cammino della soggettività egocentrica dove si compiace un narcisismo un po’ masochistico. L’abbandono al sogno meditativo lo conduce a dedicarsi a sé, alle sue emozioni, sentimenti e sensazioni. Addirittura fino a regredire verso un passato immaginario e idillico, verso il paradiso perduto dell’infanzia.

 

Da qui la ricerca autobiografica della sua opera: Confessioni, Dialoghi (Rousseau juge de Jean-Jacques), Le fantasticherie del passeggiatore solitario ... Come contrasto si presentano – dualità di Saturno-Leone in opposizione a Giove-Acquario – Emilio o dell’educazione, Il contratto sociale, sia l’autore dei “Diritti dell’uomo”, l’apostolo del socialismo: libertà, uguaglianza, fraternità. Colpisce il contrasto con la sua condizione di misantropo perseguitato: il cittadino ginevrino che invano sognò di dimorare in qualche caldo rifugio protetto, abitato da “esseri conformi al suo cuore”.

 

Tramite il sotterfugio dell’interesse per la sua persona, Rousseau avrà non di meno fatto comprendere il linguaggio perduto della (madre) natura e avrà invitato l’uomo moderno a esplorare l’universo misterioso che porta dentro di sé.

 

ETIENNE  DE  CONDILLAC

 

Ancora Saturno in posizione universale, incoronato il 30 settembre 1715 in questo cittadino di Grenoble, con l’astro a 28° in Vergine congiunto niente meno che a Sole, Mercurio e Venere. Anche in questo caso, una fragile costituzione di partenza. Un sacerdozio mai esercitato, ma che dà il tono a una natura seria e laboriosa. Una vita ritirata. L’esistenza saggia e regolare di un uomo semplice, che ama unicamente la meditazione e il lavoro in solitudine, e la cui vita altro non è che quella delle idee, con il suo temperamento di logico che lo rende interessato in modo particolare al funzionamento della mente umana.

 

IMMANUEL  KANT

 

Mi sono tirato dietro a lungo la versione di un tema (in Jupiter & Saturne) di Kant, quello di Modern Astrology riprodotto nel Book of Notable Nativities di Alan Leo, che lo faceva nascere a Königsberg il 22 aprile 1724 alle 5:00, ora che piazzava al MC un superbo Saturno in Capricorno. Sappiamo invece che l’atto di battesimo lo fa nascere alle 3:00, quando Giove si leva.

 

A prima vista può scombussolare, quando si conosce il personaggio, vedere invece sorgere Giove (in Acquario e armonico, è vero) ma tale segnatura spiega non di meno il “saggio di Königsberg”, uomo di società: “cantore della legge morale”, adulato dalla gioventù tedesca che recepisce le parole del maestro. È anche un personaggio pubblico, poiché gli statisti e i diplomatici più celebri l’onorano e lo considerano il grande spirito illuminato della Germania del suo tempo, e gli rendono visita nel suo profondo ritiro.

 

Il che non impedisce il fatto che l’individuo Kant fosse una particolare specie di introverso, che si rileva attraverso due triangoli dissonanti: l’Ascendente riceve la quadratura Luna-Saturno e il MC la semiquadratura e la sesquiquadratura di una opposizione Sole-Urano, quest’ultimo governatore dell’Asc.

 

Invece di vivere la sua quadratura Luna-Saturno temporaneamente valorizzata dalla profondità e pesantezza dell’anima come in Rousseau, Kant la prova nell’organismo, senza dubbio perché essa tocca l’Asc. È un uomo magrolino di taglia piccola (uno scheletro quando morirà), che si lascia assorbire – prima di catapultarsi vero le vette dell’intelletto – dai fastidi causatigli dal corpo, e precisamente da problemi digestivi (complesso madre-nutrimento): la costipazione, sua prima preoccupazione, per cui assume la sua dose mattutina di aloe, e disturbi gastrici. Un modo un po’ ipocondriaco di vivere un narcisismo pensante, iper compensato da una vita secca, stretta, austera, poco preoccupata dai sentimenti o dal sesso, un’esistenza uniforme e glaciale (la secondarietà del Toro partecipa alla secchezza fissa e alla rigidità saturno-uraniana).

 

Tutta la sua vita è trascorsa nel suo studio – è a malapena uscito dalla sua città natale – come quella di un osservatore tutto dedito agli studi e alle meditazioni. Una condotta retta, netta e regolare, con abitudini freddolose, come quella di chiudere sempre le finestre della sua camera in estate come in inverno, tirando tende che impedivano alla luce di entrare. Heinrich Heine ha evocato la punteggiatura di vita di questo vecchietto vestito di grigio, col bastone da passeggio, che esce di casa per dirigersi verso la stradina alberata di tigli, e non crede “che il grande orologio della cattedrale di Königsberg abbia adempiuto il suo compito più regolarmente del suo compatriota Kant”. Ascoltiamo ora il suo traduttore Picavet: «… l’ordine era il principio motore della sua condotta; egli ragionava fino alle minime azioni della sua giornata, stabiliva su tutto delle massime e vi si conformava così invariabilmente che esse sembravano far parte della sua stessa natura. Si svegliava la mattina alle cinque meno cinque minuti; alle cinque era seduto a tavola e prendeva, da solo, una o due tazze di tè, fumava una pipa, rivedeva ciò che aveva fatto il giorno prima; impartiva le sue lezioni, poi, ritornato a casa, lavorava fino a mezzogiorno e tre quarti, si alzava dalla scrivania, beveva un bicchiere di vino d’Ungheria, del Reno o di Bischoff, si vestiva e all’una si metteva a tavola. Nel pomeriggio faceva quelle celebri passeggiate nel corso delle quali lo si vide solo due volte in quarant’anni oltrepassare il limite ove si fermava ordinariamente: una volta per avere più presto un libro di Rousseau e un’altra per ottenere notizie sulla Rivoluzione francese. Le faceva da solo perché respirava secondo regole che aveva stabilite, come se l’era fatte sul modo di allacciarsi le calze. Tornato a casa, leggeva i giornali, quindi, alle sei, s’insediava nel suo studio per il lavoro serale dove manteneva costantemente una temperatura di 15°. Si sedeva d’inverno e d’estate vicino alla stufa in modo da vedere le torri del vecchio castello e non poteva continuare le sue meditazioni quando gli alberi, crescendo gliene nascondevano la vista. Poi, verso le dieci, un quarto d’ora dopo aver cessato di pensare, andava a letto in una camera non riscaldata, le cui finestre rimanevano chiuse tutto l’anno, si svestiva con metodo e si copriva nel suo letto con abilità tutta particolare.»

 

Siamo poco lontani dall’automatismo di un insetto. Appare qui come un fattore principale l’inibizione dell’affettività fino al punto di reprimere la naturale vitalità animalesca (nel qual caso Urano presta man forte a Saturno nelle dissonanze ai luminari e agli angoli), il che rende l’uomo simile – al limite – a un automa. Il Tratto di caratterologia di René Le Senne riporta il seguente brano di J. B. Descuret, riguardante un caso analogo – sotto il profilo caratterologico – a quello di Kant. Riguarda il comportamento di un uomo di fronte al decesso della moglie:  “Non appena la malata ebbe reso l’ultimo respiro egli tornò a letto. Non tardò a riaddormentarsi e russò placidamente fino all’indomani mattina, alla solita ora.” Quell’uomo morì in un ordine perfetto e con la medesima calma. L’abbinamento della repressione della sensibilità e della forte cerebralità da secondario… ecco il paesaggio introvertito di Kant.

 

MAINE  DE  BIRAN

 

Bergerac, 29 novembre 1766 alle 21:00 (fonte: Faville, Bibliothèque universitaire de Genève, comunicazione di Pierre Roussel, Cahiers astrologiques, n. 77).

 

Fino ad ora abbiamo rilevato un Saturno angolare e si suoi aspetti, soprattutto ai luminari, e presenza di segni saturnini, e anche l’accompagnamento della Luna o di Nettuno. Si scopre questa volta un’altra causa di introversione.

 

Qui ci troviamo nel regno di un campo di dissonanze: tre opposizioni, oltre a due di Saturno, e un grande quadrato a croce… Ciò si ricollega alla definizione che Jung dà dell’introverso: «nell’introverso fra la percezione dell’oggetto e il comportamento dell’individuo s’inserisce un punto di vista soggettivo che impedisce che il comportamento assuma un carattere corrispondente al dato obiettivo. La reazione abituale dell’introverso è quella di un arresto, di una critica, di un ripiegamento su sé stessi.» Si deve qui vedere un effetto conflittuale che è l’espressione della dissonanza, al punto di potere avanzare la seguente generalizzazione: le geniture prevalentemente armoniche tendono all’estroversione, mentre quelle dissonanti inclinano all’introversione.

 

Ora, in questo genere di reazione, il conflitto è tanto più sensibile quanto il campo di dissonanze mette il trio dei centri vitali Sole-Luna-Mercurio di fronte al duo Saturno-Urano, espressione di valori di Super-Io a tendenza repressiva. Si noterà il parallelismo degli aspetti di Kant e Maine de Biran: si tratta di nature bloccate, di esseri contorti, con la loro introversione che rappresenta il tipico prodotto di conflitti interiori. La tensione del conflitto di Maine de Biran è quella della gran croce nel quaternio dei segni doppi (oltre alla quadratura Luna-Ascendente e la sesquiquadratura Sole-MC) che suggerisce l’idea di un essere dissociato, disperso, sbriciolato, canna sbattuta dal vento.

 

La sua opera è informe, ciò è facilmente percepibile. Maine de Biran in vita non ha quasi pubblicato nulla, mentre ha scritto costantemente, e la storia dei suoi manoscritti è tutta un poema. Lo scrittore gira attorno i suoi stessi pensieri, sovraccarica i testi di ripetizioni e ridondanze, cassa il giorno dopo ciò che aveva scritto ieri, lasciando opere incompiute, carte in estremo disordine e talmente indecifrabili da necessitare più di una trentina d’anni per metterle a posto.

 

Lo salva dal suo caos interiore l’affermazione centralista dell’autocompiacente quadratura Ascendente-Luna in IV, che attinge in tal modo alla fonte della condizione soggettiva, col sentimento dell’Io al centro delle riflessioni che nutrono il suo celebre Journal intime  durante più di trent’anni.

 

Quando si ha poca vitalità, si è più inclini a osservare i fenomeni interiori.

 

Col suo complesso dissonante e la nota lunare della IV, si comprende che Maine de Biran abbia avuto una salute delicata, che lo rendeva sensibile alla propria cenestesi, da cui fece dipendere il suo “sentimento dell’esistenza”. Nessuno è stato più sensibile di lui alla dipendenza degli stati organici, agli influssi delle variazioni atmosferiche sulla sua vulnerabilità, ai capricci dell’umore. Da quando inizia il suo Journal nel 1794, prende ad annotare le fuggevoli impressioni dell’anima. Già nelle prime pagine, dopo una descrizione alla maniera di Rousseau, scrive queste significative frasi:

 

E così questa infelice esistenza altro non è che un susseguirsi di momenti eterogenei privi di qualsiasi stabilità. Sono fluttuanti e fuggono rapidamente, senza che sia mai possibile fissarli. Tutto influisce su di noi, e cambiamo incessantemente con quanto ci circonda. Spesso mi diverto a vedere scorrere le diverse situazioni della mia anima; sono come flutti di un fiume, ora calmi ora agitati, ma che si succedono sempre senza mai fermarsi … Svanisco nel sogni di ogni giorno…

 

Se si può ridicolizzare le rigidità fino alla fissazione di un Kant, qui è la fluidità evanescente che non finisce mai, al limite dell’ossessione (Luna in Scorpione), sconforto la cui introspezione diventa dolorosa. La sua auto esplorazione sfocia infine su una drammatica visione di sé: Sono uno spostato e un uomo mancato, non mi trovo in armonia né con le cose né con me stesso… Assisto alla mia morte con tutte le forze della vita … Sin dall’infanzia, ricordo che mi stupivo di sentirmi esistere: ero già incline, come per istinto, a guardarmi dentro per sapere come poter vivere ed essere me stesso. Questo psicoastenico non sospettava che a forza di immergersi nel suo essere e di trovarci un grande vuoto, un fondo sterile e freddo, la sua anima smarrita avrebbe finito per cercare rifugio nella religione. Ma avrebbe ciò non di meno contribuito a riabilitare una psicologia della soggettività.

 

ARTHUR  SCHOPENHAUER

 

 Danzig, 22 febbraio 1788 tra le 12 e le 14, secondo il ricordo del padre. Se adottiamo un’ora intermedia, Saturno esce dalla culminazione. Un Saturno potentemente scortato dalle congiunzioni con il Sole e con Mercurio in Pesci. Primeggia la Luna in Vergine, signora dell’Asc., sita al FC, mentre Marte e Urano si trovano sopra e sotto l’Ascendente.

 

Schopenhauer tuttavia prenderà più rapidamente coscienza del polo saturnino della sua natura. Accadde in occasione di un viaggio effettuato con la famiglia nell’Europa occidentale all’età di 14-15 anni (congiunzione in IX). Il ragazzo si mette già a tenere quotidianamente un Diario di viaggio (di cui riempirà tre grossi quaderni) per annotarvi le sue riflessioni. Ciò che ricorderà, in particolare vedendo dei galeotti a Tolone, è l’impressione di una sofferenza del mondo nel quotidiano. Quando, dieci anni dopo, rivedrà i suoi appunti per scrivere il suo Il mondo come volontà e rappresentazione, giungerà a chiedersi se non siamo tutti compagni di sofferenza in una colonia penale (Saturno in Pesci). Le impressioni del viaggio hanno definitivamente cristallizzato il pessimismo schopenhaueriano: a diciassette anni, quando ebbi ricevuto solo una formazione scolastica delle più mediocri, fui afferrato dallo sconforto di vivere, come lo fu il Budda in gioventù quando scoperse l’esistenza della malattia, della vecchiaia e della morte.

 

Se la gioia dilata con l’espansione dell’estroversione, il dolore contrae e increspa nelle pieghe dell’introversione. Non bisogna quindi stupirsi così tanto se gli estroversi sono in genere piuttosto allegri e negli introversi predomini l’umore cupo o triste. Ora, di un pessimismo feroce (d’intensità marziale) eretto a metafisica (cerebralizzazione uraniana), Schopenhauer vede solo il male in questo mondo: il dolore è ovunque, con la vita che diventa un orrore.

 

L’opposizione del trio nei Pesci alla Luna rivela una lacerazione tra i due poli del suo essere: lo spirito e l’istinto, la conoscenza e la natura. Non c’è nulla di meglio della Luna al FC (a maggior ragione, signora dell’Asc.) per simbolizzare l’avvento della vita, l’incarnazione, la radice del desiderio di vivere. È proprio a tutto ciò che si oppone l’istanza saturnina, come un pensiero sganciato da questa base vitale. Da un tale angolo visuale, questo desiderio di vivere è la madre di tutti i mali: siamo imprigionati in un ciclo in cui al desiderio segue il mal di vivere, con la sfera del benessere e della felicità che viene soffocata dal gioco invadente della noia che s’alterna alla sofferenza.

 

Sul piano delle relazioni immediate, quella stessa opposizione colloca il nostro saturniano in contrasto con la madre, dopo essere indubbiamente stato a lei così vicino nell’infanzia. In ogni caso, è lei il simbolo di quella incarnazione che dovrà diventare ai suoi occhi un’autentica caduta. Finirà per rompere con la madre, che lo diserederà. È da lì che proviene la sua misoginia: si conosce il quadro feroce del mondo femminile che questo scapolone incallito traccia nel suo L’arte di trattare le donne. Le sue relazioni con loro non potranno che essere spiacevoli, sarcastiche, che controbilanciano male il suo senso d’insicurezza; rapporti sessuali privi di sentimento (quadratura Venere-Marte), con una mancanza di affetti peraltro riversati sulla sorella Adele a cui scrive tenere lettere (Luna in III). In breve, solitudine affettiva.

 

Il conflitto viene intensificato dal fatto che Marte in Cancro appena sorto forma una quadratura con Venere in Ariete prossima alla culminazione. Con l’intenzione di calpestare la sua libido reprimendola per partito preso, si lamenterà tutta la vita per la tensione erotica della sua sessualità cagna, trattandola come una nemica personale alla stregua della donna, questo strumento del diavolo (Marte in XII). Se riprende la battuta di Byron (“Più vedo gli uomini, meno li amo; se potessi dire altrettanto delle donne, sarebbe ancor meglio”), questo scapolone misogino viene ripagato con la stessa moneta (debilità della coppia Venere-Marte), con le donne che non vogliono saperne di lui. Si comprende così che il filosofo renda il desiderio, manifestazione passionale della voglia di vivere, la fonte della sofferenza.

 

Ma per un essere in cui la dissociazione tra affettività e cerebralità è così pronunciata, una siffatta tensione interiore non è senza ribaltamento nevrotico. Si conoscono i suoi stati fobici: paura di contagio, di incendio, di aggressione notturna, dell’indiscrezione (Luna-Vergine in dissonanza con Saturno). Particolari manifestazioni dell’introversione che conducono a un comportamento di auto-protezione.

 

Il suo disadattamento è d’altronde generale. È il fallimento della sua carriera professionale a Berlino: nel giro di poco tempo, il suo uditorio diminuisce e finisce per parlare davanti a sedie vuote. Oltre ai litigi tempestosi con le donne dell’istituzione. Insuccessi universitari e giuridici aggravati dalla caduta delle vendite del suo libro. Professore senza studenti e scrittore senza lettori, quest’uomo solitario si chiude nella sua stanza e rumina la sua dottrina nel disgusto melanconico del suo fallimento.

 

È naturale che la sua dottrina portasse il marchio della stato depressivo che costituisce lo sfondo della sua natura saturnina. E così, allorché fa della noia lo base stessa dell’affettività umana e, contemporaneamente, il problema specifico della sua visione filosofica. La noia altro non è che un vivere a basso regime, una cavità, un vuoto, un guasto oppure un tempo morto; purtuttavia, non una nota suprema. Ciò malgrado la compensazione della sua quadratura Luna-Giove che lo rende un ghiottone, cliente assiduo di buoni ristoranti, componente che però non basta a sollevare la debolezza interiore, che è motivo della sua metafisica della noia.

 

Tipicamente saturnina, e più specificamente “Saturno-Pesci” è la sua dottrina della liberazione: se il desiderio è alla radice della sofferenza, la sua estinzione ne è il sollievo. Contro il mal di vivere, il rimedio è la negazione della voglia di vivere: grazie alla contemplazione, bisogna liberarsi, ossia rinunciare al mondo e distaccarsi dalla vita. In questo modo Schopenhauer è diventato la grande fonte del nichilismo dell’Europa dei nostri tempi.

 

Dopo aver creato nell’esplosione di una giovinezza intensa (Marte-Urano) l’opera della sua vita all’età di trent’anni (ritorno di Saturno) ed essere poi rimasto nel lungo deserto di una vita monotona, di relativa sterilità, di solitudine e ignorato dal pubblico, Schopenhauer doveva conoscere in vecchiaia l’inizio di una gloria grandemente apprezzata, infine soddisfatto – ritorno luni-cancerino – di passare ripetutamente al dagherrotipo e di lasciarsi ritrarre dagli artisti.

 

SØREN  KIERKEGAARD

 

Non v’è menzione dell’ora di nascita sull’atto di battesimo di Søren Kierkegaard, dichiarato nato il 5 maggio 1813 a Copenaghen. Sarebbe forse nato all’alba, quando Saturno culmina in Capricorno? Poco importa, il pianeta è l’epicentro di una configurazione generale per via del fascio accentratore dei suoi aspetti che vanno dal trigono con il Sole all’opposizione con la Luna, passando per la quadratura a Mercurio, oltre ai sestili con Urano e Plutone, con l’opposizione Luna-Saturno che sembra essere capitale.

 

I segnali saturnini sono immediati: nasce gracile e mingherlino e sarà esile, di piccola taglia con la schiena ingobbita e di salute cagionevole. Per di più grava immediatamente su di lui la pesante tutela di un padre vecchio e depresso, vegliardo di stampo patriarcale: da fanciullo, o follia!, ho ricevuto il costume di un vecchio melanconico. Situazione terribile! Del quale subirà l’educazione cupa e austera.

 

Nello stesso tempo, la sua condizione primaria è quella di sprofondarsi nei suoi pensieri: Non ho conosciuto  l’immediatezza, a seguito di un punto di vista puramente e semplicemente umano. Non ho vissuto; ho iniziato subito con la riflessione. Non ho acquisito un po’ di riflessione con l’età. A dire il vero, sono riflessione dall’inizio alla fine. Sin dall’infanzia solitaria, chiusa, meditativa.

 

L’esistenza silenziosa e oscura che conduce troverà la sua giustificazione nel bisogno fondamentale di coltivare la sua soggettività. Diventare un soggetto è il più alto compito assegnato a ogni uomo; come pure la più alta ricompensa… la beatitudine eterna esiste solo per l’uomo soggetto…È nel dibattito permanente con sé stesso, e nell’aldilà con Dio, che egli cerca il senso del suo destino. Qui, la sua stessa melanconia opera per il suo divenire spirituale, a vantaggio – è vero – di una religiosità della sofferenza. Ma la ricerca, questa cultura dell’interiorità, è la sua più costante preoccupazione, affinché sia “Il singolo” nell’incarnazione della fede. È il soggetto, e lui solo, nel suo universo interiore, che ha la massima importanza.

 

Come Montaigne, è lui stesso la materia dei suoi libri, anche fuori dal suo Diario. L’evento più importante della sua vita è l’episodio del fidanzamento, fatto e poi rotto con Regine Olsen (23 gennaio 1823: quadratura Sole-Saturno), per poi rinunciare per sempre al matrimonio. Non si può leggere uno dei suoi libri senza ritrovare la presenza, diretta o indiretta, della fidanzata perduta, a cui peraltro è dedicata la sua opera nell’insieme (congiunzione Sole-Venere). La frequentazione dei due durò solo qualche mese, con la sua passione che diventa subito il pretesto per infinite meditazioni sull’amore e sul matrimonio. Ma la rottura del fidanzamento, da lui provocata, lungi dall’essere stato un fine, divenne un grande inizio interiore dove la congiunzione Sole-Venere si riunisce all’opposizione Luna-Saturno. Lontano da lei, condannato a un rimorso perenne, prosegue ancor meglio il dialogo interiore con l’immortale beneamata. Nel profondo del cuore aleggerà sempre l’ombra di Regine che per lui sarà stata un amore astratto.

 

Le opposizioni Marte-Giove e Luna-Saturno, affiancate l’una all’altra, innalzano la forza del suo ideale di individuo cristiano per tutta la sua esistenza. Ma questa unione dei contrari non di meno rende conto della terribile ambivalenza che non smette mai di perseguitarlo: in parecchie situazioni, come nell’angoscia, che è un’antipatia simpatica raddoppiata da una simpatia antipatica. Senza dimenticare l’ironia, costituita da un cocktail di cose serie e cose scherzose…

 

Concludiamo con due citazioni che incoraggiano ad accettare l’orario di nascita proposto.

 

Tu, la dominatrice – Regina – del mio cuore, nascosta nel segreto più riposto del mio petto. (Luna-Cancro-FC)

Il mio dolore è il mio castello nobiliare, abbarbicato in alto come come un nido d’aquila sulla cima delle montagne. (Saturno-Capricorno-MC)

 

FRIEDRICH  NIETZSCHE

 

Kierkegaard durante la sua vita è restato solo come Giona nella balena” (Georges Gusdorf). E Nietzsche, condannato dal suo genio alla solitudine più terribile? Nasce a Röcken in Sassonia, il 15 ottobre 1844 alle 9:30 secondo l’atto battesimale scritto di pugno dal suo padre, un pastore protestante. Le sue astralità sono una tessitura di dissonanze in cui regna soprattutto l’opposizione. Non solo ne ha cinque, ma soprattutto ci sono due congiunzioni che si avvicinano alla culminazione – il MC, asse verticale centralizzatore – oltre al fatto che, proprio di lato, è al Sole che si oppone Plutone, governatore dell’Ascendente, due astri alle estremità del sistema solare.

 

Si comprende quindi che Nietzsche – essere essenzialmente diviso, dualistico, teso – sia subito un braciere di iper eccitazione di vita interiore, essendo dotato di pianeti di fuoco come Sole, Marte, Urano e Plutone.

 

L'uomo è una corda, tesa tra l'animale e il Superuomo, una corda sopra un precipizio:
Un pericoloso oltrepassamento, un pericoloso andamento, un pericoloso volgersi indietro, un pericoloso trasalire ed arrestarsi.

 

Da qui le innumerevoli espressioni della sua grandiosa bipolarità: apollineo e dionisiaco, ultra wagneriano e anti-wagneriano, miserabile e superuomo, anticristo e crocifisso, genio e follia… La lacerazione interiore tanto gigantesca è arrivata al punto da far risuonare in lui, in una sfolgorante potenza che qui utilizza le armi dell’estroversione, il soffio dell’abisso pervenuto dalle più lontane profondità, percepito all’esterno come una grande scossa cosmica.

 

Se la dualità lo volge fragorosamente verso il mondo nello stesso tempo in cui si anima la sua vita interiore, e se vive di conflitti, se ne esalta e li esalta, il focolaio incendiario lo consuma attorno a una fragilità originaria. Si ha buon motivo di credere che la morte accidentale del padre nel quinto anno di vita (opposizione Sole-Plutone caricata perpendicolarmente dalla semiquadratura e sesquiquadratura formati dalla quadratura Luna-Venere, con una Luna signora dell’VIII in I) lo abbia segnato per sempre. Ed è a questa stessa configurazione – trasferimento solare dal padre genitore al Padre sacrale – che bisogna attribuire la celebre invettiva che suona le campane funebri di tutto un mondo in cui la fede cade in desuetudine: «Dio è morto!». Le Sacre Scritture non dicono forse, in diverse parti, che Dio abita nel Sole, che in esso ha posto il Suo tabernacolo?

 

La sua interiorizzazione ultima proviene da questa fonte di nichilismo. Assai presto, Nietzsche s’è preoccupato di sé: Chi sono io? è il problema principale dell’adolescente chiuso, ripiegato su di sé, fino a soffrire di solitudine, che si sente intimamente apparentato con il Manfred di Byron: Col Manfred di Byron deve legarmi una profonda affinità: io ho trovato dentro di me tutti i suoi abissi - a tredici anni ero maturo per quest'opera. Manfred, ma anche Amleto, il suo eroe preferito: Davvero si capisce Amleto? Non è il dubbio, bensì la certezza che rende folli. Ma, per poter sentire questo, occorre essere profondi, si deve avere un abisso dentro di sé.

 

Ferito, rivoltoso, anticonformista che rifiuta i valori del benessere, profeta inquietante dedito alla denuncia della tragedia dell’esistenza, apologeta della durezza e dello sforzo per accedere alla condizione di superuomo, misogino chiuso all’eccesso, è l’uomo dai sentieri scoscesi e dalle vette nude e poco frequentate. Nel rapporto col prossimo, prova la sensazione d’essere avvolto nel ghiaccio (nota aggiuntiva di un MC in sesquiquadratura a Saturno in Acquario), tanto da innervosire il suo interlocutore. La solitudine è là, ricercata quasi per sfida, e nel contempo la sfugge. Ma va ad addensarsi sempre più attorno a lui.

 

Dopo dieci anni di insegnamento universitario relativamente mediocre, Nietzsche abbandona la cattedra e cessa qualsiasi attività professionale all’età di 34 anni per motivi di salute, convinto che la morte incomba su di lui a 36 anni, età del decesso di suo padre. Ormai, supremazia generale delle dissonanze, sarà sempre malaticcio, tormentato dai dolori, quasi cieco, più o meno recluso, sia che si rintani presso la madre o che si abbandoni a una vita errabonda. Tanto più che il successo si fa attendere, i suoi libri non si vendono, la quarta parte di Così parlò Zarathustra è stampato in soli 40 esemplari in mancanza di un editore… I suoi amici l’abbandonano, con l’eccezione di uno o due.

 

Ma chi avrebbe potuto seguirlo fino alla fine della sua suprema avventura, soprattutto quando la demenza si aggiunge all’incomprensione del genio? All’inizio del 1889, il crollo mentale: una paralisi generalizzata di origine sifilitica, che questa volta lo isolerà in una notte pressoché totale, fino alla morte sopravvenuta undici anni dopo.

 

 

L E T T E R A T U R A

 

Affrontando la letteratura, occorrerebbe prendere in esame tutta una popolazione di autori; rassegniamoci a presentarne solo qualcuno dei più rappresentativi tra loro.

 

«La Luna è spesso nella zona di forte intensità alla nascita degli scrittori. Il temperamento Luna è quindi dominante in questo gruppo» ripete Michel Gauquelin. A tale temperamento corrisponde un ritratto-tipo dello scrittore: buon parlatore, spirituale, sognatore, sensibile, dolce, acuto, languido, impressionabile; tanto più predominano i tratti dell’introverso, precisa, quanto più ci troviamo nel regno dell’immaginario.

 

Se lo scrittore estroverso è fatto soprattutto per la narrazione oggettiva, per descrivere la vita del mondo: romanziere realista, poeta descrittivo… lo scrittore introverso esprime la realtà sonnecchiante nelle profondità del suo essere. Si conosce la famosa confessione di Gustave Flaubert dalla Luna al MC: sono io madame Bovary! Il romanziere introverso è soprattutto all’ascolto dell’anima e può dar vita ai personaggi del suo romanzo solo facendo parlare le proprie voci interiori. Egualmente abbiamo qui il poeta intimista che apre il suo cuore, il poeta dell’anima, della realtà interiore, che capta il canto sottile proveniente dalle profondità della vita psichica.

 

E lo scrittore diarista? Nel suo Trattato di caratterologia René Le Senne ha cura di differenziare questo particolare genere di taccuini fatti di annotazioni dalle cronache o dalle memorie. «Non soltanto il redattore del Diario scrive per sé stesso, ma ciò che lo interessa non è la materia oggettiva degli avvenimenti che provoca la sua meditazione, è piuttosto il modo in cui questi avvenimenti lo colpiscono. Ciò che egli analizza non è costituito da questi… Mediante la composizione di un diario intimo il sentimentale (Emotivo-Inattivo-Secondario) soddisfa il suo gusto della solitudine, il bisogno di meditazione morale, la curiosità per sé stesso, l’attaccamento al passato, la prudenza, l’interesse per l’ideale. Tutte queste tendenze si compongono nella sua introversione.» Gli autori dei diari intimi, cronisti dell’anima, sono certamente i più introvertiti degli introversi, con la loro opera dedicata a sé stessi in cui si studiano, si parlano, si giudicano e si chiudono nel loro ego. Ne abbiamo già fatto conoscenza con Montaigne, Rousseau, Maine de Biran, Kierkegaard; seguono Sénancourt, Vigny, Thoreau, Amiel…

 

L’introversione arriva a dar man forte nella sfera letteraria con il Romanticismo, in cui irrompe una liberazione personale, la fioritura dell’anima; oltre al fatto che domina ancor di più nel Simbolismo allorché la scrittura diventa avventura spirituale. Non saprei mai ringraziare abbastanza Guy Michaud, professore all’Università di Parigi X, per i numerosi richiami ai diversi autori che mi autorizza a fare qui di seguito, e tratti dal suo magistrale lavoro Message poétique du Symbolisme (Nizet, 1947).

 

 

FRIEDRICH  SCHILLER

 

Marbach, 10 novembre 1759 alle ore 24:00 (secondo la sorella). Meglio rinunciare a trattare Schiller, seppure citato da Jung in raffronto a Goethe – Sole di mezzogiorno dell’uno di fronte al Sole di mezzanotte dell’altro? – in quanto il suo tema di natalità presenta l’intrico di numerose angolarità.

 

 

FRIEDRICH  HÖLDERLIN

 

Lauffen am Neckar, il 20 marzo 1770 (atto battesimale privo dell’ora di nascita). In Meridian 1987/5 viene proposta la versione delle ore 16:43, che piazza Saturno-Cancro in IV, e va incontro al suo trauma originario: la morte del padre quando il poeta aveva due anni. La dissonanza generale del tema di natività spiega un’introversione del tipo Pesci-XII-Nettuno. La mente solitaria di quest’essere inquieto lo porta, nell’indistinzione di vita-sogno-poesia, alla mistica del canto religioso dove il poeta è un missionario col dono della profezia. L’idealizzazione illuminatrice di un amore svapora in una comunione estatica con la vita divina della natura e i suoi sacri elementi: l’etere, il sole, l’oceano, la terra, i fiumi…, forze favolose di cui egli, il poeta, si crede messaggero e profeta. Delirio spirituale, prima di sprofondare nel buio della demenza in cui finirà gli ultimi 37 anni della vita.

 

ETIENNE  PIVERT  DE  SENANCOUR

 

Secondo l’anagrafe, Senancour nacque a Parigi il 6 novembre 1770, senza menzionare l’orario. Ma la condizione astrale di quel giorno è in sé sufficientemente eloquente per dare testimonianza su questo personaggio così tipico. Appartiene alla famiglia degli introversi per un eccesso di dissonanze: tra 4 e 6 opposizioni, oltre a 2 quadrature, con un gioco di semiquadrature e sesquiquadrature. Qui conta egualmente la coppia Saturno-Urano con valore di un Super-Io sovraccarico, la quadratura dei quali colpisce il Sole nella sua semiquadratura a Venere. È un essere smembrato.

 

Un’infanzia malaticcia in un’atmosfera sedentaria e gretta di genitori anziani e in disaccordo tra loro, così inizia l’esistenza di Senancour. Assai presto lo vince la melanconia, come pure il bisogno di solitudine. Scopre rapidamente Rousseau, segue le orme del passeggiatore solitario, meditando mentre vaga attraverso boschi, praterie e montagne. Si convince a sposarsi per logica e non tarda a pentirsene, e la sua unione infelice rinforza la misantropia e l’isolamento.

 

Questo eremita contemplativo confiderà il suo disincanto alla scrittura: Rêveries sur la nature primitive de l’homme, De l’amour (glorificazione del divorzio), Libres méditations d’un solitaire inconnu sur le détachement du mondeoltre al gusto particolare di nascondersi sotto diversi pseudonimi, come per aumentare la distanza tra lui e il lettore.

 

Al colmo dell’amarezza e della disperazione scrive il suo capolavoro: Oberman. Una specie di diario intimo sotto forma di 89 lettere che l’autore scrive a sé stesso per confessare la sua estraneità e la sua desolazione. Si presenta come un personaggio che non sa chi è, chi ama, che cosa vuole, che geme senza motivo, che desidera senza avere un oggetto del desiderio e che non vede niente eccetto che non sia al suo posto; infine che si trascina nel vuoto e in una noia disordinata e infinita. Estraneo al mondo e a sé stesso, eroe di incurabile tristezza che gusta la voluttà della melanconia … sulle vette di solennità e di austerità che ha scalato, Oberon ha trovato solo luoghi perpetui, una neve … incrostata che le estati non sono mai riuscite a fondere; cuore ghiacciato dal ragionamento diventato da ormai troppo tempo la sua impotenza a vivere, a immagine della paralisi in cui finirà.

 

NOVALIS

 

Weißenfels, Prussia, il 2 maggio 1772 alle 2:00 (atto battesimale). L’Ascendente cade a metà dell’Acquario con Saturno che tramonta a 23° del Leone, allineamento in doppia quadratura di una congiunzione Sole-Urano, con aspetti a Nettuno.

 

Il misterioso cammino si dirige verso l’interno … ecco la via dell’idealismo angelico del grande mistico del Romanticismo. La natura meditativa di Novalis lo porta a dedicarsi a un’intuizione capace di restituire le realtà fondamentali della vita. Questa via spirituale è quella del Dio nascosto nel profondo del cuore, lo scopo essenziale è quello di avvicinarsi al centro divino dell’anima. E così, tramite la natura e l’amore, non smette di stringere un’alleanza con le potenze notturne, fino alla morte sopravvenuta nel suo ventottesimo anno di età.

 

HEINRICH  VON  KLEIST

 

Francoforte sull’Oder, il 18 ottobre 1777 alle ore 1:00 (atto battesimale). Luna, Giove e Saturno angolari, con quest’ultimo tuttavia dominante fino al punto di formare il personaggio centrale del suo universo interiore; Saturno in Scorpione che è contemporaneamente congiunto al Sole e Mercurio, opposto alla Luna e in doppia semiquadratura a una quadratura Venere-Marte. Il Kleist della posterità in effetti si presenta come un “saturniano della mezzanotte nato nell’ora della culminazione della Luna e nel momento più basso di un Sole autunnale.”

 

Possiamo così oltrepassare rapidamente il Kleist lunare che la tradizione aristocratica famigliare destinava all’esercito e il Kleist gioviale che, sfidando l’indignazione dei suoi, ha la forza di strappare la vecchia uniforme prussiana. Un Giove in Leone che peraltro lo spinge all’ipertrofia dell’Io nelle pose più vanitose e più spettacolari: l’ambizione, la passione per la gloria. Ma la grandezza di cui è assetato egli la cerca precisamente in direzione delle tendenze della coppia Luna-Saturno sul meridiano, dopo aver dovuto rinunciare anche alle delusioni amorose di Venere in Vergine dissonante a Marte, Saturno e Urano.

 

E così arriviamo all’introverso, con tutto che in lui determina una interiorizzazione sempre più spinta, una chiusura nelle profondità della sua soggettività. Questo marcato schizotimico è un egocentrico schizoide che mostrerà una forte ripugnanza ad adattarsi alla vita sociale per chiudersi in una solitudine dove si abbandona al suo mondo immaginario con le sue stravaganze pulsionali.

 

Così si presenta l’esaltazione romantica del poeta, calato in una “stagione infernale”, abbandonato al suo demonio interiore. Niente può esprimerlo meglio della sua prima grande opera drammatica: Pentesilea, l’antica guerriera che si abbandona all’efferatezza, a una follia antropofaga demoniaca (Crono), regressione a uno stato primitivo che si accompagna alla disperazione di vivere e al gusto Saturno-Scorpione dell’annientamento. Tutto gli si chiude, famiglia, pubblico, patria… e poi verrà la miseria e la malattia.

 

La sua solitudine non poteva non suscitargli l’ossessione del suicidio (Saturno-Scorpione). Aveva già proposto a sua cugina Marie, di cui era stato molto innamorato, di uccidersi insieme, un destino tragico che lei rifiutò. In lui, la donna, l’amore e la morte si tenevano compagnia: raccordi di Saturno con Luna e Venere, essa stessa in congiunzione a Nettuno, signore della VIII. Doveva finalmente riuscire a compiere un suicidio a due con l’ultima donna amata, Henrietta Vogel, all’età di 34 anni sul lago di Wannsee.

 

FRANZ  GRILLPARZER

 

Vienna, 15 gennaio 1791 alle 10:30 (ricordo di sua madre). Saturno all’Ascendente, in quadratura al MC e in doppio sestile alla Luna e al Sole-Capricorno, oltre a Mercurio-Marte in Acquario.

 

Pessimismo e tragedia. Un’unica frase di Lionello Vincenti sarà sufficiente a inquadrarlo: «Nelle note degli innumerevoli “diari” in cui Grillparzer si osservava e si studiava con implacabile severità, si manifesta un’instabilità tormentata e uno squilibrio profondo: il suo unico rifugio era la poesia

 

Dualità del personaggio: di fronte a Saturno-Ascendente si trova un Giove-Discendente, polo del suo lato estroverso. Qui si presenta il direttore del servizio degli archivi ministeriali (Saturno); ma poiché l’uno nuoce all’altro, ciò doveva produrre sia un disadattato alla carriera di burocrate che un autore criticato sino all’oblio.

 

ALFRED  DE  VIGNY

 

Loches, 27 marzo 1797 alle 22:00 (anagrafe). Ci si aspettava di trovare Saturno e questi si fa pregare… Non è angolare, è senza dominio, forma solo una quadratura a Venere; occorre elemosinare un quintile al MC e un biquintile all’Asc.? E la Luna non lo salva, forma solo una sesquiquadratura all’Asc. Ma Nettuno corre in soccorso per via della sua posizione sull’Asc., la signoria su Mercurio-Venere-Giove e il trigono a Mercurio. All’immaginario di Nettuno-Scorpione, caricato di drammaticità da Plutone al FC e Saturno in VIII, si aggiunge la forte e tesa cerebralità dell’opposizione di Urano-Vergine al MC con Mercurio. Pertanto si può collocare, secondo Le Senne, Alfred de Vigny “tra i sentimentali introversi”.

 

Inizialmente, il suo destino si gioca non di meno sulla dualità dell’opposizione Nettuno-Marte sull’asse Asc.-Disc., con il primo che poggia sul trio planetario dei Pesci e il secondo sulla presenza dei luminari in Ariete. Ora, fortemente influenzato da una madre tirannica, Vigny era dapprima destinato a una carriera militare: Fui allora preso più che mai da un amore veramente sfrenato per la gloria delle armi… Mi accorsi solo molto più tardi che il mio servizio militare era solo un lungo sbaglio e che avevo portato in una vita molto attiva una natura molto contemplativa. Dualità del Fuoco e dell’Acqua. E Sainte-Beuve poté affermare: «Le sue due vocazioni tiravano in senso contrario». E Chatterton avrà l’ultima parola: In te il sogno uccise l’azione. Il lavoro del poeta è il sogno. Bonaparte o Byron, poeta o condottiero. Se Marte non ha sovrastato Nettuno, forse va imputata una costituzione fisica fragile e malaticcia, insieme a una ipersensibilità che lo rende sedentario; ma ancora e soprattutto il pesante clima di famiglia che ha dolorosamente contrassegnato la prima infanzia.

 

Nel suo Trattato di caratterologia, Le Senne si è dedicato a un corposo studio su questo poeta, facilitato dalle confidenze fatte da Vigny nel suo Journal d’un poète. Si parla della “sua estrema sensibilità repressa sin dall’infanzia.” Da ciò ne segue un carattere vulnerabile, riservato, distante, con qualche rigidità. Si definisce nato serio fino alla tristezza e profondamente ferito, ma troppo fiero per lamentarsene. L’atteggiamento di base è il ripiegamento su di sé; chiama questo movimento “rientrare nel silenzioso lavoro”. La maggior parte della vita sarà trascorsa nella meditazione di sé stesso. La voce del mio pensiero si fa udire così alta che il rumore esteriore non la soffoca; la fatica dell’animo mio parla forte e sempre. Fino a un certo “sonnambulismo” in cui lo sprofondano l’immaginazione e il sogno. L’oggetto della meditazione intima dell’Io è l’Io stesso. Sono sempre in conversazione con me stesso. «Da Chatterton al capitano Renaud, da Mosè a Sansone, è di se stesso che parla o se stesso che canta» conviene Le Senne. Giungerà finalmente a dirsi: sono stanco di me da morirne.

 

Questa vita interiore assume un marcato carattere di chiusura a tipica tonalità Pesci, accentuata dalla concentrazione di 5 pianeti in IV. Vigny ha insistito sul suo attaccamento alla vita solitaria, il suo rifugio. La solitudine nel genio (Mosè), nella felicità (La Maison du berger), nella pietà (Eloa), nell’amore (Samson), come nella disgrazia (La mort du loup). Finirà per abbandonare Parigi per la sua “torre d’avorio” nell’Angoumois, tenendo all’onore di soffrire in silenzio, ma finendo per ammettere che… la noia è la più grande malattia della vita. Non mancano le citazioni più amare sulla sofferenza che nasconde: La mia tristezza nata con me … Solo il silenzio è grande, tutto il resto è debolezza … La verità sulla vita è la disperazione. È cosa buona e salutare il non avere alcuna speranza… Non è in fin dei conti la voce nichilista di Plutone governatore dell’Asc. al FC?

 

 

GIACOMO  LEOPARDI

 

Recanati, 29 giugno 1798 alle 19:30 (atto di battesimo).[1] A Saturno va accordata preminenza per via della posizione al Disc., in congiunzione al Sole in Cancro e la signoria sull’Asc., come anche sulla Luna in Capricorno.  Disposizione di mutua ricezione Luna-Saturno angolare di pericolosa chiusura su di sé, e per di più in un clima di culminazione nettuniana.

 

Tale segnatura riflette bene questo essere dalla salute assai delicata, dall’anima tenera e vulnerabile, la cui precoce avidità di vivere colma nell’infanzia un sentimento di grande solitudine e una dolorosa oppressione famigliare, tramite l’ebbrezza della lettura e un accanimento in studi folli e disperati, fino alla prostrazione in cui si ritroverà a vent’anni, in uno stato di semi infermità. La delusione amorosa si unirà allo sconforto fisico e morale. Trascorrerà l’esistenza tentando di sfuggire alla cerchia famigliare, di cui si sente prigioniero, senza potere uscire dall’irretimento dell’infanzia, dell’ambiente, della casa, della terra natale, tutto il resto essendo solo vagabondaggio.

 

L’ispirazione del grande poeta romantico italiano è divisa tra il richiamo della giovinezza, un ardente desiderio di vivere in una gioia di felicità primaverile (aspirazione della congiunzione Venere-Giove in Toro in trigono alla Luna) e quell’accento doloroso che giace nelle sue profondità. Tanto che egli canta soprattutto il tema della disperazione del cuore che batte a vuoto, del vano desiderio, della speranza svanita; come se, con quella Luna in Capricorno in opposizione a Saturno, gli fosse preclusa la donna. Piaceri, figli dell’angoscia… tutto è vanità fuorché il dolore…

 

Certo, Leopardi si compiace dell’aggravamento delle sue sofferenze, ma è vinto dall’ipocondria. Soprattutto lo rode la noia: «Ne è completamente pieno e penetrato» (Schopenhauer). Il mondo come la natura è silente attorno a lui. Dopo essere fuggito dalla sua campagna natale ed essersi chiuso nella sua biblioteca, dopo aver cercato un impossibile rifugio nei ricordi d’infanzia e verso una storia lontana, farà il grande ripiegamento interiore, riportato alla coscienza di sé in una bruciante e gelata solitudine, senza altro eco all’infuori della sua profonda melanconia.

 

GERARD  DE  NERVAL

 

Parigi, 22 maggio 1808 alle 20:00 (non c’è menzione dell’ora sul certificato di nascita; la fonte è biografica, conformemente al documento visionato in data precedente l’incendio del municipio). Se Nerval tenta fino all’ultimo l’avventura poetica segretamente racchiusa nel mistero interiore dove la poesia si fonde con la metafisica e la mistica, è perché vive il dramma della ricerca del proprio Io: Sono l’altro, arriva a dire per esprimere la percepita dualità interiore (5 astri di fronte ad altri 3 lungo l’orizzonte). Quell’altro, di cui la sua opera riporta parecchie testimonianze con lo sdoppiamento dei personaggi. Lo si capisce ancor meglio con Nettuno all’Asc.: è permanente l’osmosi tra sogno e realtà, ciò che chiama il travaso del sogno nella vita reale. Anche la sua scrittura è impressionista con dei contorni sfumati e personaggi fusi nella loro atmosfera.

 

Nel febbraio 1841, Gérard ha la sua prima crisi di follia: psicosi che s’alterna all’agitazione maniacale seguita da prostrazione (opposizione Marte-Saturno) su sfondo allucinatorio (Nettuno). Ancora un doppio di sopra e infra, strana confusione del genio e di demenza nel viaggio alla fine della notte.

 

Sono io Amore o Febo? Lusignan o Biron? … La mia unica stella è la morte … dopo essersi scissa, cangiante in un doppio scintillio, s’è atomizzata sul liuto costellato del poeta. I due gruppi astrali da una parte e dall’altra dell’orizzonte non sono forse la rappresentazione di un essere lacerato tra la brutalità della materialità (Marte-Toro) e la fascinazione dell’immaginario, condannato a vivere nell’insoddisfazione della realtà e a subire la seduzione dei sogni, con genio e follia, derisione e inspirazione che s’intrecciano? Oppure anche la successione di crisi mentali e ritorno alla salute quando, con la penna in mano, Gérard si rimette a vivere il suo sogno?

 

L’ossessiona la ricerca dell’immagine della donna scomparsa (opposizione Venere-Saturno-Scorpione incorniciati dalla Luna signora dell’VIII e Marte signora della IV): «La morta». Aurelia, l’attrice Jenny Colon, che quest’uomo sconsolato scambierà con Isis, con la Vergine e con sua madre, prematuramente scomparsa nell’infanzia, in una specie di richiamo della tomba. Perseguitato dal suo doppio, lo spettro della solitudine, disperato e in miseria, Gérard verrà trovato all’alba del 26 gennaio 1855, appeso a un lampione della rue de la Vieille Lanterne a Parigi.

 

EDGAR  ALLAN  POE

 

Boston, 19 gennaio 1809 verso le 2:00 (“3 ore dopo aver lasciato il teatro”, secondo la madre). Se calcolato per le ore 2:00, l’Asc. si colloca a metà dello Scorpione e il MC a fine Leone. Poiché l’ora è approssimativa, ci sentiamo autorizzati a operare un aggiustamento, risultando più appropriata la versione delle 2:30 che fa entrare Saturno in orbita di congiunzione all’Asc., mentre viene particolarmente valorizzata la congiunzione Saturno-Nettuno in I e in quadratura al MC, con la Luna che per di più è congiunta al FC. La valorizzazione di Saturno viene rinforzata dal sestile dell’astro con la congiunzione Sole-Mercurio in Capricorno; come è valorizzato Nettuno tramite le quadrature con Luna-Venere in Pesci, dove si trovano anche Giove e Plutone. Ancora una volta Saturno, Nettuno e Luna sotto le luci della ribalta. Ma a essi si aggiunge Plutone governatore dell’Asc., congiunto al trio Luna-Venere-Giove e in semiquadratura a Sole-Mercurio. Il tutto compone più largamente un complesso: Plutone-IV-VIII: la quadruplice congiunzione è in IV, la Luna entra in gioco come signora dell’VIII.

 

È nota la storia collegata a queste associazioni: la madre di Edgar, abbandonata dal marito, muore tisica quando lui ha due anni, e il bambino assiste al decesso. Lo psichismo del poeta ne viene segnato per sempre, il che lo spinge sull’orlo dell’abisso.

 

Ho potuto amare solo dove la Morte mescolava il suo soffio a quello della Bellezza.

 

A 14 anni, quando scrisse i suoi primi versi, s’innamora della madre di un suo compagno, destinata alla pazzia e a una morte prematura (stanze Ad Elena). A 26 anni, sposa la cugina Virginia (Luna-Venere al FC): il profilo dalla fronte alta e pallida, la pelle che nulla ha da invidiare all’avorio più puro, e poi la capigliatura corvina… moribonda che morirà lentamente di tubercolosi a 25 anni: ogni volta provavo l’agonia della sua morte e a ogni accesso della malattia, l’amavo ancor più teneramente… Similmente s’invaghisce della poetessa Frances Osgood, anch’essa affetta da tisi e destinata a morire quattro anni dopo. La ripetizione infinita dell’incubo terrificante che fa ritornare il fantasma della madre. Bizzarro Edgar, destinato a rivivere le macabre immagini del suo lutto, tanto orribili quanto consolatrici e care al suo cuore. La morte addirittura giunge a prendere il posto della vita nella sua opera, dal potere vampirizzante (Ligeia, Morella…).

 

Fin dove arriva la sua introversione? Una delle sue prime poesie giovanili s’intitola Solo. Il sentimento di solitudine è il clima che gli s’insedia nell’anima sin dall’infanzia, rendendolo sognatore, quasi già visionario (Luna-Nettuno-Pesci su sfondo saturnino). Ma non è meno abitato da un’intensità (Urano-Scorpione all’Oriente) che rende passionale questo essere indipendente ed esigente, alternante incessantemente tra l’esaltazione più sfrenata e l’ossessione del suicidio (Asc. tra Urano e Saturno), sulle frontiere del sogno e della realtà. Con l’uso dell’oppio, un universo fantastico ossessionerà i sui giorni e le sue notti, sprofondandolo nella melanconia, fino alla disperazione del suicidio.  Nelle sue opere, i temi estatici si uniscono ai temi della morte; i racconti fantastici si riempiono di macabro, d’ossessione e d’angoscia. Senza dimenticare la caduta nel bere: le sue crisi di etilismo lo rendono l’immagine di un ossesso agli occhi dei suoi contemporanei, vagante nelle strade, smarrito, in fuga, per finire come un relitto. Ma quale opera è venuta dalle sue profondità?

 

HENRY  DAVID  THOREAU

 

Concord, Massachusetts, 12 luglio 1817. Non si dispone dell’ora del Rousseau americano, ma le astralità del giorno di nascita parlano di per sé, con Saturno in Pesci legato per aspetto a tutti i pianeti, eccetto i trans saturniani, in particolare a Sole, Mercurio e probabilmente alla Luna in Cancro.

 

La fissazione materna, per niente morbosa, s’è trasferita con forza sulla “madre natura”. Da qui il sogno di una vita “naturale”, la felicità presso uno stagno e nelle foreste, la rivelazione dell’ecologia. C’è del Robinson e del ritiro religioso in questa ricerca romantica del “buon selvaggio”.

 

Sognatore indipendente, alla ricerca della tranquillità, della solitudine, della natura selvaggia, che fugge la società degli uomini, rinuncia ai vantaggi di questa per trovare nella sola meditazione quotidiana della natura la materia del suo immenso Diario dove scrive i suoi sentimenti ed emozioni. E così «continua dal 1837 al 1860 nella solitudine la redazione quasi amorosa dei suoi “fidanzamenti” ininterrotti con le pietre, le piante gli uccelli che sono i suoi vicini nel Massachusetts: ciò costituisce 39 volumi manoscritti nei quali la sua sensibile anima sembra aprirsi pagina per pagina.» (Le Senne)

 

…Non pagò le imposte, non andò a Messa, non rubò, non si sposò, non mangiò carne, non bevve vino, non fumò, visse da solo…si presenta così nel suo Diario intimo questo poeta naturista e libertario alla ricerca del grande Pan, genio saturnino ombroso che rifiuta la società, come se fosse chiuso nell’uovo cancerino del suo mondo interiore.

 

EMILY  BRONTË

 

Thornton nello Yorkshire, 30 luglio 1818 alle ore 15:00, biografia. Saturno in Pesci sta al FC in opposizione a Venere e Marte, signore dell’Asc. Privata di affetti e di cure sin dalla scomparsa della madre quando aveva due anni, poi messa in un severo orfanotrofio, Emily Brontë è un caso esemplare di saturniana legata al FC, il cui desolato paesaggio interiore si accorda con la solitudine desertica delle brughiere e delle lande dello Yorkshire dove vive, abbandonata a sé stessa, con il suo clima psichico che si armonizza con le raffiche di pioggia e le tempeste di una natura infuriata. Saturniana dall’esistenza limitata e stoica che si abbandona alla contemplazione della natura e per la quale la vera vita è costituita da tutto un mondo immaginario. Questo mondo aspro e duro di drammatica sensibilità verrà trasferito da questa introversa passionale nel suo Cime tempestose.

 

CHARLES  BAUDELAIRE

 

Parigi, 9 aprile 1821 alle 15:00, anagrafe. Una singolare figura quella formata dal tema di Charles Baudelaire, che concentra 7 astri su uno spazio di 22°, in un raggruppamento di congiunzioni, oltre a quella di Urano-Nettuno di quell’anno. Prima di tutto, ci troviamo in un clima di rinnovamento ciclico e non è per nulla sorprendente che Baudelaire abbia creato un “fremito nuovo” (Hugo), abbia portato un “nuovo modo di sentire” e sia considerato come il precursore-iniziatore della poesia moderna. È lui che ha inaugurato l’età della poesia che ancora oggi è la nostra.

 

La sovrapposizione dello stellium (dove Venere e Giove affiancano Marte, Saturno e Plutone) in gran parte in Ariete e in VIII, illustra clamorosamente l’esplosiva ambivalenza dell’istinto vitale e dell’istinto di morte, in lui così caratteristici: Sin dalla più tenera età ho sentito nel cuore due sentimenti contradditori: l’orrore della vita e l’estasi della vita… In ciascun uomo ci sono sempre due sollecitazioni simultanee: l’una verso Dio e l’altra verso Satana... Dualismo del suo essere lacerato tra la seta di una purezza ideale e la fascinazione dei “fiori del male”, sprofondamento nei meandri del nulla.

 

È su questo sfondo che Saturno è elevato al rango di sovrano. Il MC compone un triangolo dissonante tramite le semiquadrature al primo quarto di Luna in Cancro in X, con questa che forma una quadratura al Sole, unito con la precisione di 2° di scarto a Saturno; il quale è anche in orbita di congiunzione a Venere e Giove, non lontano da Marte e Plutone.

 

Nel suo Message poétique du symbolisme (Nizet, 1974), Guy Michaud ha rilevato questa segnatura saturnina: «Baudelaire, come aveva molto ben compreso egli stesso, è un saturniano. Non solo ne ha la fisionomia: labbra strette, naso dalle alette rattrappite, tempie incavate, occhi infossati nelle orbite. Ma ne ha pure i tratti psicologici: intensa vita interiore, sensibilità inquieta e tormentata, potenza di riflessione e di concentrazione, gusto per la metafisica e per le speculazioni astratte, e soprattutto il “sentimento della solitudine” e le “pesanti melanconie” provate sin dall’infanzia … Rientrano evidentemente in tale “saturnismo” alcuni temi come lo spleen, l’ossessione della morte e il predominio del nero che contraddistingue la sua poesia…»

 

Tramite René Laforgue, conosciamo la versione psicoanalitica del suo trauma infantile, espresso dalla quadratura dei luminari, in tensione con il MC: un potente e profondo attaccamento alla madre (Luna-Cancro) e la morte del padre, quando il poeta aveva cinque anni (congiunzione Sole-Saturno in VIII), con l’odio verso l’amata madre che si risposa l’anno successivo (quadratura alla Luna) e il bambino spedito in collegio. Simile alla caduta da un paradiso per sempre perduto, Baudelaire si piega su se stesso e l’anima si richiude su una grande tenerezza rimossa (congiunzione Venere-Saturno). A dieci anni, si sente solo al mondo, un melanconico aspirato dal vuoto, che si porta dietro la noia, lo spleen, un disgusto che Sartre assimila alla nausea e all’impotenza di vivere. Da lì l’evasione nel sogno, il grande viaggio interiore, una vocazione alla poesia, non senza il richiamo dei paradisi artificiali: Ogni giorno d’un passo, scendiamo verso l’inferno.

 

Niente evoca meglio l’ammasso dei sette pianeti in VIII di ciò che Guy Michaud definisce il suo “cimitero interiore”, con i Fiori del male, dove il canto delle folli voluttà del vino e dell’oppio sprofonda in un macabro universo in cui l’essere è ossessionato e assetato di morte.

 

Malato, murato nel silenzio di una paralisi generale sifilitica (emiplegia e afasia), muore a 46 anni di congestione cerebrale (congiunzioni in Ariete in VIII).

 

HENRI  FRÉDÉRIC  AMIEL

 

Ginevra, 27 settembre 1821 alle 10:00 (anagrafe). Vicino astrale di Maine de Biran e di Sénancour, Amiel appartiene alla categoria degli introversi di tipo dissonante e dissociato. Quattro pianeti rapidi stanno di fronte a tre lenti, formando cinque opposizioni tra cui Luna e Mercurio con Saturno, come pure il Sole con Plutone governatore dell’Asc. in IV, l’uno e l’altro per di più in doppia quadratura a Urano-Nettuno, senza dimenticare Marte in quadratura a Giove-Saturno!

 

La sua povera esistenza ha inizio sotto il segno di Venere in Scorpione in XII, signora dei luminari così fortemente dissonanti: con il Cancro in VIII, perde la madre a nove anni e il padre si suicida due anni dopo. Professore noioso, autore oscuro, misantropo dalle rare frequentazioni, eccezion fatta per un gruppetto d’amici (luminari in XI), con le sue solitarie fantasticherie in mezzo alla natura, la vita trascorre tra numerosi intrighi di donne, da scapolo cavilloso – rimasto vergine sino a 39 anni – spulciando invano e senza fine le candidate al matrimonio.

 

La sua vera vita trascorre nel silenzio della sua mansarda, chiuso nelle letture e, colmando un’insufficienza d’essere, nella redazione del Diario intimo: 40 volumi di 16840 pagine! Narcisista instancabilmente immerso nell’introspezione per 34 anni, senza mai rompere il monologo quasi permanente con se stesso. Lacerato com’è dalle sue opposizioni, è votato allo stallo dal blocco dello slancio vitale, e la sua tendenza naturale e quella di convertire tutto in pensiero. Analizzando minuziosamente e senza sosta il turbinio di sensazioni ed emozioni, il Diario giunge a preservare l’integrità di un essere che si sente affondare, sparire, morire ogni giorno, deperendo, svanendo, e l’inchiostro della penna diventa la sostanza più certa della sua vita.

 

Il Diario intimo in effetti è una confessione di sé a sé, con Amiel che arriva, non senza tetraggine, a vivere unicamente per confidarsi a se stesso in un perfetto confinamento egocentrico. Io che sono divorato e distrutto dalla solitudine, mi rinchiudo nella solitudine e sembro non sentirmi a mio agio se non con me stesso, e di bastare a me stesso. Disposizione al raggomitolamento di un essere che, retratte le zampe, vive nel guscio, accartocciato sotto la corazza. Purezza solitaria: è là che la vita interiore dev’essere l’altare di Vesta il cui fuoco deve bruciare notte e giorno. L’anima è il tempio santo di cui siamo i leviti. Tutto dev’essere posto sull’altare rischiarato e passato al fuoco dell’esame, e l’anima si deve consacrare alla coscienza della propria azione e della sua volontà. Fino all’introspezione dolorosa e tirannica, in travagli di coscienza e scrupoli paralizzanti di un carnefice interiore e accusatore, nei confronti delle sue miserie, melanconia, sterile onanismo intellettuale, del suo nulla vitale.

 

EMILY  DICKINSON

 

Amherst, Massachusetts, 10 dicembre 1830 alle ore 24:00 (secondo la biografia E.D. di W. Harrings, 1892). Mentre la congiunzione Sole-Mercurio-Venere passa al FC in Sagittario, Saturno in Vergine s’è da poco alzato all’Oriente, con l’Asc. in quadratura al trio planetario e in semiquadratura alla Luna in Scorpione, una Luna che rimanda alla congiunzione Marte-Plutone in Ariete in VII.

 

Ecco un temperamento esigente, tuttavia coartato in un’austera educazione calvinista e vittoriana che, a forza di ripiegarsi su di sé, è approdato al soliloquio volto al solipsismo.

 

Un amore infelice per un pastore protestante, a cui rinuncia per evitare di spezzare la vita di un’altra donna, è l’unico avvenimento basilare della sua vita. Eccezion fatta per un breve soggiorno a Washington, dove s’è ordito questo destino, ella trascorre tutta la vita in ritiro dal mondo, reclusa nella magione di famiglia, solo tra pochi intimi, mai superando il cancello del giardino e rifiutando visite. Per colmare la solitudine dell’anima dolente, scrive in segreto su carte disordinate – buste e fatture – centinaia di lettere, in particolare poesie, di cui ne verranno pubblicate solo tre o quattro durante la sua vita.

 

Ciò che ella scrive in una incisiva passione introspettiva evoca il Sagittario spiritualizzato: romantico desiderio d’identificazione panteista con il Tutto, percepito nel quadro di una passione mistica, ma bloccato dal Saturno virgineo: espressione lirica di una coscienza angosciata, dall’ossessionato paesaggio interiore, dove il tema dominante è la morte piuttosto che l’amore. “Morì per tutta la vita e scandagliò tutti i giorni la morte” (Aiken). “I versi di Emily sprigionano un odore di carcere, ma sono illuminati di pensiero” (Régis Michaud). Colpisce il contrasto Vergine-Sagittario rinforzato dal gioco dei pianeti, con questa fragile zitella in cui alberga il grandioso, tra scetticismo e rivolta, che sovrappone il sacro e il quotidiano, il banale e il sublime, e che finisce per elevarsi fino al trascendente.

 

STÉPHANE  MALLARMÉ

 

Parigi, 18 marzo 1842 alle 7:00 (anagrafe). Nel quadrante che va dalla levata alla culminazione spiccano Saturno in Capricorno al MC, in quintile alla congiunzione Sole-Urano in Pesci in XII, dove si trova anche Mercurio; poi una congiunzione Marte-Plutone in Ariete all’Asc., che forma una quadratura a Giove congiunto a Saturno.

 

La persona e l’esistenza di Mallarmé assumono subito l’accento saturnino-capricorniano della culminazione (opposizione al FC). La madre muore accidentalmente quando lui ha cinque anni; il padre si risposa e lo mette in collegio a dieci anni, oltre al fatto che cinque anni dopo muore la sorella minore. Il bambino è ripiegato su sé stesso, dapprima cerca un rifugio nella religione, poi scopre la passione per la poesia: si presenta come “anima lamartiniana”, subito ispirata da Hugo e Baudelaire, i cui Sole sono vicini al suo, poi da Poe.

 

Si apprestava a entrare nell’arte come si entra nella religione” (Michel Mourre). A vent’anni appena compiuti proclama già la concezione religiosa dell’arte, con il poeta che deve arrivare a essere un sacerdote, un iniziato.

 

È posseduto da un sogno, che lo porta a sacralizzare l’opera, ma pone il suo ideale letterario così in alto da essere schiacciato dalla sete d’infinito e di assoluto poetico, in un doloroso sentimento d’impotenza. Perciò è indotto a una vita di totale meditazione, a pensare il pensiero, una vita di rinuncia, ma anche di solitudine, di pesante abbattimento, fino al punto di trascinarsi come un vecchio pauroso, intento a distaccarsi da sé stesso e dal mondo nell’ascensione interiore al regno della poesia, fino al punto di disinteressarsi di sé.

 

Certamente, possiamo ritrovare – nella quadratura della bruciante congiunzione Marte-Plutone in Ariete al gelido Saturno in Capricorno – il dualismo di Il pomeriggio di un fauno “figli dell’estate”, un invito all’edonismo, e d’Igitur, con Erodiade, figlia dell’inverno, simbolo di fredda nudità, di bianca purezza, dell’inaccessibile azzurro. In effetti, un assoluto che è il disincarnarsi fino al suicidio morale, intima esperienza della morte di un essere prigioniero del suo monologo interiore, fino al più profondo di sé. Poesia che ha portato a una totale crisi depressiva, caricata d’iniziazione metafisica.

 

Dopo aver vissuto lontano dalla letteratura, lontano dal mondo, quest’uomo riservato e intimista finirà per uscire dalla sua prigione interiore, così ben in sintonia con quel Saturno dal complesso Pesci-XII. In età avanzata, con i famosi Martedì della rue de Rome a Parigi, dove nel suo appartamentino si radunano i suoi amici poeti, soprattutto i simbolisti, dei quali è il gran personaggio, su cui irraggia il fascino misterioso della sua persona, venuto da così lontano (Nettuno in Acquario in XI). Come il suo linguaggio poetico, in gran parte ermetico – Pesci-XII – fino all’ineffabile.

 

PAUL  VERLAINE

 

Questo autore non è tanto introvertito quanto i personaggi precedenti, ma il suo contrasto Luna-Marte offre l’occasione di vedere all’opera la coesistenza dei contrari.

 

È a causa del chiaro di luna

Che assumo questa maschera notturna

E di Saturno che inclina la sua urna.

 

A Paul Verlaine spetta di diritto la segnatura lunare: l’astro culmina in Leone. Un flemmatico, dalla morfologia arrotondata e poeta dell’Acqua, amplificato da Nettuno al FC, che l’accompagna [la Luna] per via dell’opposizione. Una quadratura all’Asc. formata da Saturno, non lontano da Nettuno, in Acquario e in sestile al Sole, conclude le caratteristiche di introversione con una punta di melanconia. Questo asse Luna-Nettuno al meridiano forma una doppia quadratura a una congiunzione Venere-Marte in Toro, con quest’ultimo che si afferma fortemente, sia per la vicinanza al Disc. che per la signoria su Mercurio-Urano-Sole-Plutone congiunti in Ariete, come pure sull’Asc. in Scorpione.

 

La preminenza lunare si manifesta inizialmente per via dell’infanzia gracile e melanconica, vezzeggiata, coccolata, covata da una madre chioccia, conseguenza della debolezza di carattere di un essere che si abbandonerà al disordine del triangolo dissonante dell’opposizione Luna-Nettuno: già alla fine del liceo si mette a bere… Ma possiede un tal fascino! Scrive ispirati versi poetici. E soprattutto l’anima esprime i lamenti del cuore, della pioggia, della luna morta: Piove nel mio cuore come piove sulla città…La poesia, in lunghi singhiozzi, lo riporta alla coscienza di sé; la sua anima infantile è sempre alla ricerca di sé stessa, in un poetico “stile sognante” che suggerisce con la sua melodia e le sue sottili sfumature un’intima comunione con gli esseri e le cose.

 

Ma la sua debolezza è insopportabile, e niente ce lo racconta meglio dell’antitesi alto-basso simbolizzata dalla Luna culminante in Leone, trasportata da un Sole incandescente, di fronte a un Nettuno in Acquario saturnizzato al FC, che disturba la congiunzione Venere-Marte. In alto, il poeta delle ricche sonorità musicali e del dono dell’anima nostalgica di tenerezze di Feste galanti, La buona canzone, Romanze senza parole, che ci fa sognare. E in basso, l’autore di Poemi saturnini, l’essere che è attratto dalla voragine dei bassifondi, la depravazione: l’ubriacone attaccabrighe che batte sua moglie e rovina la famiglia per vivere una folle avventura con Rimbaud, il “compagno infernale” a cui spara due colpi di rivoltella. E così, lacerato tra dolcezza e violenza, purezza e sozzura, idealismo e lubricità, finisce la sua vita da barbone, vagando da caffè a caffè, da stanza in stanza, da ospedale a ospedale, consumato dall’alcol e dalla miseria.

 

GEORGES  RODENBACH

 

Tournai, Belgio, 16 luglio 1855 alle 2:00 (anagrafe). Un Saturno verso fine Gemelli, signore della VIII, all’Asc.; Mercurio governatore di Saturno e dell’Asc. congiunto al Sole in Cancro, con la Luna al FC: ecco la segnatura Luna-Saturno di questo melanconico indolente, all’ascolto della musica interiore, dai sogni alimentati di languidi ricordi del brumoso Belgio.

 

«All’esterno, si stentava a percepire la sua tristezza; nel nelle sue profondità era pieno di sogni crepuscolari, d’immagini di preghiere, di malattia e di dolore» (Camille Mauclair). «Era rimasto fedele alle voci d’altri tempi, agli orizzonti impressi sugli occhi dell’infanzia» (Gustave Khan). «Rodenbach è il cantore della terra natale, o meglio del paese natale, e quel paese è un paese del passato: Bruges la morta, soggetto e unico personaggio della sua opera. Ha scritto solo per lei, come se le fosse attaccato da invisibili legami.» Ed era vero. Precisa Mauclair: «Rodenbach trovò nella lugubre città l’esatto prolungamento della propria eredità e dei propri sogni. Ci trovò tutto ciò che amò, tutto ciò che lui era nato per esprimere: le acque silenziose, frementi, le vecchie mura usate come volti, i ricordi di una gloria svanita nei secoli, la tristezza, la bellezza, l’autunno che non finisce mai, le luci velate, la dolce pietà, l’isolamento, la morte armoniosa, il chiostro, i canali, l’idea dell’esilio congiunta all’idea della preghiera e, soprattutto, il silenzio, la cristallizzazione dell’anima addormentata, lontana dal mondo, in pace, il santo silenzio, padre dei sogni, la soave taciturnità che permette alla melodia interiore di emergere.»

 

Il regno del silenzio di un’anima gemella, Luna al Fondo Cielo, che promana da un Sole in Cancro.

 

 

LUIGI  PIRANDELLO

 

Girgenti, Agrigento, 28 giugno 1867 alle 3:15 (anagrafe). In posizione di levata troviamo la Luna in Toro in opposizione a Saturno e Venere in Gemelli.

 

Dalla lettera alla futura moglie:

 

In me son quasi due persone: Tu già ne conosci una; l'altra, neppure la conosco bene io stesso. Soglio dire, ch'io conto d'un gran me e di un piccolo me: questi due signori sono quasi sempre in guerra tra di loro: l'uno è spesso all'altro sommamente antipatico. Il primo è taciturno e assorto continuamente [...], il secondo parla facilmente, scherza e non è alieno dal ridere e dal far ridere. [...] Io sono perpetuamente diviso tra queste due persone. Ora impera l'una, ora l'altra. Io tengo naturalmente moltissimo di più alla prima, voglio dire al mio gran me; mi adatto e compatisco la seconda, che è in fondo un essere come tutti gli altri, coi suoi pregi comuni e coi comuni difetti.

 

In chiusura, Pirandello rimarca la preminenza del “gran me”, il ripiegamento su di sé, l’essere chiuso in sé stesso, che rimanda ai personaggi del teatro pirandelliano.

 

Tutta l’opera del grande drammaturgo siciliano, mentre insinua il sospetto sulla nostra realtà interiore, pone la questione della nostra identità ed esprime la drammatica difficoltà di essere nella tragedia della vita. In tali condizioni, chi non si troverebbe a confronto con i propri sogni, confinato nella propria solitudine, riportato alla propria angoscia esistenziale?

 

MARCEL  PROUST

 

Parigi, 10 luglio 1871 alle 23:30 (anagrafe). Se qualcuno dubitasse dell’astrologia, il tema natale di Marcel Proust finirebbe per convincerlo. Saturno in Capricorno è al massimo della culminazione, di fronte al quartetto Sole-Mercurio-Giove-Urano in Cancro e in IV, mentre la Luna s’appresta a sorgere in compagnia di Nettuno.

 

Siamo quindi nel pieno di un complesso Luna-Cancro di casa IV, coronato da Saturno. Marcel nacque talmente debole che i suoi genitori temettero di perderlo e lo circondarono di cure tanto maggiori quanto lui diede segnali di sensibilità e intelligenza precoce. A 9 anni, il bambino ebbe le sue prime crisi d’asma, da cui sarà afflitto per tutta la vita, raddoppiando così le premure della famiglia. Un album ci tramanda una confessione sotto forma di domanda: «Qual è per te il colmo dell’infelicità?» «Essere separato dalla mamma», risponde nella fissazione di una passione esclusiva.

 

Ma è anche vittima di un eccessivo amore materno, al punto d’essere «un bambino che non ha smesso di nascere, che sempre ritorna alla tenerezza della madre» (Alain). Nello stesso tempo, a immagine dell’uomo-uovo di Salvador Dali, rannicchiato nel suo guscio e centrato su di sé, moltiplica le barriere protettive del suo mondo chiuso: gilè, mezziguanti, cappotti foderati di pelliccia, sparati, taxi, camere accuratamente isolate, cortesie che tengono le distanze, piccoli segreti… Ma la principale corazza cancerina è l’abitazione (IV): la camera da infermo in cui si chiuderà, dopo una breve parentesi di vita mondana. Un posto in cui si chiude in isolamento sempre più profondo, passando dalla stanza tappezzata di sughero di Boulevard Haussmann al nero focolare (F. Mauriac) di rue Hamelin a Parigi. Recluso in queste stanze sinistre, dagli spessi tendaggi neri e con le finestre sempre chiuse, in totale solitudine, si dedicherà all’opera che nutrirà con la più profonda delle sue sostanze.

 

Con psicologia fiabesca, questo bambino cresciuto maneggia la lanterna magica nella sua camera oscura per proiettare le immagini del suo mondo passato, per rivivere la sua infanzia e ritrovarsi in compagnia di sua madre e sua nonna, chine sulla sua culla, principali creature di Alla ricerca del tempo perduto.

 

Occorre in effetti fare una lunga discesa in sé stessi per risalire nel tempo alle proprie profondità e ritrovare la notte profonda dell’anima. Questa realtà psichica è la reminiscenza di un lontano ricordo tramite la vibrazione analogica di una sensazione attuale, con il passato che traspare sotto il presente. E così, emerge l’episodio vagamente nascosto e annullato, come la riviviscenza della medesima sensazione di qualche biscottino inzuppato nel tè… Un modo di ritrovare la propria anima infantile. In questo, non siamo poi così distanti per non ricollegarci, tra le altre versioni psicologiche, a questa citazione di Maurice Sachs: «Credeva in un paradiso che viveva nel ventre della madre, fino al termine dell’infanzia, poiché i suoi piaceri non risiedevano nella vita a venire, ma nella vita che era stata e che mai più avrebbe potuto essere

 

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Fermiamoci qui. Non riusciremmo mai a finire di occuparci degli scrittori introversi, di cui ci manca l’ora di nascita. Senza parlare degli introversi con forte componente estroversa, come Chateaubriand, Lamartine e tanti altri. Proseguiamo la nostra esplorazione in nuove sfere culturali.

 

P I T T U R A

 

Mentre il pittore estroverso, aperto allo spettacolo del mondo, è più vicino alla concretezza della vita, del realismo, della rappresentazione, della figura, il pittore introverso è più incline all’interpretazione dell’oggetto fino ad astrarsene, favorendone la soggettività o usando artifici pittorici.

 

Non si riuscirebbe a caratterizzare meglio il contrasto tra l’uno e l’altro se non confrontando il mondo pittorico di un Rubens – personaggio di gran signore che unisce in modo spettacolare «gli splendori della vita esteriore alle splendide immagini che ne faceva» (Elie Faure) – a quello del tenebroso Rembrandt per il quale l’oggetto, approfondito in silenzio, è «elemento della sua visione fino a raggiungere l’estremo dell’invisibile» (Autore cit.). E ci sono molti modi per sviluppare l’estroversione. Mediante il prodigioso soffio creativo del – tuttavia – saturniano Michelangelo, trascinato nel fiume decorativo di grandiosi personaggi che popolano la volta della Cappella Sistina, il più vasto insieme pittorico del mondo. Più modestamente, con il rigoglio veneziano di un Tiziano, la crudezza di un Jordaens, il lirismo scenico di un David, la frivolezza di un Fragonard, la convulsione di un Van Gogh, o ancora il realismo di un Courbet … Si vedrà addirittura un Edouard Detaille – congiunzione Sole-Marte in bandoliera – talmente compreso nella sua missione di pittore di battaglie che, per comporre le sue scene belliche, indossa addirittura la divisa, attorniato da un carro pieno di strumenti d’artiglieria … «Ci si serve di colori, ma si dipinge col sentimento» (Chardin). Il discreto passaggio dall’estroversione all’introversione sta tutto lì, non privo delle sottigliezze di tale metamorfosi … Ricordiamo qui alcuni pittori che ci sembrano più introvertiti.

 

WILLIAM  BLAKE

 

Il caso di William Blake giunge a proposito per rammentarci che la lettura di un tema di natalità non è data per scontata. Nacque a Londra il 28 novembre 1757 alle 19:30 (autobiografia; dato raccolto da Alan Leo in Urania n. 1, 1825), con tre importanti componenti in forte contrasto tra loro, facilmente identificabili, ma i cui rapporti formano una figura che richiede l’aiuto del personaggio stesso.

 

La Luna sorge nel proprio segno zodiacale, il Cancro all’Asc., in trigono a Urano in Pesci, che culmina in casa IX, e inoltre si collega tramite aspetti minori all’opposizione Saturno-Nettuno e a Mercurio in Scorpione; il quale a sua volta forma un triplice incontro con la congiunzione Sole-Giove ad inizio Sagittario e sta in trigono all’Asc. e al MC. Per farla breve, una segnatura Luna-Urano-Giove.

 

L’uomo ha la costituzione gioviale-uraniana di un gigante con valori Sagittario-IX che lo incitano a irrompere nel mondo, e il suo Urano in Pesci in IX sta in risonanza con quello che sarà la futura generazione dei nostri primi cosmonauti del XX secolo (nati con Urano in Pesci), oltre al fatto che nella stessa epoca (1920-1926) il Surrealismo si manifestava al mondo. Ciò non toglie che, con lui, facciamo conoscenza di uno strano personaggio destinato ad attraversare la soglia di mondi sconosciuti. William è da subito un bambino “posseduto”, con delle visioni: “vede” Dio e gli angeli, conversa con santi e profeti, in un esaltato immaginario. Un simile contatto con cotanto aldilà ne fa un visionario partito per un lungo viaggio spirituale.

 

È posseduto da un mondo vertiginoso e, giustamente, non può accontentarsi di sognarlo solamente, come un contemplativo. D’altronde, la nota gioviale-uraniana abbonda in questo ragazzone dalle spalle larghe e il capo possente, forgiato per agire in grande. Crea dei libri esclusivamente con le proprie mani, incisi, disegnati, colorati e rilegati in brossura. Canti dell’innocenza, visione del mondo con lo sguardo puro dell’infanzia, Canti dell’esperienza, proiezione dell’uraniano, portato dalle delusioni a un’aspirazione libertaria, esaltato dalla Rivoluzione francese… Ma quest’uomo, fatto per un vertiginoso aldilà, abbandona per sempre il mondo visibile.

 

Tutto un universo fantastico, collegato alla grandiosità di un Giove-Sagittario solarizzato e dall’epopea cosmica di Urano culminante in Pesci, sorge dalla sua notte profonda. Senza trascurare la nota intimista lunare del poeta che si rivolge a Dio, Adamo, Giobbe, Satana, ai leggendari personaggi della mitologia e della religione, nei mondi celesti e nei mondi inferi, fuori dal tempo e dallo spazio. È questo, nel soffio vorticoso delle immagini dantesche, l’uragano cosmico delle sue grandiose opere poetiche, dal Libro di Giobbe alla Divina commedia.

 

GUSTAVE  MOREAU

 

Parigi, 6 aprile 1826 alle 9:00 (anagrafe). Saturno è appena sorto in Gemelli, non solo in semiquadratura di Mercurio, il suo governatore, ma anche in quintile a una stretta congiunzione Luna-Plutone in Ariete nei pressi del Sole e in sesquiquadratura a Marte in Scorpione.

 

Non credo né a ciò che tocco, né a quello che vedo. Credo solo a ciò che non vedo e unicamente a ciò che sento. Il mio cervello, la mia ragione mi sembra transitoria e nei fatti dubbiosa. Solo il mio intimo sentimento mi pare eterno e incontestabilmente certo... Sarebbe mai possibile avere una migliore professione di fede di un introverso, che ci avvicina all’intuizione introversa?

 

Certo, Giove in Vergine è in IV vicino al FC, in trigono a Mercurio in Toro. Focalizziamo qui l’aspetto immobiliare di questo artista oscuro e disconosciuto, che vive solo con sua madre, con la sua postuma notorietà che proviene dalla residenza privata (con il suo studio d’artista) di rue Rochefoucault a Parigi, peraltro diventato il museo Gustave Moreau, frequentato assiduamente.

 

Visitandolo, si ha l’impressione che l’artista sia uno strano saturniano, abitato da un mistero profondo (nota Plutone-Scorpione che potrebbe essere sottolineata da un Asc. già entrato in Cancro) e un artista difficile da decifrare. Considerato fuori moda dai suoi colleghi e caduto in oblio dopo la morte, il Surrealismo in lui troverà un precursore della propria avventura.

 

Riconosciamo l’Ariete, caricato di quattro pianeti, nel professore delle Belle Arti che volta le spalle all’insegnamento per avventurarsi da solo, franco tiratore, su vie nuove e approdare a un’arte epica sublimata da una poetica fantastica, in uno sfavillio di gemme, uno splendore di materiali sontuosi e luci insolite. «È un autodafè di immensi cieli in fiamme, di globi appiattiti, di soli sanguinanti, una emorragia di astri che rovinano in purpuree cataratte…» scriverà J. K. Huysmans.

 

Quell’Ariete (Luna nuova nel segno) non è solo un illuminato in anticipo di mezzo secolo sui contemporanei. Egli ritorna a degli inizi in cui, in questo caso, il segno zodiacale si trova in comunione con l’immersione nella primitività plutoniana: Gustave Moreau è il visionario del ritorno alla fonti lontane, reinterpretando i miti, trascinato da una potente forza simbolica.

 

Tramite un linguaggio fortemente ornamentale, carico di oggetti immersi in un’atmosfera di sogno e di ideali, il pittore vive l’arte, così dice lui stesso, come un “silenzio appassionato” da cui trae tutta la sua ispirazione, in una vita da recluso consacrata all’arte. Per via delle sue scarse frequentazioni, oscure e segrete, si vede considerato uno stregone, un alchimista. Dopo la morte della madre, non uscirà più di casa; tutto lo porta a diventare il mago demiurgo di un immaginario mitologico e fantastico: Prometeo, Medea e Giasone, Edipo e la Sfinge… O nobile poesia del silenzio vivente e appassionato! … Verrà il giorno in cui si capirà l’eloquenza di quest’arte muta; è a tale eloquenza che ho donato tutte le mie cure, tutti i miei sforzi…

 

Dietro il silenzio risiede il mistero della congiunzione Luna-Plutone in quintile a Saturno, con Marte – il suo governatore – che l’affligge con una sesquiquadratura. Quest’uomo senza storie d’amore ha amato unicamente sua madre e le sue profondità psichiche sembrano abitate da un archetipo di femminilità inaccessibile, indubbiamente intoccabile, proibita. Ne dà testimonianza l’opera da sogno - largamente consacrata alla inaccessibile bellezza femminile - di Mille e una notte: Salomè, Leda, Pasifae, Fata col Grifone, Chimere, Liocorni, eroine sconcertanti, inquietanti, esseri ossessionanti…

 

PAUL  CÉZANNE

 

Aix-en-Provence, 19 gennaio 1839 alle ore 1:00 (anagrafe). Mentre l’Asc. in Scorpione raccoglie gli aspetti di Sole e Mercurio in Capricorno in III, come pure di Venere e Nettuno in Acquario al FC, il MC riceve quelli di una quadratura di Saturno alla congiunzione Luna-Urano in Pesci; Saturno in trigono al MC è potenziato da Giove, suo governatore, che è appena sorto.

 

Inclinazione della casa III, Cézanne non ha ancora 5 anni e disegna a matita su carta, scarabocchia sui muri: ecco ciò che si trova nelle sue profondità, e che non lo lascerà mai più. Ma che lungo, laborioso e doloroso percorso il suo, per arrivare a esprimere il Bello che lo possiede nel suo intimo (Venere in Acquario al FC, attorniata dal Sole e da Nettuno)! Finirà per aver la meglio sulle inibizioni della sua paralizzante quadratura Saturno-Urano lunarizzata e ramificata al MC.

 

Figlio non liberato di un padre temuto, questo melanconico inquieto, ansioso, è un rude istintivo che morde il freno, un trasgressore timoroso, lavoratore febbrile e dubbioso, che trasmette il tumulto di un’angoscia esacerbata sulle sue tele, ingiuriate, lacerate, calpestate. Un essere non di meno timido, maldestro, insicuro, pudico, dai rigidi costumi, che non salta mai la Messa domenicale. Per via del blocco lunare, le donne gli fanno paura e – diffidente, chiuso, scorbutico – con loro comunica penosamente. In breve, un soggetto difficile, la qual cosa gli guasta le relazioni nell’ambiente artistico, tanto più che si sente un incompreso. Quasi fino alla fine della vita vedrà la propria arte derisa, sbeffeggiata, combattuta. Ovviamente s’inasprisce, s’irrita per tutto e per un nonnulla come un caratteraccio, finendo per isolarsi, chiudersi in se stesso, rifugio di un’ombrosa solitudine. Per farla breve, passerà a lungo per un fallito, una ragione in più per interrogarsi in solitudine. Ma, al di là degli insulti e dell’ostilità, l’ipocondriaco di Aix – laboriosamente, e brontolando nel suo eremo – prosegue il suo cammino meditando profondamente, facendo infine sgorgare - in lenta distillazione della sua arte - dalle profondità della sua miniera, la pepita d’oro di cui si sapeva portatore, frutto sopraggiunto a tarda maturità. «… lotta della volontà di arrivare fino a sé» (Elie Faure).

 

Non per niente il trio Sole-Venere-Nettuno si trova al FC. Non è per niente sorprendente che abbia detto: Per dipingere bene un paesaggio, devo per prima cosa scoprire le assise geologiche. E Pierre Bonnard: «Cézanne aveva nei confronti di un motivo pittorico una solida idea di ciò che voleva fare, e traeva dalla natura solo ciò che si ricollegava alla sua idea». Quest’ultima, una volta prese le distanze dal reale nell’esigenza della densità, sfociava nella percezione di una natura di tipo spoglio, trattata «attraverso il cilindro, la sfera, il cono», e finendo per contare solo l’espressione plastica in sé per sé, ottenuta tramite la geometrizzazione delle “piccole sensazioni”, elevando l’umile oggetto delle nature morte – bottiglia, bicchiere, cipolla… – a uno stato ancor più vero della natura, all’altezza di un valore essenziale: «Stupirò Parigi con una mela

 

ODILON  REDON

 

Bordeaux, 20 aprile 1840 alle 10:00 (anagrafe). Di primo acchito, Venere culmina, in congiunzione a Mercurio, l’uno e l’altra in trigono alla Luna, signora dell’Asc.; il che, in un tipo Toro, si addice a un temperamento artistico. Ma la cornice del tema di natività di Odilon Redon procede dall’asse Saturno-Plutone triangolato in dissonanze con l’Asc. Cancro, con il primo pianeta che è congiunto alla Luna e il secondo al Sole e Mercurio.

 

Si traccia così il profilo di un’infanzia triste e solitaria. Frivola e mondana, la madre non si occupa affatto di quel figlio ritirato e solitario, che assai presto imbocca la via delle fantasticherie e, sdraiato per terra, passa ore e giorni ad ammirare il corteo delle nuvole in cielo, come «apparizioni di esseri bizzarri, chimerici e meravigliosi». È un immaginifico che si nutre di fantasmi, di magie, di leggende, per il quale il disegno costituisce un rifugio. Viene incoraggiato da Bresdin, ma preferisce percorrere da solo il suo cammino, dandosi per compagno un diario intitolato, da buon narcisista, A sé stesso.

 

Ripiegato su di sé, in ardente solitudine nella dimora di provincia (che l’aiuta a manifestare la sua interiorità) di questo piccolo personaggio riservato, porta aperta sul mistero, con il più piccolo oggetto che può diventare l’immagine di un mondo insospettato. Il suo lato Toro lo induce a partire dalla realtà esteriore: Dopo essermi sforzato di copiare minuziosamente un ciottolo, un filo d’erba, una mano, un profilo, ho bisogno di abbandonarmi all’immaginario. Ma per meglio incarnare nella cosa osservata la cosa sognata e raggiungere un mondo fiabesco. Bisogna sentirsi vivere dentro, nel mezzo delle meraviglie del mondo esterno. Non vedo null’altro che questo atto, questa preghiera. E così, in ascolto del suo mondo oscuro, la più umile realtà si trasfigura in una vertiginosa fantasmagoria con uno straordinario potere di suggestione poetica.

 

Si nota subito la sua opera nutrita della vena plutoniana, rivelante un universo misterioso, inquietante e funebre. Sono i «dipinti neri» delle sue visioni demoniache: ragni, mostri, draghi, chimere, personaggi da incubo, case infestate, La Tentazione di S. Antonio, I Fiori del Male… Non saremo per niente sorpresi che quest’essere di un mattino primaverile sia stato anche ispirato dalla sua Venere culminante: e così, le sue veneri di corallo e di madreperla, in particolare la Nascita di Venere, oltre alle autentiche illuminazioni floreali, ma non solo come semplice spettacolo.

Credo di avere docilmente ceduto alle leggi segrete che mi condussero plasmare bene o male, come ho potuto e in accordo al mio sogno, delle cose in cui mi sono messo del tutto. Poiché per Redon nell’arte non si fa nulla con la sola volontà. Si fa tutto tramite la docile sottomissione a ciò che proviene dall’inconscio. I surrealisti lo festeggeranno.

 

HENRI  ROUSSEAU

 

Laval, 21 maggio 1844 alle ore 1:00 (anagrafe). Al seguito di Saturno in Acquario sorto da poco, in trigono a Mercurio in Gemelli al FC, subito arriva Nettuno all’Asc. verso la fine del segno, in quadratura al Sole, anch’esso in Gemelli e in III, dilatato dal sestile di Giove in Pesci in I, e con l’ingenuità di una semiquadratura [sempre del Sole, N.d.T.] alla congiunzione Luna-Venere in Cancro in V.

 

Con questi particolari indizi di nettuniano un po’ visionario si presenta lo “stupefacente Rousseau” (Alfred Jarry), “l’angelo di Plaisance” (André Salmom), il “gentile doganiere” (Apollinaire). Strano uomo di un altro mondo: un “sempliciotto” o un dolce innocente di adorabile ingenuità. Zimbello dei suoi colleghi all’amministrazione daziaria, oggetto di burle a ripetizione (andrà all’Eliseo su falso invito di Gauguin), vittima di abuso di fiducia ed eroe di un incredibile vicenda giudiziaria, ilare preda dei giocosi buontemponi di Montmartre …

 

Già avanti in età, in pensione, con i valori Gemelli-III che gli si rivelano, Rousseau il Doganiere diventa pittore di quartiere. Indubbiamente per alimentare i suoi sogni e segnatamente concretizzare l’immaginazione nutrita dai racconti dei suoi commilitoni tornati dal Messico, come pure dalle frequenti visite al giardino botanico, tra le serre e le gabbie di bestie feroci.

 

Ci giunge così un perfetto “pittore naif”, estraneo al mondo della pittura, che dipinge a modo suo, un po’ goffamente, tele trattate laboriosamente, ma a cui sa dare uno stile e soprattutto una commovente freschezza (cancerina): arte che resterà la stessa dall’inizio alla fine, poiché non ha subito l’influsso di nessuno.

Occorre vedere – Gemelli-III –, aspetto secondario di cartoline postali, di buffe allegorie, di ritratti (che peraltro dipinge da fotografie) quale metamorfosi abbia fatto della realtà quando celebra, in composizioni la cui banalità s’adorna di commovente poesia, riunioni famigliari, cerimonie battesimali, matrimoni e altre (congiunzione in Cancro), o certe scene di famiglia come la Carriole du père Juniet (Gemelli-III). In questo caso, il pittore restringe il suo sogno al quotidiano.

 

Ma il senso del meraviglioso supera sé stesso, al limite del visionario, in un aldilà fiabesco che attinge all’esotismo (passaggio della natura cancerina tramite Giove-Pesci), con scenari tropicali dagli stravaganti alberi lussureggianti, con foglie e fiori giganteschi: Il Paradiso terrestre, Il Sogno, La zingara addormentata… Oltre ad alcuni dei suoi personaggi delineati in una dignità ieratica il cui lato comico non è privo di grandezza. Quando Elie Faure dichiara che era «ossessionato da paesaggi tropicali così fitti, così puri, così freschi, così pieni di splendore e di freschezza, così lontani da noi, così vicini ai paradisi immaginari e ai giardini miracolosi da fare impallidire tutto di fronte alla loro umiltà…» Come si fa a non credere, con il suo duo Cancro-Acquario, che non fosse abitato da un paradiso perduto dell’infanzia, in attesa di un paradiso celeste a venire?

 

Quando il mondo fantastico lo afferrava, il doganiere Rousseau apparteneva a un altro mondo. D’altronde, credeva al realtà della magia delle sue evocazioni. Alcuni suoi parenti hanno confermato che, mentre dipingeva la caccia alla tigre, provava un subitaneo terrore; e che lui stesso abbia dichiarato: Non sono io a dipingere, ma un altro che mi guida la mano.

Bambino-pittore-medium-visionario, ecco che cosa in fin dei conti egli fu.

 

EUGÈNE  CARRIÈRE

 

Questo pittore dev’essere venuto al mondo durante il consueto nebbione lungo la Marna, a Gournay, il 16 gennaio 1849 alle 3:00 (anagrafe). In ogni caso, Venere passa al FC in Pesci, circondata da Nettuno e Saturno, quest’ultimo in sestile al Sole in Capricorno, che a sua volta forma un aspetto triangolare con la Luna in Bilancia.

 

Ciò non impedisce a Giove in Leone, governatore della I, di uscire dalla culminazione. La parte estroversa di Eugène Carrière sta all’insegna della “Académie Carrière”, aperta dal pittore in rue de Rennes a Parigi, che annoverò allievi brillanti: Matisse, Derain, Laprade … Presenza accompagnata da un insegnamento liberale, generoso, che incoraggia e protegge i giovani artisti del fauvismo, come pure fervente socialista che difese coraggiosamente Dreyfus.

 

Ma il pittore in sé stesso è non di meno un caratteristico introverso che, fatta eccezione per i suoi celebri ritratti impressionisti (Verlaine, Mallarmé, Daudet, France…) si concentra sul tema della maternità, meglio non potendo fare con una Venere in Pesci allo stesso FC, congiunta a Nettuno, oltre all’aspetto [di quest’ultimo] con la Luna; maternità trattate in modalità nettuniana, su uno sfondo capricorno-saturnino. È, in effetti, il pittore delle maternità immerse nell’indefinitezza del colore di terra bruciata che fece dire a Degas: «Si avrà ancora fumato nella camera dei bambini.»Chiaroscuro su sfondo grigio-bruno da cui sorgono, in curve sinuose e continue, volti rilasciati, seni che si offrono, teste reclinate e braccia conserte.

 

È un pittore che sembra uscito dal mondo dei sogni, che esprime un bisogno di sentimento mescolato con la sensazione estetica. «Le maternità con tutti i teneri gesti, tutti gli abbracciamenti, gli atteggiamenti speranzosi, inquieti, la commozione degli abbracci: lo stesso quadro ripetutamente rifatto, sempre nuovo poiché mai si esaurisce l’emozione con cui l’artista contempla le sue modelle; i ritratti dove ciascun dettaglio è un riflesso del pensiero. Sorti dalla penombra, i volti sfumano e ricevono dolcemente la luce che modella le forme in una imprecisione di grigi.» (Raymond Cogniat). Opere di un tipo sentimento introverso ripiegato su di sé, spesso rinchiuso in lunghe fantasticherie incupite da pene del cuore.

 

GEORGES  SEURAT

 

Parigi, 2 dicembre 1859, alle ore 1:00 (anagrafe). Mentre Nettuno in Pesci tramonta, in quadratura al MC e alla congiunzione Mercurio-Venere al FC, Saturno colleziona aspetti, tra cui un’opposizione alla Luna in Pesci.

 

L’introversione di Georges Seurat è ben nota. È un uomo chiuso, silenzioso, taciturno. Entra in pittura come un novizio in convento, solo, isolato, senza maestri né amici. Lavora accanitamente intere giornate, riflessivo, meditativo, riservato. Passa la vita nel suo studio (Mercurio signore dell’Asc. in IV insieme a Venere); per ossigenarsi, di tanto in tanto si reca in Normandia a dipingere. Una giovane donna, che gli amici conoscono appena, vive con discrezione insieme a lui. Il carattere scontroso, distante e altero, ne fanno un essere sconosciuto a tutti, ivi inclusi gli amici più cari. Sarà suo malgrado che quest’uomo solitario diventerà un caposcuola (Giove in Cancro in X). Quando si trova nel piccolo gruppo di artisti indipendenti, non lo si sente mai parlare; si degna appena di confidarsi a coloro che gli stanno accanto, e si scoprirà che spesso si chiude in lunghe e cupe fantasticherie.

 

L’arte di questo pittore è marcata dall’introversione di una quadratura in cui s’incrociano le opposizioni di Luna-Saturno e Sole-Urano, che in questo caso tendono alla razionalizzazione dell’Impressionismo nettuniano in cui vive. I suoi colleghi impressionisti, che hanno il culto della luce, si affidano all’istinto e si abbandonano alla sensibilità per captarla. Poiché la sua è inibita, Seurat arriva a un neo-impressionismo col gusto di ricomporre il colore in un’arte austera, che rientra nel modo di pensare di uno scienziato. La Vergine all’Asc. segna in modo superbo il suo percorso minuzioso di costruzione plastica tramite l’infinitamente piccolo del secco “puntinismo” con la pigmentazione dei suoi “coriandoli” multicolori. E resta l’unico ad avere potuto mettere nei quadri le sue teorie: il Sagittario – occupato da Sole-Venere in III come pure da Mercurio, con Giove in IX – gli ha dato il respiro delle grandi composizioni, come Dimanche à la Grande Jatte, Le Cirque, la Parade, Une Baignade, Les Poseuses

 

JAMES  ENSOR

 

Sono nato a Ostenda il 13 aprile 1860, un venerdì, giorno di Venere … alle 4:30 (anagrafe). Sotto una composizione Nettuno-Luna-Saturno, condita da una forte partecipazione marziana. Nettuno in Pesci sta all’Asc., congiunto a Mercurio e in sestile alla Luna in Capricorno, con Saturno collegato agli angoli del tema e al Sole in Ariete, quest’ultimo in quadratura alla Luna.

 

Lo si rappresenta nelle vesti di un essere timido, sulla difensiva, solitario, ma che passa presto a un atteggiamento frondista e faceto, ma anche ombroso, con la collera che si muta nella rivolta di un Mercurio in Ariete in I, in quadratura a Marte-Capricorno in X. Scopre la sua strada attorno ai quindici anni quando si mette a disegnare, con quel Mercurio in I in sestile alla congiunzione Venere-Urano in Gemelli sulla punta della III. Da buon solitario che si discosta da sentieri già battuti, fino al punto da diventare un pittore maledetto.

 

Con la posizione di Nettuno, la madre diventa naturalmente la sua grande ispiratrice. Sì, le devo molto … E oltre a questo – Giove in Cancro in IV sostento dalla Luna-Capricorno in X – la boutique dei “Souvenir di Ostenda” dei suoi parenti, un cafarnao in cui sono accatastati ninnoli, giochi da spiaggia, oggetti esotici, maschere, strane cianfrusaglie la cui fantasmagoria aveva fatto sognare il piccolo James. E con il Sole e Mercurio in Ariete in I in cui figura anche Plutone, la maschera sarebbe diventata un tema prediletto, trattato sotto tutte le forme: maschere di volta in volta livide o rubizze, accese, ghignanti, inebetite, ilari o inquietanti…

 

La fuga nettuniana appresso le maschere diventerà presto la porta d’ingresso della derisione – «Beneamato re delle sirene, imperatore delle conchiglie rosa, papa delle dune, doge delle bacinelle, dio delle maschere malfatte, angelo dei gatti malati» – in cui il visionario fa scoppiare il fuoco del complesso Marte-Ariete in un espressionismo selvaggio. Il regno delle maschere si estende alla testa di morto, allo scheletro, fantasmi e larve, demoni e diavoli che assumono il testimone di una sarabanda in cui l’uomo schernito è animalizzato in libellula, in chele e corazza, metamorfosato in insetto strisciante… Si può immaginare lo scandalo sollevato da una tale proiezione dello scarico della profonda natura infernale di questo pittore Ariete avanguardista… Ciò non di meno, con Giove in Cancro in IV, onorato verso la fine della sua vita, gli faranno funerali da re.

 

PIERRE  BONNARD

 

Fontenay-aux-roses, 3 ottobre 1867 alle 10:00 (anagrafe). Saturno è all’Asc. in Scorpione, in semiquadratura della congiunzione Sole-Venere in Bilancia, la quale forma un triangolo con un trigono Luna-Nettuno ramificato al MC.

 

Appena si prende contatto con il personaggio, salta subito agli occhi l’introversione di questo saturniano melanconico. Lo sottolinea lo stesso aspetto fisico: ecco un uomo assai magro, gracile, ossuto, dalle spalle strette, che batte continuamente le palpebre dietro occhialini che gli danno un’aria goffa, quasi confusa. E le disposizioni psicologiche ben si adattano al suo fisico: Pierre Bonnard è un uomo modesto, timido, diffidente. Si è detto che portò la sobrietà all’altezza di una regola di vita. Parla poco e non scrive, spiegarsi costituiva per lui un problema, il che fa sì che si sia espresso poco nella sua arte, oltre al fatto che trascorre la vita lontano dalle scuole, così poco interessato dalle mode e dalle teorie. E nemmeno si hanno molti suoi documenti o fotografie. È un solitario consacratosi alla gioia della pittura, alla vita saggia e regolata. Una vita coniugale tranquilla fino alla vedovanza che lo lascia smarrito, e la frequentazione di solo qualche amico, Vuillard e Roussel. In breve, un brav’uomo senza importanza, un artista da poco… «E con ciò, tenace, laborioso e discreto, dipingendo, per così dire, “a passi felpati”, nel silenzio, nel raccoglimento, nella passione. Scrupoloso al punto d’andare di nascosto, con una minuscola cassettina, nei musei in cui si trovano i suoi quadri, a ritoccare una rosa o un verde. E i custodi, che lo conoscevano, facevano finta di niente.» (Pierre Capanne).

 

Col suo Nettuno-V in trigono alla Luna-I, se il quadro diventato opera compiuta si stacca da lui, destinato a pezzo da museo, ciò accade non senza che egli - da buon tipo sentimento introverso, reso tale dalla natura della congiunzione Sole-Venere in Bilancia - lo senta come un figlio che continua ad aver bisogno di attenzione e cure paterne. Bonnard è essenzialmente un pittore del cuore, della placida felicità. Dalla sua profonda interiorità emana soprattutto, in una fluidità impressionista dai toni neutri, in una gamma delicata e sottile di colorate vibrazioni, la venerazione dell’oggetto con una dolcezza venusiana. Meravigliosa natura fatta per svelare gli interni famigliari dalle lampade soffuse, stanze semi chiuse penetrate da una luce smorzata o per illuminare un angoletto intimo da cui emerge il fascino di ninnoli, frutti, fiori, o addirittura l’ebbrezza luminosa e discreta di un nudo femminile.

 

ÉDOUARD  VUILLARD

 

Cuiseaux, 12 novembre 1868 alle ore 1:00 (anagrafe). Saturno, in quadratura all’Asc. in Vergine,  passa al FC, formando – tramite il MC, un quadrangolo con l’opposizione Venere-Giove, nei pressi dell’opposizione Luna-Nettuno tra Bilancia e Ariete; Mercurio, signore dell’Asc. sta in III, con il Sole in dissonanza alla quadratura Marte-Plutone.

 

Edouard Vuillard è orfano di padre a 14 anni (Saturno-FC). Un trauma caricato dalla dissonanza solare in Scorpione: un uomo bloccato, ancorato a evidenti rimozioni tendenti alla castrazione, che danno l’impressione di un’anima chiusa su un segreto. Avendo tuttavia a disposizione – e sono la sua salvezza – le risorse della III: il dono di potersi esprimere. Ma ecco che il complesso anale ritenuto dello Scorpione lo “verginizza” ancor di più. L’uomo è trattenuto, pudico, timido, modesto, con la tipica gestualità del miope; pantofolaio, sedentario, ordinato, meticoloso, confinato nel suo piccolo perimetro parigino di Montmartre, dando l’impressione di vivere senza veri desideri o bisogni. Idem per la sua esistenza; la sua evasione non oltrepasserà mai il viaggio intorno alla camera e di lui si conosce un’unica passione: sua madre, la grande compagna di vita fino alla di lei morte avvenuta a 90 anni. Una madre-padrona che lavorò senza sosta per allevare tre figli. Gli si attribuisce successivamente una frequentazione femminile alla vigile ombra della quale egli si evolverà in un bravo piccolo borghese.

 

Ma è anche questa tonalità d’introverso inibito che dà l’impronta al suo destino di pittore intimista dall’arte in sordina. Vuillard è un essere umile e cauto che non alza mai la voce e che, ripiegato sulle virtù domestiche, si rifugia nei “piccoli soggetti” trattati in armonie felpate e toni neutri: Sono solo un piccolo musico. Il suo mondo pittorico prediletto è – Saturno in IV – la casa, intimo nido con sua madre. La mia musa è la mamma. Gli serve quotidianamente da modella e la rappresenta in molteplici modi: mentre cuce, legge, accudisce alla casa, prepara il pranzo, con l’anziana signora che spesso posa rivolgendo gli occhi al figlio. Certo, dipinge anche altri interni più lussuosi del mediocre alloggio di famiglia, ma più lo scenario è modesto, più il pittore ci risulta sensibile, come se trovasse la ricchezza nella povertà. Con lui finalmente si presenta un poeta del mondo limitato e un po’ smorto delle piccole scene d’interno che tratta con tonalità grigie, azzurrine o lilla, da silenziosa musica da camera.

 

PIET  MONDRIAN

 

Amersfoort, Paesi Bassi, 7 marzo 1872 alle 6:00 (anagrafe). La Luna sorge in Acquario, in sestile al MC, che riceve la quadratura della congiunzione Sole-Mercurio in Pesci in I, essa stessa in sestile a Saturno in Capricorno. Il tutto sullo sfondo di un quintuplice occupazione di Asc., Sole, Luna, Mercurio, Saturno in Capricorno-Acquario-Pesci.

 

A una tale segnatura Luna-Saturno-Nettuno può già ricollegarsi un giovanotto che sogna di fare il pastore, in crisi mistica tra calvinismo e teosofia, prima di trovare la via di fuga nella ricerca artistica – Venere sorge congiunta alla Luna – ma non senza religiosità.

 

D’altronde, aveva ben presto preso in mano la matita e, in un primo tempo, aveva naturalmente ricercato il tema nettuniano dell’oceano, delle dune, e pure quello delle cattedrali; e, più tardi, l’attrazione naturalista dell’albero, ritto verso il cielo. E, alla svolta del 1917, troverà la propria strada nell’ambiente comunitario di De Stiil (Lo stile), quando si converte al neoplasticismo.

 

Esemplare nel suo genere, Mondrian diventa un pittore astratto che nell’assetata e intensa ricerca quasi mistica dell’assoluto, passerà la maggior parte della sua vita a produrre tele del medesimo stile. Raccomanda l’uso esclusivo dell’angolo retto in posizione orizzontale-verticale e dei tre colori elementari: eterne variazioni di quadrati-rettangoli bianchi, blu, gialli, rossi, delimitati da linee nere o grigie. Ispirato da Nettuno, viene onorato il puro Saturno in Capricorno, e l’arte diventa un culto severo: un rigore inflessibile riduce il quadro a una geometrica sobrietà di linee e colori in vista di una purezza plastica, restituzione di un’immagine ideale in cui si dissolve la personalità del pittore, reso a un Eden estetico, quello della congiunzione Luna-Venere in Acquario.

 

L’uomo è non meno introverso dei suoi quadri. Personaggio timido, discreto, secco, vestito di nero, di una certa impassibilità. Vive in solitudine, da scapolo, una vita austera, addirittura ascetica come la sua opera, alla ricerca dell’assoluto. A Montparnasse, dove abita, è tagliato fuori dall’ambiente artistico, sprofondato nelle sue ricerche e nelle sue meditazioni, nel suo laboratorio-santuario, vivendo miseramente dei pochi quadri venduti così raramente.

 

Miracolosa virtù dell’opposizione Saturno-Giove: la vita oscilla dal primo al secondo, con la freddezza che cede il passo alla passione. Si verificherà più avanti, con l’approdo in America. A 70 anni eccolo diventato splendido, festeggiato e fortunato; questa volta frequenta artisti, saloni e cabaret newyorchesi, non senza condividere la frenesia del boogie-woogie (polo della congiunzione Giove-Urano in Cancro). Ultima ventata d’estroversione dell’artista dopo la purezza della santità nel richiamo del divino.

 

ALBERT  MARQUET

 

L’anagrafe di Bordeaux fa nascere Albert Marquet alle ore 8:00 del 27 marzo 1875 ma, senza mettere in discussione l’orario, è alla vigilia, il 26, che egli vide la luce, stando alla dichiarazione di Marcelle, sua moglie e biografa.

 

Una costellazione di cinque fattori s’impone sulla base dell’opposizione Plutone-Asc./Luna-Disc., perpendicolare alla congiunzione Venere-Saturno in Acquario in via di culminazione; triangolo che si ramifica al Sole in Ariete. Spicca la tonalità di un lunare saturnizzato; quest’ultimo pianeta si trova nel suo segno zodiacale, è congiunto al signore dell’Asc. e in sesquiquadratura ai luminari, il tutto in una mattina primaverile caricata di un influsso plutoniano. L’ardore igneo è percepibile non solo nel periodo “fauvista” del pittore della prima ora, ma anche in una certa impetuosità meridionale che anima il suo pennello.

 

Ciò non di meno, Marquet è soprattutto un pittore dell’Acqua, un intimista di grande e delicata sensibilità alla ricerca dell’armonia dei toni: paesaggista dai medesimi toni sottili, dalla stessa atmosfera attenuata.  Trasferitosi a Parigi, Marquet si stabilisce in quai des Grands-Augustins, poi in quai Saint-Michel, per ripetere continuamente gli stessi soggetti: oltre ai porti di Honfleur, di Fécamp, di Amburgo… la Senna, le sue rive, i suoi rimorchiatori e soprattutto il Pont-neuf, a tutte le ore, in ogni stagione… «Istintivamente, questo poeta ha capito l’atmosfera, l’aria di Parigi, e ha afferrato le sue delicate sfumature … tutta una gamma di cui non alzerà mai i toni, non provocherà mai un eccesso. Grigio-blu, ecco la dominante di questa armonia vaporosa dagli indefinibili sottigliezze, dai “passaggi” delicati, come un’allegria melanconica, un vago calore.» (Pierre Capanne). Poesia della limpidezza e della monotonia, accolta come una confidenza, come una melodia in sordina, quella della meravigliata emozione.

 

L’introversione lunare-saturnina si diffonde e aleggia intorno al personaggio e a ciò che l’attornia. Piccolo, zoppo con occhialini da miope, Marquet è un uomo semplice e modesto dall’aria spesso imbarazzata e un po’ sperduta. E inoltre, poco loquace, discreto e riservato, non parla mai del suo passato, né di se stesso, come se la sua persona fosse priva di qualsiasi interesse. Un brav’uomo tranquillo, attaccato al focolare, che ama la natura e gli animali (Luna in VI), e passeggiare a zonzo fantasticando, con la pittura che rappresenta la sua gioia d’esistere. Indifferente alle teorie come pure alle critiche, lo è anche verso il mondo dei mercanti d’arte, dei collezionisti e dei riconoscimenti, svanendo infine nella propria opera, in pace con se stesso, su uno sfondo indubbiamente melanconico.

 

MAURICE  UTRILLO

 

Parigi, 26 dicembre 1883 alle 13:00 (anagrafe). Nettuno si appresta a sorgere, in sesquiquadratura al Sole in Capricorno, dove Mercurio culmina insieme a Venere; Saturno, congiunto a Plutone, è inoltre colpito da un’opposizione alla Luna, l’uno e l’altra uniti in dissonanza al MC.

 

Come non riconoscere subito la triste segnatura saturnina, nettunizzata e plutonizzata, in un adolescente magrolino, pigro e melanconico, poi diventato un vecchio emaciato dalle spalle curve, dallo stretto viso rugoso, con l’espressione amara e gli occhi tristi?

 

Utrillo non è solo un bastardo senza padre, che si sente così poco amato dalla madre; è anche un bambino abbandonato a sé stesso, che diserta la scuola, resta indietro, a caccia di un bicchiere di vino. Per lui ben presto la vita è la strada, il caffè, adolescente dedito all’ozio e alla bottiglia; un povero diavolo, apatico e scapestrato. E, alla base, ragazzo solitario chiuso nel silenzio, muto, come un animale braccato.

 

Onde rimediare a questo precoce decadimento, la madre, Suzanne Valadon, gli mette in mano un pennello. Maurice, dal Mercurio culminante congiunto a Venere al MC, ci trova il suo diversivo, non senza fatica: Roland Dorgelès parla di lui come di un “pittore suo malgrado”, di necessità, per estinguere la sua sete, e tuttavia finendo per mettersi al servizio della sua arte.

 

Porta la testimonianza saturno-nettuniana della miseria morale nata dalla sofferenza, che rinvia l’eco di un  mondo triste e solitario, e che dipinge per gusto, poi con emozione: paesaggi disabitati dalle strade deserte, vecchie case sordide o piene di crepe di quartieri disabitati, luoghi tristi sotto un cielo plumbeo, spazi angusti sotto il cielo di un’incombente sera d’inverno…

 

Contrariamente a Jongkind, con lui affratellato nell’ubriachezza (medesima opposizione della Luna a Saturno-Plutone), che ripeteva all’infinito gli stessi quadri, Utrillo conoscerà in vecchiaia un ribaltamento di stile pittorico, significativo dell’opposizione Venere-Giove in Leone in IV, passando dalla “pittura della miseria alla miseria della pittura”. Comincia una vita nuova quando sposa, verso la cinquantina, Lucie Valore che ne fa un signore per bene; certo, è la fine della sua ispirazione, ma gli arriva il successo della celebrità. Si dice che sia passato dal vino alla preghiera, ma, contemporaneamente alla gola, anche la sua arte s’è disseccata, altro aspetto di Saturno. «Quel bastardo, che non era mai stato un così grande artista se non nella dissolutezza, nell’indigenza e nell’ignominia, è diventato un fragile vecchietto, pulito e ordinato; un bravo marito e buon cittadino, un piccolo borghese timoroso, sottomesso, bigotto… un pittore celebre, premiato, decorato, che non lavora più per creare, ma per produrre.» (Frank Elgar). E tuttavia, sia pure in modo diverso, né più né meno introverso.

 

 

BERNARD  BUFFET

 

Parigi, 10 luglio 1928 alle 6:00 (anagrafe). Ci sono 5 posizioni in Cancro, tra cui l’Asc. e il Sole; la Luna è congiunta al MC. Sullo sfondo lunare si colloca un trinomio formato da Plutone (congiunto all’Asc., Sole e Venere), Urano (congiunto a Luna e MC) e Saturno in aspetto di queste congiunzioni.

 

Il museo immaginario di Bernard Buffet irruppe fulmineo (congiunzione Luna-Urano in Ariete al MC) sulle rovine ancora fumanti della II guerra mondiale; l’universo plutoniano si riconosce subito per l’evocazione allora fatta da Pierre Descargues che ne ricollega le figure spietate de La Nausea di Sartre e Lo straniero di Camus, l’assurdità della nostra epoca.

 

S’è affacciato alla vita pubblica portando un’immediata segnatura cancerina, avendo egli stesso posato come modello: Jeune homme (Prix de la critique 1948). Ritratto in cui appare un misero ragazzo di vent’anni, come abbandonato, con la magrezza che s’aggiunge alla tristezza: volto striminzito, testa triangolare dal mento appuntito, occhiata smarrita e sinistra. Seduto davanti a una tavola dal bicchiere e scodella vuoti, con evidente impressione di una disperata melanconia. È così che si è messo totalmente in quel quadro, in modo da riassumerlo.

 

Rigidità di uno stile saturno-uraniano secco, spoglio, longilineo e spigoloso, dai contorni rigidi e dal tratto acuto che stira e allunga la forma, estendendola come per volerla “scheletrire”, che si applica restringendo l’oggetto, circondandola da spessi contorni neri, accentuando ancor più ciò che tocca con la povertà di una miseria contratta.

 

È in questo modo invariabilmente ascetico che tratta i suoi svariati soggetti: paesaggi desolati, livide nature morte, nudi filiformi dalle braccia a grissino, bestiario dai grandi insetti scuri, un circo con sinistri clown, Passione di Cristo con flagellazione, crocifissione… In breve, tutto un disumanizzato universo del sordido, della bruttura, dell’angoscia, del tragico, del vuoto, allucinata vertigine del nulla, di un mondo spiritualmente morto. In tutto ciò, come non vedere specificamente la segnatura di un Plutone congiunto contemporaneamente al trio Asc.-Sole-Venere?

 

Sotto un certo aspetto, si può incolpare una parte d’estroversione nell’eccesso espressionista, proveniente dal fuoco di Urano in Ariete. Tale intensità espressiva peraltro non annulla l’essenziale di un’opera, immutabilmente simile a sé stessa, proveniente da un autore cancerino come rinchiuso in un guscio e addirittura pietrificato nel suo uovo.

 

M U S I C A

 

Inspiro-espiro: l’arte si nutre tanto dell’uno quanto dell’altro. Si può quindi essere egualmente musicista estroverso o introverso, pensando, ad esempio, che il primo sia più incline verso la musica da scena: dramma lirico, opera, operetta, oppure la musica sinfonica, descrittiva, soprattutto nella perorazione o nell’enfatico. Come lo è il secondo verso la musica da camera, più o meno espressiva dell’anima. Per l’estroversione, quella che va da Händel dai sontuosi oratori a Offenbach e le sue operette a forti tinte (trigono Mercurio-Gemelli-Asc. a Giove-MC).

 

Ecco qualche musicista tra i più introversi. Concediamoci il lusso di ricostruire qualche tema di natalità sconosciuto, in mancanza dell’ora di nascita. In un percorso inverso alla consueta lettura in cui si scende – per così dire – dalle astralità verso il soggetto da interpretare, in questo caso risaliamo dall’essere umano noto alla configurazione sconosciuta. Il che è qualche volta possibile quando, almeno, il personaggio ha qualche particolarità che vi si presta: d’altronde è proprio prendendo a riferimento la possibilità di fare il cammino inverso che misuriamo quel poco che sappiamo. Ci sono casi d’eccezione, e quelli di cui mi assumo qui il rischio di esporre mi sembrano giustificati, anche se si tratta non di meno di esempi che restano ipotetici e sono da prendere come tali.

 

JEAN-PHILIPPE  RAMEAU

 

«Un introverso nel più estroverso dei secoli», secondo Lucien Rebatet in Une histoire de la musique (Robert Laffont, 1969). È alle 16:00 che il digionese Jean-Philippe Rameau fu battezzato il 25 settembre 1683, giorno unanimemente accettato dai biografi come quello della nascita. L’atto battesimale non menziona l’ora, che è possibile situare all’inizio del giorno, e piuttosto sul presto.

 

Non c’è temperamento nervoso o tipo “secco” più marcato di lui, e altrettanto caratterizzato come introverso: chiuso, severo, triste, solitario. Il carattere di un orso. Un essere tanto avaro di confidenze (e non solo) da lasciare nell’oscurità la prima metà della sua vita. Un uomo difficile, così poco incline alle effusioni da sposarsi solo a 43 anni. Nato per la meditazione, questo pensatore appassionato della “chiara conoscenza” diventa l’autore del Trattato dell’armonia, fondante le regole musicali del classicismo (congiunzione Venere-Giove in Vergine, come fece da parte sua Boileau in letteratura). Il che lo rende il musicista più erudito e il più grande teorico della musica.

 

Rameau ha non di meno un settore di estroversione quando si volge all’opera a 50 anni: Venere, governatrice della coppia Sole-Mercurio in Bilancia, è congiunta a Giove, signore di una congiunzione Luna-Marte in Sagittario. Con Les Indes galantes si fa «il giro del mondo tra selvaggi piumati, i Barbareschi, le odalische, le amazzoni, le pantere, dell’immaginario esotico del XVIII secolo» (L. Rebatet).

Un semplice aneddoto stigmatizza l’intransigenza del personaggio: nel letto di morte, quando il prete sta per dargli l’assoluzione, lo interrompe bruscamente: Che diavolo mi state a salmodiare, avete la voce stonata!

 

Tenendo conto che si può arrivare a tale rigidità, non si può non ammettere un’ora di nascita che collochi in posizione angolare, doppiamente dominante, il trigono Saturno-Urano, già valorizzato per l’aspetto del Sole e di Mercurio. Si presenta una possibilità verso le 10:00, con un MC alla fine del Leone, vicino a Saturno, e un Asc. a inizio Scorpione di fronte a Urano. Ma è più plausibile che Rameau sia nato verso le 2:30 del mattino, attorno alla levata del primo e la culminazione del secondo, con la Luna anch’essa in aspetto ai due pianeti, valorizzati al massimo.

 

LUDWIG  VAN  BEETHOVEN

 

Ludwig van Beethoven fu battezzato a Bonn il 17 dicembre 1770 e si conviene che sia nato alla vigilia, senza precisazione di orario.

 

Come sfondo delle sue astralità, si distingue una congiunzione Luna-Mercurio-Sole in Sagittario, essa stessa in orbita di congiunzione a Giove a inizio Capricorno, oltre al fatto che il trio sta in opposizione a Marte in Gemelli.

 

Si è talmente chiosato sulle disgrazie di Beethoven, genio solitario, amaro, disperato, tragico, da farne un’immagine stereotipata. Ma il cliché è tuttavia il prodotto di una dolorosa realtà: la sordità del compositore – niente di più specifico a livello di avversità, e si pensa subito a quel Marte-ostacolo di fronte al trio in Sagittario, nocciolo centrale del tema – con il musicista che ne è già affetto verso la trentina, e quasi totalmente colpito in vecchiaia. Il che giustifica il lato patetico del dramma dell’artista, ingrandendolo per via della drammatica intensità dell’opera; l’essere, teatro interiore di una grande lotta, tende all’estremo le energie, fino a trasformare in grandiosa potenza il creativo soffio gioviale di cui è portatore.

 

Per individualizzarlo del tutto, manca ancora un fattore fondamentale che solo Urano poteva specificare. L’ebbrezza che lo sovrastò al punto che tutto lo Sturm und Drang di scuola tedesca s’ispirò a lui, e anche il romanticismo musicale francese risalirà alla fonte beethoveniana. La novità romantica è costituita da un genio tempestoso, tutto lampi e parossismo: «un mondo planetario in fusione» aveva detto Romain Rolland del finale della Nona sinfonia. Al di là del tono imperioso brilla veramente l’esplosione di uno spirito e di un cuore. Da qui, un ideale in armonia con la Rivoluzione francese: l’uomo libero che compone l’Eroica per celebrare Bonaparte liberatore delle nazioni europee; un genio prometeico, cantore della fratellanza umana… L’uomo è ribelle a ogni tirannia. E poi ancora, quel marzo 1827 quando soccombe, un giorno di burrasca, durante una tempesta di neve, nel mezzo di rombi di tuono…

 

Urano forma un triangolo equilatero con Nettuno e Plutone (la generazione di Napoleone, Hegel, Cuvier, Beethoven…) e sta in Toro. Chi non riconoscerebbe quel segno zodiacale nello schizzo caricaturale del suo fisico? Un tipo lento dalla fronte bozzoluta e dalla grossa testa abbassata su un corpo tarchiato, che si muove pesantemente, scorbutico, ruminando pensieri. E le collere di questo soggetto ombroso, i suoi furori per un paio di calze che non si trovano, le sue rozzezze da orso, oltre all’inaudita insistenza di certi suoi temi musicali, martellati pesantemente, come le famose note iniziali di andante (il motivo delle trasmissioni di Radio Londra durante l’ultima guerra mondiale) “significante” del destino che bussa alla porta: “sol, sol, sol, mi”…

 

Piazzargli l’Asc. a metà del Toro con Urano alla levata (che transiterà il FC nel 1787 quando lascia Bonn per la prima volta e perde la madre) e la culminazione di Venere in Capricorno, sua governatrice (profonda tendenza artistica), è una tentazione pressoché obbligata.

 

Presenze e signorie planetarie sono convergenti: le opposizioni di Marte ai luminari, signori della IV e della V, marcano direttamente le prove in famiglia, con un padre detestabile, ottuso, ubriacone, che lo mette al clavicembalo a 3-4 anni e lo maltratta per farne un virtuoso; e la madre tubercolotica morta quando era un adolescente. Oltre al fatto che Saturno in Leone partecipa delle case IV e V con Karl, il nipote adottato come un figlio, fonte di tanti dispiaceri. E Marte dissonante in II che inoltre ci rimanda a un’immagine di Beethoven che geme sulla sua miseria materiale, che spesso si lamenta per le sue preoccupazioni economiche, affermando addirittura nel 1818 di essere “quasi ridotto alla mendicità”.

 

“Incastonatura” complementare: congiunto al Sole, Giove in IX, appena uscito dalla culminazione, richiama che meglio non si può la grandezza della riuscita: un Beethoven che si atteggia a sovrano (Giove-Capricorno), con tutti i principi d’Europa al congresso di Vienna del 1814, che s’inchinano davanti al suo genio. Venere in Capricorno in X incorpora l’amore per la vocazione; il nostro musicista ha sempre un amore in testa di cui è drammaticamente posseduto (congiunzione Venere-Plutone), essendo ispirato dai suoi allievi musicisti dell’aristocrazia. Con i due luminari in opposizione a Marte signore della VII (componente di castrazione), siamo in grado comprendere l’unione impossibile, il fallimento del destino sentimentale di questo cuore straziato. Infine, la tripla congiunzione in VIII può rimandare al famoso “testamento di Heiligenstadt” in cui il giovane Beethoven, ossessionato d’ora innanzi dall’idea della morte, confessa pateticamente la sua incipiente sordità. Qui s’introduce il dramma di tale infermità: il Sole dà risonanza allo stato di esilio – essere sordo – di Saturno in Leone. Il musicista non poteva imbattersi in un ostacolo più grande – le opposizioni di Marte, le grandi lotte – alla realizzazione del suo destino, poiché colpito dal peggior male che avrebbe potuto raggiungerlo. Tragico destino, paragonato da Wagner a quello del divino Tiresia, il veggente cieco, sottratto al mondo delle apparenze per meglio apprendere la realtà profonda di un aldilà.

 

Ciò ci riporta precisamente all’introversione. È proprio sulla quadratura antiscia di Urano-Saturno – di cui Venere culminante rappresenta l’intermediaria (per signoria sul primo e tutela sul secondo, il quale rinvia al Sole e alle sue congiunzioni) – che si condensa una forte secondarietà caratterologica (oltre all’apporto del Toro e del Leone). Il genio di Beethoven non è tanto un dono dell’infanzia con la facile creatività spontanea di un Mozart, quanto immersione nell’interiorità e virtù della maturità. La sua arte è architettonica: la composizione è frutto di profonde elaborazioni, brutte copie, cancellature e ritocchi. Per questo è un’opera poco estesa se la si raffronta alla durata della carriera. In breve, una tale secondarietà mobilita tutto l’essere e, alla fine, la sordità lo condurrà a una totale introversione.

Dal Beethoven in modalità Sagittario-Giove che marcia pieno d’energia alla conquista dell’universo, imponendosi con la potenza del genio, passiamo a un uomo curvo, al tempo stesso sepolto nella sofferenza, ma che si risolleva con un potente sforzo per “prendere di petto il destino”. Ritirato in se stesso, rinchiuso nell’isolamento, nella solitudine e nel silenzio, si tempra a viva forza sul suo tavolo sbilenco e sul pianoforte scalcinato, un essere teso, veemente, forsennato che arriva a superare la sua disgrazia, in una specie di gioia sovrumana.

 

Si è perfino giunti a pensare che la sordità gli sia servita al punto di essere in combutta col destino, come provvidenza per il suo genio, significato che può assumere specificamente il trigono di Saturno in esilio alla congiunzione in Sagittario. Questa è l’opinione di Arthur Honegger: «La sordità, separandolo dal mondo esterno, gli permise – per così dire – di lavorare all’interno di se stesso, e di concepire ciò che mai avrebbe potuto creare se l’orecchio non fosse stato presto murato, e di conseguenza protetto contro i flussi del mondo esterno.» E il nipote Karl gli aveva assicurato che la sordità, chiudendolo in se stesso, l’aveva messo al riparo delle seduzioni del mondo. La musica di Beethoven è il frutto doloroso di tale separazione (esilio di Saturno). In effetti la personalità si delinea e si precisa nel momento in cui la sordità lo stacca dal mondo sonoro, all’epoca della Sinfonia eroica. E la storia della sua vita – all’insegna delle opposizioni di Marte, come quelle di Saturno nel suo esilio in Leone, ferito da Urano – altro allora non è che quella di una lotta contro le seduzioni, incomprensioni e inconvenienti del mondo esterno: Vienna che lo prende in antipatia, le donne che lo tradiscono e lo abbandonano, la famiglia che lo delude, la comunità degli uomini che non lo capisce… L’ultimo Beethoven è infine un lirico che ci canta il dramma della propria condizione umana, linguaggio della vita interiore dalla risonanza universale.

 

CARL-MARIA  VON  WEBER

 

Il Bollettino della American Musicological Society, sezione New England, 1945, ha stabilito che il musicista è nato a Eutin il 18 dicembre 1786 alle 22:30, secondo un’annotazione del nonno. Sarebbe contro natura attenersi a una uniformità tipologica con una così bella composizione a sfinge (Toro-Leone-Scorpione-Acquario agli angoli del cielo). Ci aspettiamo quindi un gran miscuglio, e la coesistenza di una vetta di estroversione con una caverna d’introversione. Leggiamo il predominio di quest’ultima nella presenza di una Luna in Scorpione al FC, in avvicinamento alla quadratura di Saturno in Acquario al Disc., con quest’ultimo già in quadratura al MC. Contrasta con la prima la presenza di Giove in Toro al MC, in quadratura all’Asc. in Leone e in opposizione a Marte in Scorpione, congiunto al Sole signore dell’Asc.

 

La morfologia è associata a Saturno-Marte: gracile, magro, stretto di torace, zoppicante (tubercolosi ossea, un’eredità materna), avendo tuttavia un certo vigore muscolare. Fisionomia ritratta, pensierosa se non triste, con zigomi sporgenti e occhio vispo. Debolezza ed energia. È tuttavia nel profondo della sua cameretta che Weber descriverà musicalmente e magnificamente il galoppo del cavallo che mai monterà (Giove-MC signore di Mercurio-Sagittario) e canterà la vittoria delle armi (Marte-Scorpione congiunto al Sole), troppo pesanti per le sue deboli spalle.

 

Nell’ambiente paterno, cresce in mezzo alle quinte del teatro, tra incantevoli scenari di costumi principeschi, fiabeschi… Un ambiente ideale per esaltare la “mentalità magica” di una Luna in Scorpione al FC, già sensibile, di questo bambino ingenuo che adora ascoltare le leggende del paese natale. E, a maggior ragione, con tre posizioni forti in IV, il richiamo del teatro sarebbe diventato una vocazione già tracciata.

 

Da bambino prodigio compone musica già all’età di 6 anni (Luna-FC) e a 18 diventa direttore d’orchestra presso l’opera di Breslau. Ecco qui una prima manifestazione di estroversione. Un’altra allorché diventa in seguito musicista di teatro. Ma ancora – fatta eccezione per Liszt, un solare spettacolare – diventa il musicista romantico più mondano. All’insegna del suo Giove culminante in Toro, è un elegantone, un seduttore, messo bene, colmato di attenzioni da parte di attori, cantanti e ballerine. Per qualche anno condurrà una giovinezza assai dissipata che lo porterà a un tentativo di suicidio. Ribaltamento al polo opposto, la pozione di una Luna-Scorpione: beve mezza bottiglia d’acquaforte e resta alcune settimane tra la vita e la morte, senza che gli fosse risparmiata la prigione… A 30 anni, ritorno di Saturno nella VII, con il matrimonio la sua esistenza si accheta.

 

Si può certamente riconoscere le forsennate manifestazioni esteriori della congiunzione Sole-Marte in Scorpione. Ne ritroviamo tracce anche nell’opera. Già dal 1803, Weber contrasta l’opera italiana con dispute continue (la sonorità della sua musica, disse un critico, fa sognare il clangore delle armi, delle giostre, delle lance spezzate), e inoltre pubblica critiche musicali assai aspre. La sua costante ostilità alla cerchia del “Signor Rossini” ha assunto un valore simbolico: la lotta tra l’opera tedesca e l’opera italiana.

 

In seguito, quando si scatena il grande movimento nazionale del popolo tedesco nel 1813, lui, che non può veramente battersi, compone dei canti che restano il tipico patriottico inno di guerra.

 

Malgrado tutto questo sia in modalità estrovertita, il genio di Weber risiede altrove: scaturisce dall’irruzione delle forze dell’anima sua tormentata e inquieta, centrata sulla Luna in Scorpione al FC. Riallacciandosi al mondo soprannaturale dell’infanzia, questo poeta della notte fa risalire dalle profondità della sensibilità originaria un universo popolato di apparizioni e allucinazioni dell’anima, in comunione con la natura.

 

Ispirato dalle antiche tradizioni, il Freischütz è tanto il poema delle leggende popolari, con le ingenue credenze e paure della vecchia Germania, quanto un esaltato inno alla natura, rappresentata nelle sue misteriose e minacciose fantasticherie. Se il musicista ricama il tema della caccia – ritorno a Marte – con il suo contorno di emozioni, è soprattutto perché essa mette l’uomo in comunione con l’intimità della fitta foresta, del lago al chiaro di luna, del sinuoso fiume e della vasta pianura, che vivono di vita propria, al punto che l’attore principale dell’opera è la natura stessa, in tal modo introiettata. Così interpellata, ella risponde all’uomo che l’evoca tramite l’organo dell’orchestra e mescola i suoi mormorii agli accenti della passione. Siamo totalmente immersi in una partecipazione magica.

 

Oltre al tema medesimo: il cacciatore. Il quale, per ottenere la mano di colei che ama, si procura l’aiuto del demonio che gli dà delle pallottole infallibili, al prezzo dell’amata che dovrà sottomettersi alla volontà del diavolo. È il Maligno che, aguzzando la vista del cacciatore, dirige la freccia sul bersaglio. Senza dimenticare l’atmosfera del dramma: quando il corno del cacciatore risuona nelle gole profonde, non gli risponde l’eco, ma il coro degli spiriti elementari; e quando cade la cerva, colpita dalla palla mortale, dalla rossa ferita fugge l’anima di una fata. Siamo completamente immersi nella magia!

 

Nelle altre opere di Weber, usciamo dalla fantasticheria selvaggia e infernale dello Scorpione. Ma è sempre nel mondo lunare incantato e soprannaturale che il musicista cercherà la propria ispirazione. L’Euryanthe evolve verso un romanticismo cavalleresco popolare, e l’Oberon cambia tono con il Freischütz: dopo le apparizioni orribili e mostruose, un popolo di spiriti dell’aria, silfidi, fate e ondine; dopo accenti di inaudita passione impetuosa, una melodia impressionista. Il tono cupo dello Scorpione cede il passo a un Oriente luminoso dove Weber lascia finalmente esprimere la sua componente venusiana.

 

Aveva perso la madre a 11 anni; morirà a sua volta di tisi a 40.

 

FRANZ  SCHUBERT

 

Per merito di Wilhelm Knappich, nella sua funzione di bibliotecario a Vienna, sappiamo che Franz Schubert è nato – secondo le cronache famigliari, il padre essendo un istitutore – a Lichtenthal vicino a Vienna, il 31 gennaio 1797 alle 13:30 (orario tramandato nel Franz Schubert di Brigitte Massin, Fayard, 1977).

 

Resta da stabilire l’esattezza della pendola di famiglia, in quanto ciò che sappiamo di Franz fa pensare che avrebbe potuto nascere qualche minuto più tardi, quando l’Asc. a inizio Cancro e il MC a inizio Pesci formavano un triangolo equilatero con Nettuno in Scorpione in V – segnatura del Romanticismo – in aspetto al Sole e mentre la Luna, congiunta a Giove in Pesci, si avvicina alla culminazione, in quadratura a Saturno. Quest’ultimo, dispositore di Sole-Mercurio-Venere, è appena sorto.

 

L’Acqua, che abbonda, è la stoffa dominante di questo essere, e nulla avrebbe potuto manifestarlo meglio. La particolare tensione psichica che caratterizza il romanticismo beethoveniano, schumanniano e wagneriano manca totalmente in Franz: il genio schubertiano sta nell’abbandono a sé stessi, nella disponibilità, noncuranza, languore, vagabondaggio, peregrinazione… la finestra aperta sull’infinito. L’uomo è un contemplativo, incurante della conquista, della vittoria o semplicemente del prestigio. Nutre delle ambizioni al di fuori della devozione propriamente detta alla musica e del suo attaccamento all’incantesimo del sogno?

 

È che i valori Luna-Nettuno-Pesci si associano con l’Acquario-Capricorno, quelli di Saturno. Da bambino, mentre ascolta una sinfonia di Mozart – nato a qualche giorno di distanza – afferma a proposito della sua musica: Mi scuote senza che sappia il perché. Il minuetto è entusiasmante e, nel trio, mi sembra udire gli angeli cantare con l’orchestra. Come più tardi ascolterà, meravigliato, Jean-Paul (Mercurio-Pesci, Venere-Acquario): O musica, eco di un altro mondo, sospiro dell’angelo che risiede in noi. I biografi sono concordi nel dire che la sua musica eterea evoca il cielo, un aldilà d’innocenza, di tenerezza. Isola felice, porto delle delizie e della pace, senza dubbio anche eco del paradiso perduto di una infanzia felice, immersa nella sonorità musicale.

 

Ciò che è di più caro a questo stranito sulla nostra terra, è la fantasticheria di un’anima dolce, affettuosa, tanto attraversata da scoppi di allegria quanto abbandonata alla sofferenza; i suoi autentici averi sono i ruscelli della foresta viennese e i chiari di luna.

 

In effetti, l’autentica esistenza di Schubert fu la vita interiore. L’evasione dell’anima ingenua va di pari passo con la bohème: da scapolo quasi senza casa, ospitato ora dall’uno ora dall’altro, migra da osteria a locanda. Appena lascia il paese natale, un ambiente modesto, quello suo, gli è più caro. Questo abitudinario preferisce i semplici affetti e le gioie dell’intimità dei suoi cari a ciò che solletica la vanità. Questo ometto senza importanza, corpulento maldestro, timido e riservato, porta nascosta la sua grandezza, perché è sempre tra le nuvole. È così, con discrezione, che vive il suo genio, senza successo di pubblico mentre è in vita, al punto da sparire senza alcun commento da parte della stampa viennese. Ma per lui, nulla aveva eguagliato la gioia acquariana delle ricreazioni musicali trascorse in compagnia dei suoi intimi e degli amici in privato.

 

Il nucleo dell’opera è il prodigioso mondo dei lieder, con ogni lied che rappresenta un poema musicale spesso drammatico, oltre alla sua musica da camera. Nessuna grande crisi, nessuna enfasi, nessuna ampollosità romantica. Schubert è l’effusione lirica ingenua e profonda, il semplice sentimento naturale: una musica fatta di ritegno, di pudore, che mormora confidenze tramite il fascino di uno stato d’animo, fatta di sorrisi appena abbozzati, di lamentosi sospiri soffocati, di sofferenze appena evocate, di segreta nostalgia, di tristezze accettate… Occorre dire – qui forse si può ravvisare una qualche ciclotimia della quadratura Giove-Saturno – che il genio di Schubert passa presto dall’indifferenza all’inquietudine, dalla gioia alla melanconia, dal sorriso alle lacrime.

 

Quanto alla congiunzione Luna-Giove in Pesci in X, essa ci consegna la fecondità di un’opera che batte tutti i record; per Franz fare musica è come respirare: la produzione scorre a fiotti, e lui, che non supererà i 32 anni, avrà un’opera prolifica comprendente quasi un migliaio di opus!

 

Per quanto concerne il suo principale nucleo di introversione, questo s’incentra sul Saturno governatore dell’VIII in XII, dissonante con la Luna signora dell’Asc. A lui particolarmente si ricollega, con le pene del cuore di una mediocre vita amorosa, la sifilide contratta da giovane, segreta malattia che gli mina il morale e gli distrugge la salute, lo fa scivolare nella nevrastenia e addirittura in stati pressoché allucinatori. E che tuttavia ciò non di meno gli ispira delle pagine profondamente commoventi, tra cui quel patetico Viaggio d’inverno. Vita breve, povera, piena di dolore, e tuttavia così sublime. Scompare il 19 novembre 1828.

 

FRYDERYK  CHOPIN

 

Secondo i registri parrocchiali, Fryderyk Chopin nacque a Zelazowa-Wola, vicino a Varsavia, il 22 febbraio 1810 alle 18:00, ed è in base a questo dato che mi sono applicato, presentando il tema del musicista nel libricino Poisson della collezione du Seuil, come pure nel n. 16 de l’astrologue. Ma nel n. 74 della stessa rivista, Max Duval – fornendo le necessarie argomentazioni, dopo la messa in discussione di questa data da parte degli ultimi biografi del musicista – ha redatto il vero tema natale con la data del 1° marzo, data in cui Fryderyk celebrava il suo anniversario. Se la prima versione ha potuto illuderci così bene, è per via del fatto che sia in un tema che nell’altro permane il dato essenziale della medesima domificazione. Nettuno è al FC, congiunto a Saturno, entrambi dispositori di quattro pianeti rapidi, dalla Luna in Capricorno al Sole in Pesci; oltre alle loro quadrature all’Asc. nonché a Venere-Sole che tramontano in Pesci.

 

La segnatura saturnina salta subito agli occhi. Il passaporto datato 1837 espone che pesava 48 chili per una statura di m. 1,70. È un nervoso malaticcio, un astenico le cui pene del cuore diventano malattia (Venere dissonante in VI) e che la tisi, che lo porterà via a 39 anni il 17 ottobre 1849, minerà ben presto.

 

Fragile incarnazione, per di più offuscata da Nettuno sullo sfondo degli ultimi tre segni zodiacali. L’immaginario popolare evoca “quell’angelo smarrito sulla terra”, quel “genio-silfide”, “arcangelo dalle ali multicolori”; anima sensibile così presto ferita al punto che “la piega di un petalo di rosa, l’ombra di una mosca lo facevano sanguinare” (George Sand). Mi trovo in strani spazi, diceva per esprimere il suo stato d’animo autistico di allontanamento dal reale e dall’ambiente circostante. Uno choc saturniano, di natura dell’astro in IV e su sfondo Pesci, contribuisce ad approfondire la schizoidia, con la partenza da Varsavia a 20 anni, senza più fare ritorno: la separazione dalla famiglia e l’esilio. Nel suo intimo si crea un vuoto, che lo insedia in un sentimento di solitudine, rinchiudendolo in un ripiegamento timoroso, con il mondo esterno che gli appare impoverito, filtrato, lontano.

 

Al suo arrivo a Parigi, il timido pianista, trionfante nella Salle Pleyel e trattato come un principe, diventa un bel dandy che si diletta a frequentare l’alta società. Una mondanità infine superficiale, che durerà solo qualche anno. Il romanticismo di Chopin sarà quello di un solitario, di un esiliato.

 

Con quel duo Nettuno-Saturno al FC, per di più dispositore della coppia di luminari e di Plutone, è comprensibile l’influsso esercitato dal richiamo della terra madre: la musica popolare ascoltata in culla, trasmessa dalla voce materna, ricchezza del luogo natale a lungo rammentata in esilio. È precisamente a tale lirismo interiore a cui lo sradicato Chopin sarà sensibile. Al punto da restare ai margini dei potenti movimenti artistici e intellettuali del suo tempo, fino al punto d’essere indifferente, addirittura ostile, alla musica dei contemporanei. Ritornerà senza posa alla melodia natale, all’anima polacca.

«Il piano è l’unica anima che Chopin abbia conosciuto.» (Pourtalès). Strumento di ogni narcisistico incontro con sé stesso, Fryderyk gli si confida come a una persona: specchio grazie al quale si chiude in sé stesso. Oltre al fatto che interpreta unicamente le proprie opere. Nessuna sinfonia, né opera né cantate, e poca orchestra. «Chopin sta tutto in quella confidenza unica con sé: il piano è il suo doppio.» (Camille Bourniquel).

 

A questa arte discreta corrisponde la riservatezza dell’artista, che non è uomo da pubblico. Darà solo 19 concerti in 18 anni di vita parigina. A Liszt, superbo solare, dichiara: Non sono adatto a dare concerti, io che sono intimidito dal pubblico, che mi sento asfissiato da quei fiati, paralizzato dagli sguardi curiosi, muto innanzi quei volti estranei. E, a Titus: Non potresti credere quale martirio sia per me, per tre giorni, prima di suonare in pubblico.

 

Chopin è fatto per i piccoli cenacoli del crepuscolo – il tramontar del sole gli si addice – composto da amici artisti. «Quando di sera si spegnevano le lampade e lui improvvisava per delle ore, non era forse necessariamente la sua parte migliore che quella élite riceveva?» (Camille Bourniquel). Solo i salotti, uniformandosi alla sua arte, potevano dargli il bisogno di comunione: una musica nettuno-saturniana quasi di raccoglimento, immersa in uno stato d’animo crepuscolare o notturno, fatto di velate confidenze, di sensibilità diffusa, di sfumature indefinibili, di fluidità evanescente…

 

ROBERT  SCHUMANN

 

Zwickau, 8 giugno 1810 alle 21:30 (secondo la biografia di Heinrich Reimann, Leipzig, 1887), versione utilizzata dalla Astrologische Gesellschaft Deutschland. Osservando il tema di natalità, salta subito agli occhi una configurazione di scissione che rende Schumann un’anima dissociata: dominano cinque opposizioni, di cui due congiunzioni una di fronte all’altra, rinforzate da due quadrature, oltre alla residua opposizione, angolare. Saturno, signore dell’Asc., è il pesante fardello della sua divisione, per il fatto di ritrovarsi, insieme a Nettuno, di fronte alla congiunzione Sole-Marte, un terribile sbarramento al libero esercizio dell’Io.

 

Una volta afferrata la globalità del tema, non si sa bene da che parte né sotto quale angolatura affrontarlo, tanto è diversa ne è la composizione. Vediamo come egli stesso si dipinge, parlando in terza persona: «Il suo temperamento è melanconico. Il senso artistico: una disposizione a sentire piuttosto che a osservare; pertanto, nei giudizi, nella creazione, è più soggettivo che oggettivo. Gli si addice più l’emozione che lo sforzo; per capire le cose preferisce abbandonarsi all’istinto piuttosto che alla riflessione. L’intelligenza è più astratta che pratica. L’immaginazione è potente, volta all’interno, ma cerca assai spesso l’ispirazione all’esterno … La lotta gli è estranea, preferisce sognare in silenzio … Si abbandona al fascino del non-volere

 

Emotività, passività, istinto, immaginazione, sogno, non-volere… in questo c’è soprattutto in generale una linea lunare che proviene dagli aspetti lanciati verso l’Asc. da questo pianeta in Vergine, e all’artistica congiunzione Mercurio-Venere in Cancro al Disc. Prevale già l’introversione, rinforzata dall’apporto di Saturno, ferito dall’opposizione al Sole: il carattere taciturno, i neri pensieri melanconici; in breve, lo stato depressivo.

 

Di fronte [a Saturno] sta il polo della congiunzione Sole-Marte in Gemelli. È subito eccitazione, il romantico che esplode di musica, compone in trance, improvvisa fino all’esaurimento dello slancio creativo. Segue poi la “gemellità” del doppio volto del suo genio: il duplice amore per la poesia e per la musica, il creativo e il critico. Eusebio, il doppio notturno e sentimentale, dalla tenerezza nostalgica; e Florestano, il doppio diurno irrequieto e frondista, impetuoso e appassionato, dall’entusiasmo creativo. Poi il dramma del divaricamento fino alla scissione: slanci e cadute, impeti passionali e tristezze, tormenti febbrili e abbattimenti, prostrazione. D’altronde, due mondi  si susseguiranno nella sua vita. Prima della tragedia che conosciamo, regna subito la lieta natura fatta di felicità di Robert, espressa da Giove in Toro in IV, in risonanza con la congiunzione cancerina. È la meravigliosa vita famigliare nella casa del piccolo borghese che compone la sua opera in questa ciclotimia, prima che lo sguardo si perda nell’oscurità dell’angoscia e dell’incubo.

 

Qui il romanticismo schumanniano è tutto fatto di interiorità. Robert è un poeta che si racconta nella musica, con la sua arte che attinge direttamente alle più profonde fonti della sua sensibilità, che guarda alla notte, ai sogni, alle fantasticherie, agli incubi; e il suo linguaggio melodico è tutto un lirismo dell’intimità. Come Chopin, il piano è il suo confidente sin dall’infanzia, ed è con i suoi pezzi per pianoforte e con i suoi lieder che dà il meglio di sé stesso. È che la musica da camera intimista gli si addice meglio delle grandi forme. Non possiede istinto teatrale e non andrà al di là di qualche ouverture nei suoi tentativi di opera. Non più di quanto sia stato un ideale direttore d’orchestra a Düsseldorf, essendo arrivato troppo tardi al leggìo.

 

Man mano che si sente male, Robert si isola, diventa taciturno e cerca rifugio in campagna. Viene vinto dalla malattia, in cui si ripiega e che lo esclude dal mondo esterno. Quando è in crisi, parla di rado, imbarazzato, con la parola che si mette al servizio della sua reclusione, mentre sente invece il richiamo dei suoi abissi cupi e misteriosi (Manfred, Faust). Sempre più lontano dal mondo, fino ad arrivare ad essere ricoverato, finirà per cancellarsi dall’universo dei viventi quando – schiacciato dalle sue dissonanze –sprofonderà nella follia allucinatoria. Non sarà altro che il campo di battaglia dei suoi angeli e demoni, fino a quando morirà.

 

MANUEL  DE  FALLA

 

Cadice, 23 novembre 1876 alle 6:00 (anagrafe). Come in Schumann, l’introversione di Manuel de Falla è in gran parte quella di un uomo dai grandi conflitti interiori, riflessi in una forte dominante di dissonanze: cinque opposizioni e otto quadrature. E ancora, Saturno in Pesci sta al FC, congiunto alla Luna in Acquario e in quadratura al Sole. La congiunzione Luna-Saturno è per di più in opposizione a Urano al MC, parimenti in quadratura all’Asc. e a Mercurio. Un trio che forma infine una grande croce di quadrature con Plutone al Disc.!

 

Da piccolo, Manolo è un bambino gracile, delicato di salute. Ma è già non di meno un essere silenzioso, solitario, taciturno, un po’ selvatico, talvolta assente dalla realtà. Il piccolo si diletta a chiudersi in camera per vivere epopee immaginarie, fantasticherie con accompagnamenti musicali. Verso gli 8 anni scoprirà il piano e darà il suo primo concerto a 12 anni. Come Mozart, Weber e tanti altri, il suo genio musicale attinge le sue radici nella Luna al FC, e cioè nel primitivo canto andaluso, l’essenza della Castiglia, il sangue della calda Spagna. Musica di fuoco che brucia di passione interiore.

 

Ma quest’uomo emaciato, dallo sguardo vivo e dal volto teso, dà l’impressione di nascondersi dietro i folti mustacchi. Timido, pudico, avaro di parole, addirittura silenzioso, la voce bassa dal nobile ritegno, resta un po’ misterioso, non senza avere l’aria di un sagrestano. Ombroso, di norma indossa un abito e cravatta scuri, il che contribuisce a calarlo nell’austerità e nell’ascetismo. Come se dovesse pagare un debito, la sua vita è solitaria, ritirata: ripulsa della mondanità, poche amicizie, vita amorosa assente. Il fatto è che nel profondo si svolge un combattimento tra terribili tentazioni e una forte carica di divieti – asse Plutone-Scorpione contro asse Saturno-Urano – che si convertono in sete di santità. L’anima mistica gli impone una feroce castità al prezzo di un esaurimento nervoso, crocifissione morale evocata dalla croce del grande quadrato che domina il tema di natalità. Ci si chiede se sia restato vergine fino alla morte, avvenuta a 70 anni. Rimozione in parte liberata in sublimazione artistica grazie ad alcuni suoi più carnali ritmi musicali, e ad alcune delle sue inflessioni artistiche più voluttuose. Naturalmente, qui parla la trionfante congiunzione Sole-Giove in Sagittario che sta per sorgere.

 

Finirà per condurre una vita monastica nel suo ritiro di Granada, poi nel romitorio d’Alta Gracia. Vita spoglia e purificata di un uomo scheletrito, esaurito dalla meticolosità del suo lavoro. Nevrosi ossessiva tipica, che arriva fino al punto di rifare dieci volte la stessa pagina; mania di revisione patologica, come la ripetizione minuziosa di ciascun  gesto quotidiano, per non menzionare la stessa crisi religiosa, sotto l’infernale dominio della paura della collera divina.

 

CONCLUSIONI

 

Poniamo fine al viaggio nel paese degli Introversi senza domandarci troppo quale interesse questo percorso possa suscitare al giorno d’oggi, quando la ricerca astrologica dorme di un sonno profondo. Sa solo Dio se Jung abbia magistralmente messo il dito sulla più brillante classificazione psicologica che esista, è non è assolutamente per caso se essa si ricongiunga idealmente all’evidente dialettica Giove-Saturno. Soprattutto se il primo s’immerge in configurazioni a trigono o a esagono, e se il secondo si manifesta in qualche quadratura od opposizione.

 

Naturalmente, l’esplorazione dei grandi personaggi storici estroversi figura nel programma di ricerca che mi ero prefissato, al fine di testimoniare de visu il contrasto di queste due categorie umane. Ma, sopravvenuta l’età, è troppo tardi per lanciarmi in questo grosso progetto. Tuttavia forse arriverà il giorno in cui un mio successore istituirà la parità. Sia come sia, non si perde il proprio tempo a lavorare su questa coppia umana di complementari tanto evidente quanto lo sono il giorno e la notte, al punto da esser deplorevole il tralasciare una lettura astrologica così parlante.

 

Parigi, 17 ottobre 2011.


 

[1] L’atto di battesimo in realtà riporta le ore 19:00. E tuttavia va sottolineato che sono ore italiane «il cui conto… iniziava mezzora dopo il tramonto e finiva mezzora dopo quello successivo.» (Cfr. Giacomo e l’astrologo di Angelo Fregnani, 2010 AQF Cesena, consultabile sul sito dell’Autore www.fregnani.it). Il calcolo della genitura di Leopardi va quindi eseguito prendendo a base le 15:10 del nostro orologio, che espone un Ascendente a 12° in Scorpione. Si rafforza così la segnatura saturnina del Poeta, accentuata da una iper sensibilità riconducibile all’angolarità di Nettuno all’Ascendente, come nel caso appena esaminato di Alfred de Vigny. (N.d.T.)

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