Astrologie Individuelle (Pratique)

Présentation Articles Publications Imagerie Liens

 

LA SEGNATURA ASTRALE

(traduzione dal francese di Enzo Barillà)


 

Provo ancora, in questi giorni della mia vecchiaia, il bisogno imperioso di ritornare sull’argomento della “segnatura”, tanto sento l’importanza capitale della materia e quanto siamo ancora lontani dal poterla trattare adeguatamente – incluso, ahimè, il sottoscritto – per non parlare degli ingenui (ed essi regnano nella repubblica degli astrologi) presso cui questo ambito è appena sfiorato, seppure lo conoscono, oltre a chi vi rinuncia deliberatamente.

Mi stava a cuore, poiché ne avevo già trattato in un articolo nel n° 2 de l’astrologue: La pratique de la Dominante (La pratica della dominante). Sono trascorsi una quarantina d’anni dalla sua stesura e tale distacco temporale mi dà la misura d’una enorme inadeguatezza, il che giustifica questo nuovo intervento con tutte le mie forze.

Affrontando il tema della “dominante” – blasone della formula astrale della persona, in qualche maniera il suo stemma, che gli imprime il suo stile – abbiamo la consapevolezza di toccare l’essenza dell’interpretazione del tema, come se questa fosse la sua pietra angolare o la sua chiave di volta. Una specie di ricerca del Graal... Il fatto è che la posta in gioco non è magra, perché interpretare con questa finalità significa scrivere la storia psicologica dell’individuo pressappoco come si disegna la mappa di un paese per darne la corretta idea dei suoi rilievi, delle diverse proporzioni ed estensioni, e delle relazioni che vi si stabiliscono, ovvero l’identificazione della vita che vi si svolge. A causa della sua importanza, non bisogna stupirsi che questa nozione si trovi là, già all’inizio del passaggio all’atto dell’interpretazione. Per lo meno, si pone come una presenza latente, una potenzialità che s’insinua e si delinea precisandosi mano a mano che la si concretizza.

Non c’è ovviamente da stupirsi che questo dato figuri lungo tutto il discorso tradizionale, come un messaggio permanente degli antichi e ripetuto sotto le più diverse formule. Da qui il ricorso al loro sapere, quale insegnamento aperto, consegnato allo spirito critico: dal momento che in esso si vede l’uomo che tenta di proiettare il suo pensiero al di sopra della Terra per abbracciare il cielo nel cuore di una notte profonda, dovremmo conquistare almeno un filo di verità, già pervenuto dai cilindri della Caldea e dalle lapidi greche.

Ancora una volta, in questa circostanza, occorre ricordare a ogni nuovo arrivato all’arte di Urania – che sia di ieri, d’oggi o del domani – che egli è un effimero passeggero saltato su un treno in corsa, che ha già dietro di lui un lungo viaggio il cui percorso s’iscrive in un sapere di tipo stratificato che il tempo ha deposto ai suoi piedi; il suo più elementare interesse è quindi di porsi subito all’ascolto dei viaggiatori che, essi stessi, hanno tracciato l’itinerario del percorso in cui s’è imbarcato.

D’altronde, che cosa sarebbe l’odierna astrologia senza il legato della tradizione? Che ridicolaggine il disprezzo dei buffoni infatuati della loro superiorità moderna destinata a sparire insieme ad essi! Non è forse il sapere essenziale degli antichi da loro detenuto, in primis il luminoso arcobaleno dei pianeti, che nessuno di noi avrebbe potuto miracolosamente inventare? Per favore, superate il fascino antiquato del ritorno sulle tracce di un passato che olezza del chiuso del vecchiume rigonfio dei miti, allo scopo di andare oltre, per raggiungere un Fondo Cielo, a guisa di un ritorno alle origini che recupera un humus fecondante, una freschezza di fonte che fa vibrare la lira.

Sui primi passi di questo lungo cammino si vede Tolomeo che lo realizza ponendo la Natura (stranamente assente nel nostro pensiero odierno) come legame obbligato tra l’uomo e il mondo: nascita ecologica dell’«astrologia naturale». Se il Sole riscalda e la Luna inumidisce, a Saturno spetta la generazione del freddo, mentre Marte brucia. A partire dai tempi dei pitagorici, e soprattutto dopo Ippocrate, la tastiera astrale viene incorporata a una dottrina dei temperamenti che collega la stagione con le età della vita, in cui si combinano gli elementi nei loro principi, tramite una nozione umorale ovviamente congedata dal tempo.

            HUMEUR                    SAISON                      QUALITE                    AGE

            sang                           printemps                   humide-chaud            jeunesse

            bile jaune                    été                              chaud-sec                  âge mûr

            bile noire                     automne                     sec-froid                     vieillesse

            flegme                        hiver                            froid-humide               enfance

 

A partire da questa epoca lontana, i termini Flemmatico – Sanguigno – Collerico – Melanconico costituiscono quattro categorie temperamentali onorata dal tempo come la prima tipologia umana della storia, avendo attraversato più di due millenni!

A stento il vocabolario è cambiato, con il Flemmatico diventato poi un Linfatico, il Collerico un Bilioso e il Melanconico un Nervoso. Poco importa che il fondamento teorico degli umori sia da molto tempo caducato, perché il rinvio ai nuovi moderni riferimenti ne ha confortato la classificazione. Occorre ricordare che l’idrogeno, l’ossigeno, l’azoto e il carbonio sono costitutivi della materia vivente e fanno la stoffa di tutto l’universo, e che al laser l’atomo accelera o rallenta a seconda che lo si scaldi o che lo si raffreddi? Oltre al fatto che, qui, l’oggetto cosmico parla all’uomo con il linguaggio del mondo, della natura, perché l’essere all’esterno e l’essere in sé, fatti l’uno e l’altro della stessa carne, esistono solo se si superano in una totalità vivente, essendo il tutto il vero naturale. Torna qui felice la citazione di Victor Hugo: «È cosa triste sognare che la natura parli e che il genere umano non l’ascolti.» Se conosciamo il cielo tramite la Terra, è attraverso la Terra nel cielo che conosciamo l’Uomo, un Uomo opera della Natura.

Oggi come oggi, tali basi sono assenti o escluse dal bagaglio di molteplici scuole moderne, senza dubbio a scapito del loro valore didattico. Poiché, da una parte, tale classificazione quaternaria degli elementi non smette di rinascere dalle sue ceneri, come testimoniano le seguenti ricostituzioni nel corso del secolo passato, aventi questa volta basi morfologiche, biotipologiche, fisiologiche ed embriologiche.

D’altra parte, ciò che viene da così lontano riceve ora, come valore stabilito, la benedizione della conferma statistica di Michel Gauquelin (L’astrologie hier et aujourd’hui, Culture, Art, Loisir, 1972): i quattro astri in questione sono, come è opportuno in modo diretto, dei rappresentanti puri dei nostri quattro elementi.

 

VENTI TRATTI CARATTERIALI PER DESIGNARE I TIPI PLANETARI

MARTE: attivo, ardente, battagliero, scavezzacollo, combattivo, coraggioso, dinamico, energico, focoso, infaticabile, lottatore, offensivo, impavido, integro, resistente, temerario, valoroso, pieno di vitalità, vivace, volitivo.

GIOVE: disinvolto, ambizioso, autoritario, arrivista, chiacchierone, esibizionista, senso del comico, comunicativo, vanitoso, spendaccione, allegro, dai gesti ampi, buonumore, indipendente, gioioso, mondano, prodigo, burlone, simpatico, vanitoso.

SATURNO: compassato, concentrato, coscienzioso, freddo, metodico, meticoloso, modesto, osservatore, organizzato, laconico, preciso, riflessivo, ripiegato su di sé, riservato, saggio, cupo, timido, lavoratore, taciturno, triste. LUNA: affabile, ha molti amici, bonario, di buona compagnia, di buon cuore, compiacente, disordinato, distratto, generoso, dotato d’immaginazione, influenzabile, alla moda, mondano, noncurante, poeta, sognatore, servizievole, un po’ snob, superficiale, tollerante.

Ma procediamo, ritornando allo stadio primario delle cose: l’astrologia è innanzitutto una planetologia. Animazione della vita cosmica, il sistema planetario è la matrice del linguaggio universale, l’alfabeto delle categorie fondamentali della vita. È lui che ci consegna - tra Cielo e Terra e nei rapporti dell’Uno col Molteplice - la grande catena delle solidarietà omologiche tra tutte le cose, da un regno all’altro: umano, animale, vegetale, minerale... come pure tra le diverse parti di ciascuna specie. Verbo della circolazione della similitudine, dell’infinito propagato in un gioco di specchi che omologa queste relazioni tra l’uomo, la natura e l’universo. Lo si può giudicare riportandosi al complesso delle immagini dell’iconografia dei temperamenti con le divinità planetarie e i figli dei pianeti. Ciascun temperamento è tutto un centro ambientale in un apparentamento generalizzante. Se il flemmatico lunare è posto in uno scenario marittimo come il gioviale sanguigno in un paesaggio con i mulini a vento, con a fianco un cavallo, un pavone o un volatile, il collerico marziale si vede agghindato da cacciatore o affiancato da una fiera...
Similmente, nella serie dei carri planetari, a Saturno è assegnato un traino di draghi, animali delle voragini sotterranee, che associano l’astro al suo elemento...

 

I CRONOCRATORI

Tutto si basa sulle proprietà dei corpi celesti, sul “potere” dell’astro che si vuol valutare: si è visto che la segnatura di un temperamento è subito posta di fronte al dato astrale. Procedimento elaborato nel libro III, cap. 12, del Tetrabiblos, che fonda la dottrina dei temperamenti sulla gamma del settenario.

In aggiunta a questo riferimento principale agli elementi del nostro ambiente terrestre, la tradizione ha istituito, come la gamma di un solfeggio, una vera e propria Commedia umana con la fondazione del Planetario sul valore temporale del sistema solare, in una successione partendo dall’astro più vicino fino all’astro più lontano, disponendo questa volta i caratteri umani sulla successione delle età della vita; dalla Luna assimilata all’infanzia (soprattutto l’età umida della culla, l’epoca delle fasce, dell’allattamento, del biberon, delle pappine, Tolomeo dixit) a Saturno identificato con la vecchiaia grinzosa e scarna. Piramide delle età elevata come un edificio: tale è la linguistica caratterologica dei cronocratori.

Alla radice stessa dell’archetipo dal quale è scaturito il nostro sapere sul simbolismo planetario, risiede l’identificazione della divinità astrale e del tipo umano visto in una data età del ciclo esistenziale. E così, da estreme lontananze, ci è pervenuta l’immagine di Mercurio rappresentato da un giovincello, un efebo, nell’età della latenza, folletto indaffarato con i giochi e con le amicizie scolastiche. Venere è identificata con una giovane bellezza femminile “nel fiore degli anni” dagli aromi primaverili, quella dell’adolescenza amorosa, attenta al suo fascino, preoccupata di piacere per le proprie emozioni sentimentali, in primo luogo essere amata. Il Sole si accosta ad Apollo, giovane esteta giunto alla maggiore età, in cui si prende il controllo di sé, pieno d’ideali e d’ambizioni, che sogna la grandezza, che si vuole sublime in piena luce, tale e quale un eroe. Gli succede Marte nel pieno dell’età adulta, età di ferro in cui si combatte per vivere, per conquistare il proprio posto al sole e raggiungere i propri scopi. Come Giove si avvantaggia dell’età matura, con la barba fiorente, il ventre prominente e la buona reputazione, che gode d’essere “arrivato” e che approfitta dei beni acquisiti. Quanto a Saturno, lanterna fioca sul suo lungo periplo al limite del cielo visibile, procede a meraviglia al tetro capolinea della vecchiaia con la sua luce scialba, la sua lentezza, la sua distanza; se l’essere si fa pastore, l’astro si congiunge anche con il lugubre dio del tempo, che porta la falce e la clessidra, alle porte della morte.

Con questo settenario c’è, con valore totalizzante, tutto un ritmo vitale in una ordinata concatenazione antropogenetica: agli astri più rapidi, nella loro mobilità, le età in cui l’essere umano plastico e fragile cambia più rapidamente e più considerevolmente; ai più lenti – essendo l’ ultima età statica e incline all’immobilità – la sclerosi, e addirittura lo stato fossile.

Un siffatto edificio di sintesi psicologica è raggiunto dalla caratterologia quando essa compone le modulazioni del carattere umano nel susseguirsi delle età della vita. È evidente, ad esempio, che l’emotività (E) viene amplificata nella primavera dell’esistenza, come lo è l’attività (A) nel mezzogiorno della vita, quanto la secondarietà (S) sotto il peso degli anni, con la primarietà (P) che prevale durante l’adolescenza. E così, per Le Senne, il movimento dall’infanzia alla vecchiaia si traduce mediante la metamorfosi dal tipo nE-nA-P nel tipo nE-nA-S (con “n” che indica la mancanza). Gaston Berger sviluppa il tema dichiarando che la vita umana segue una curva che parte dall’Amorfo (nE-nA-P), il bebè vegetativo dalle forme dilatate, per concludersi nell’Apatico (nEnA- S), il vecchio ipovitale dalle forme assottigliate, passando attraverso gli altri tipi intermedi: EnA, poi E-A, indi nE-A, infine nE-nA, andando dalla primarietà alla secondarietà. Di modo che, sempre secondo lui, il bebè è Amorfo, il bambino Sanguigno, l’adolescente Sentimentale o Nervoso, l’adulto Collerico o Passionale che passa al Flemmatico, e il vecchio Apatico. Il che procede, né più né meno, dal lunare al saturnino in una perfetta gerarchia evolutiva. D’altronde, è bene constatare che il carattere planetario riceve la sua tonalità dalla sequenza dell’età: spesso una forte lunarità accompagna un essere impregnato d’infanzia, con un fisico da bambolotto, che resta più o meno infantile per tutta la vita; allo stesso modo in cui un essere fortemente saturnizzato è frequentemente contrassegnato dalla vecchiaia sin dall’inizio della vita, sembrando più vecchio della sua età o vivendo in modo più vecchio di quanto sia.

Poiché l’individuo e l’esistenza procedono in un percorso della medesima natura, lo svolgimento dei cronocratori si ripercuote sul flusso del divenire con i transiti e direzioni, intensificando la configurazione planetaria secondo l’età che gli corrisponde. E così, una configurazione di primaria importanza durante i primi anni di vita avente ad oggetto la Luna natale può plasmare un clima psichico e insediarlo in modo duraturo. Allo stesso modo, una simile configurazione di Mercurio durante l’età scolare, può stabilire il mondo intellettuale, la natura delle idee, l’orientamento delle affinità elettive. Parimenti accade con Venere attorno ai vent’anni, quando ci si può giocare lo stesso destino amoroso in un legame importante. Tutto come le grandi lotte per occupare il proprio spazio al sole, che vanno spesso di pari passo con le configurazioni di Marte verso i 30/40; come gli onori della carriera e del successo verso i 50/60, con quelle di Giove; andando oltre arrivano le pesantezze delle dissonanze saturniane, soprattutto con le apprensioni e le sventure della salute.

Espressione di un «temperamento naturale» degli astri, per riprendere la formula pura di Tolomeo, questa tipologia planetaria ha anch’essa il proprio linguaggio formale, documento visuale che un’iconografia risalente già a immagini lontane ha illustrato con la fisiognomica. Oggi si sa che il genoma è riprodotto talmente bene in ciascuna delle nostre cellule da essere una segnatura leggibile nei nostri più minuscoli frammenti di pelle come pure nella più piccola goccia di sangue, di sudore o di sperma, il che conferma la formula che descrive ciascuno di noi nel suo insieme tramite una particolare successione di adenina-citosina-guanina-timina – quattro basi che forse sono primi cugini dei nostri elementi – e che costituisce il nostro DNA. Il che ci fa tornare prepotentemente alla teoria delle segnature secondo cui la parte è fatta a immagine del tutto, con la nota astrale che si ritrova nel viso, nella mano, nella scrittura... La conformità del corpo è quindi anche una nota d’osservazione di tendenza: la robustezza di Marte caldo e secco, la statura espansa di Giove caldo e umido, contrazione organica più o meno sottile oppure nodosa di Saturno freddo e secco, con una combinazione Marte-Giove che può fare un colosso superman... È in tal modo, in una visione totalizzante su una medesima catena di corrispondenze, piattaforma di un sapere interdisciplinare, che possiamo operare al meglio.

Ci troviamo nel cuore di una visione unitaria fondamentale. Essa implica che l’Uno derivi dal Tutto. In questo modo, come ciascun segno zodiacale acquista il senso della sua posizione in rapporto all’insieme degli altri segni, il significato di ciascun astro si fonda sulla sua posizione in seno al sistema solare. Qui, per esempio, la Terra è il perno di una simmetria tra pianeti interni e pianeti esterni, e si osserva che l’allineamento del planetario fonda la ripartizione delle signorie zodiacali, con i «domicili» della coppia dei luminari che si trova di fronte a quelli di Saturno, come la coppia Venere-Marte trova il suo incrocio in Toro-Scorpione/Bilancia-Ariete...

 

Questo schema tratto da Fondement et avenir de l’Astrologie (Fayard, 1974) di Daniel Verney presenta una tabella completa della struttura del planetario in cui figurano cinque coppie di pianeti, e anche la coppia di una coppia. Anche la scuola condizionalista di Jean Pierre Nicola ha le sue, nondimeno interessanti, purché non si rinchiudano nell’esclusività. Un nuovo schema unitario dipende dal ciclo diurno-notturno della vita quotidiana, la cui interdipendenza assegna a ogni astro un posto ordinato in funzione dei valori degli elementi, con la tastiera planetaria che resta centrata dagli assi della croce orizzonte-meridiano. Al Sole compete il regno sull’emisfero diurno, alla Luna quello sull’emisfero notturno; Mercurio occupa la posizione centrale neutra, in collegamento con l’insieme. S’impone poi l’allineamento orizzontale Marte-Venere in un rapporto di levata con i suoi valori di erezione e di conquista, e di tramonto con quelli di ricettività, d’accoglienza, d’assorbimento. Ne consegue l’allineamento al meridiano di Giove-Saturno nelle tonalità di un mezzodì estroverso e di una mezzanotte introversa. Con i nuovi pianeti si localizzano al meridiano in un confronto fra ottave le dialettiche Giove-Saturno e Urano-Nettuno, con Giove e Urano che s’impongo al polo solare del mezzogiorno, e Saturno e Nettuno al polo lunare della mezzanotte. Si noterà che al lato sinistro della croce si suddividono gli astri secchi (tensione, durezza), alla destra quelli umidi (distensione); similmente, gli astri caldi (esteriorizzazione) dimorano sopra, e quelli freddi (interiorizzazione) sotto: Saturno e Nettuno in basso, stanno alla base, alla profondità, allo stato interiore, come Giove e Urano, in alto, stanno allo slancio, allo splendore, allo spettacolare.

 

ALLA RICERCA DELL’ESSENZIALE

È dimostrato che un medesimo rintocco di campana si ripeteva secolo dopo secolo: il ricorso alla valutazione dell’importanza del fattore astrale. S’imponeva una nozione quantitativa: si trattava di sapere quale fosse l’astro meglio posizionato alla nascita e la cui potenza prevalesse, fosse preminente. Inchiesta lunga e laboriosa, ancora incompiuta.

Con Paolo d’Alessandria si passerà da un «governatore» dell’ora, di cui si vedrà più avanti la natura, e la tradizione latina degli Arabi chiamerà Almuten il pianeta che assume il ruolo di pianeta dominante del tema natale. Poco importa la sua denominazione, che lo si chiami «Dominatore», «Signore» della natività, «Maestro della genitura» o della natività, si tratta sempre del dato astrale che ha la priorità nell’ambito del sistema solare, con l’astro che ricopre il ruolo di padrone.

Si tratta qui dei fondamenti, poiché quell’astro «grandemente potente» è l’eminenza che apre la porta del tempio interiore e introduce sulla strada principale dell’essenza della persona e della sua vita. Il che ricorda a modo suo il III aforisma del Centiloquio (pseudo Tolomeo): «Chi è atto a qualcosa, qualsivoglia essa sia, avrà certamente anche l’astro che significa questa cosa grandemente potente alla nascita.» Firmico Materno lo riprende quando, rievocando le disposizioni umane, dichiara direttamente, a guisa di applicazione restrittiva: «Se è nato sotto l’influsso di Mercurio, si dedicherà all’astronomia; se è Marte, abbraccerà il mestiere delle armi; se è Saturno, si darà alla scienza dell’alchimia.»

Riproduciamo questa tavola di Maurice Munzinger (come lo sono le altre) che espone i tipi planetari secondo i temperamenti, perché la morfopsicologia viene ignorata dal complesso dell’insegnamento astrologico. Omissione pregiudizievole in quanto la visualizzazione da essa implicata contribuisce più d’ogni altra cosa a rendere concreto un sapere troppo incline a restare spettrale. Certo, non si è condannati, perché si porta tale segnatura, ad averne un’integrale espressione fisica, che può essere deformata da un’altra componente: ciò non di meno, la sua tendenza più o meno percepita de visu contribuisce vantaggiosamente a identificare la famiglia astrale tipo del soggetto. A guisa di un musicista che deve eseguire le sue scale, occorre penetrare interamente nella tastiera planetaria.

 

Si può quindi capire che tutti gli autori si siano messi a cercare d’identificare l’astro o la formula astrale che privilegia ciascun tema, elencando le condizioni che favoriscono la valorizzazione di ciascun pianeta, allo scopo di assegnare la priorità a quella che riporta la maggioranza dei consensi. Se, militando in queste fila, si stenta ad arrivare a una perfetta soluzione finale – nello stato in cui siamo, ci troviamo ancora allo stadio di una realizzazione aperta e incompleta – per lo meno, partendo dai primi passi del percorso che mira ad afferrare questa dominante, unica o plurima, i suoi fondamenti si rivelano in tutta la loro chiarezza.

Non c’è nulla di meglio di un astro che sorge o che culmina, e addirittura, in seconda battuta, che tramonta o passa al meridiano inferiore, per assegnargli un valore essenziale: questo dato lo serbiamo dallo stesso Tolomeo. Dopo di lui si ripeterà in successione, da un autore all’altro, tale constatazione di primaria importanza, regola d’oro dell’angolarità.

È bene ricordare questa base elementare che ci riporta all’essenziale ricollocandoci nella condizione del parto, che è l’atto del suo «qui e ora». Ossia, al rinvio alla specificità dell’incrocio di un «momento-luogo»: l’uomo si «cosmicizza» nell’istante-localizzato della sua venuta al mondo. Fugacità e confinamento di un punto spazio-temporale; il che, al fine di afferrare questa unicità, richiede l’influsso della configurazione generale del planetario con riferimento all’orizzonte e al meridiano, essendo il fenomeno strettamente circoscritto al fuggevole evento della nascita. Ma occorreva ricorrere ai rapporti del planetario con gli altri fattori del tema: il passaggio degli astri nei segni e nei settori, come pure agli aspetti, ecc.

Tolomeo si era praticamente limitato a cogliere il valore dell’angolarità, presenza del corpo celeste sui punti vitali, i suoi successori si sono sforzati di completare il compito e ciascuno si è adoperato secondo la sua personale ricetta.

Nel suo Livre des fondements astrologiques (XII secolo) Abraham Ibn Ezra s’accontenta di trovare «normale che la massima forza sia accordata all’angolo del Medio Cielo, e al primo angolo, quello dell’Ascendente», Raimondo Lullo, nel suo Traité d’Astrologie (Trattato di Astrologia), verso il 1300, dopo avere paragonato la traccia astrale a un sigillo che imprime le sue impronte nella cera in cui si ritrovano gli elementi, enumera l’applicazione di diciotto principi. Nel De l’Usage des Ephémérides (1634), anche Antoine de Villon si mette a ricercare le «dignità e debilità essenziali dei pianeti». Mentre Henri Rantzau nel suo Traité des Jugements des thèmes généthliaques (1657) resta fermo all’angolarità: «è lì che i pianeti e le stelle dispiegano tutta la loro influenza».
Naturalmente, nel suo Astrologia Gallica (1661), Morin de Villefranche si spinge molto più lontano, dedicando uno dei suoi capitoli alle «Dignità e debilità essenziali dei pianeti». Ricordiamo la sua definizione principale: «Il signore di un tema è il pianeta che, nel tema, in ragione della sua posizione e del suo dominio nel luogo principale della figura, supera in virtù attiva gli altri pianeti.» E con lui, ci sarà un Signore della Rivoluzione, un Signore dell’Anno. Vuole addirittura già contabilizzare l’energia planetaria che fa passare per un giro d’orizzonte generale. Naturalmente, «un pianeta in un angolo prevale su uno in casa succedente o cadente», ma il suo potere dipende anche dalle su altre posizioni, con 5 punti che vengono accordati alla presenza nel suo segno, 4 quando è in esaltazione, 3 nel suo trigono, mentre la debilità arriva fino a –5 per via dell’esilio... E così si è già partiti per il calcolo della dominante in un allineamento generale di fattori più o meno eterocliti. Dopo di lui, nella sua Pratique abrégée des Jugements astronomiques sur les nativités (1717) Henry de Boulainviller non potrà far di meglio, ma si rimane a una elaborazione di fattori – ne riparleremo più avanti – il cui valore resta in sospeso.

Un rilancio di questa ricerca avverrà alla rinascita d’inizio XX secolo. Nel suo Langage astral, Paul Choisnard si riannoda al filone tradizionale: «il massimo dell’intensità corrisponde alla vicinanza di circa 10° al meridiano o all’orizzonte (in casa cardinale o cadente). Il MC e l’AS presentano i luoghi più importanti a questo riguardo.» Egli non viene tuttavia seguito dal complesso degli autori degli anni ’30 e successivi, con molti di loro che si attengono alla pigra formula che assegna al semplice signore dell’ascendente il rango di maestro dell’oroscopo, e poco importano le stesse posizioni planetarie: una misera pratica che ancora sopravvive. Ma se Choisnard si sente a suo agio su questo terreno principale che si giustifica, è anche consapevole della difficoltà di quantificare altri indici in una valutazione comparativa, tanto da invischiarsi in un pantano per via di troppi richiami a fattori presi in considerazione, in una contiguità di qualitativo e di quantitativo.

In questa materia, ci troviamo come sul terreno dell’ecologia. L’ambiente può essere considerato solo nella sua totalità; tutti i problemi sono collegati tramite un’infinità d’interferenze dei diversi fattori, tali da vietare soluzioni frammentarie. Ma non ci si può sottrarre a un inizio d’analisi senza cogliere per prima cosa una specificità «in sé» di ciascuna componente. E qui s’impone il verdetto dell’osservazione.

Prendiamo, ad esempio, il movimento dell’astro, oggetto di valorizzazione in funzione della sua velocità, e a priori considerato così male nel suo moto retrogrado. È una gran tentazione quella di regredire seguendo questa pista. Ora, senza voler fare l’avvocato del diavolo, da parte mia sono infastidito a forza d’imbattermi in casi in flagrante contraddizione con questo ragionamento comunemente accettato, e di questo ci sono numerosi esempi disturbanti. Il grande pioniere dell’esplorazione dei mari, Enrico il Navigatore, ha Mercurio in Pesci retrogrado; Bougainville, tutta la vita a zonzo per mare, ha il suo in Sagittario egualmente retrogrado; lo stesso quello in Gemelli di Duguay-Trouin; e similmente, in segni differenti, La Pérouse, Clive, Suffren... E malgrado la retrogradazione, il Mercurio in Ariete fa dei pionieri come Nadar, Hahnemann, Lister...
Come pure dei Laplace, dei Buffon, dei Dalton... E altrettanto: «Prima di tutto sono nato per disegnare» dichiara Edgar Degas, il più grande pastellista del suo tempo: certo, Mercurio, signore di Giove in III, sta al Discendente, ma è un Mercurio stazionario, sul punto di iniziare il moto retrogrado. Il più grande disegnatore francese della sua epoca, Dominique Ingres ha, pur non conoscendone l’ora di nascita, Mercurio in Vergine e al centro di una congiunzione dei luminari; certamente, ma il suo Mercurio è retrogrado a piccola velocità. Sia l’uno che l’altro sono tuttavia dei geni dell’espressione mercuriana della loro arte. Gli stessi scrittori non mancano, da Madame de Sévigné a Françoise Sagan, passando per Balzac e Marguerite Yourcenar, Jacqueline de Romilly...
Ma ancora, altre specie di note false, come non essere imbarazzati vedendo Mercurio egualmente retrogrado in Judy Garland, stella del canto e della commedia già da ragazzina? Il Mercurio in Cancro di Grégor Mendel, fondatore della genetica, è retrogrado, come il Mercurio in Pesci di August Borsig, costruttore della rete ferroviaria in Germania, come pure quello in Ariete di Gottlich Daimler, dell’industria automobilistica tedesca. Anche il Mercurio in Toro di James de Rothschild è retrogrado, come lo è ancora la Venere dello scultore Cabanel, il cui nome resta collegato alla sua Naissance de Vénus; o ancora il Marte di Helmuth von Moltke, capo militare vincitore degli austriaci e dei francesi, ecc... Sarebbe bene proseguire questa inchiesta che forse potrebbe far tacere un pregiudizio e dispensare dai discorsi vuoti. Non inganniamoci col ronzio dei nostri ragionamenti e veniamo sempre ai fatti. Se non si vuol praticare alla cieca, è da loro che occorre passare, essi solo sono in grado di mettere a tacere i vuoti discorsi teorici di cui molti di noi sono ghiotti. Non basta che l’idea suoni reale, occorre ancora che essa corrisponda ai fatti. Solo la testimonianza della carta del cielo è la nostra maestra. Al momento, accontentiamoci di dire che è prudente astenersi dal quantificare il pianeta col metro della sua velocità di movimento, il che non esclude che abbia un significato d’ordine qualitativo.

Poiché la dominante è un affare essenzialmente quantitativo, l’ideale sarebbe, neutralizzando le preferenze individuali, il far sfociare la propria ricerca su un punto d’arrivo impersonale, e cioè di pervenire a un calcolo numerico, risultato di un coefficiente superiore.

Certi autori non temono di volersi innalzare a questa cima, senza rendersi conto dell’immensità del compito. L’opera più conosciuta di questo genere in Francia è Le Maître de nativité di Alexandre Volguine. Operazione di somme di un insieme di fattori per ciascun pianeta: posizione nel segno, nella casa... La verità obbliga a dire che questo autore assai colto e peraltro molto pregevole non era per niente qualificato per intraprendere un simile compito, in quanto - non essendo un pratico, o essendolo così poco -, non s’era affatto confrontato con la tipologia planetaria che deve essere seriamente coltivata. Avrebbe dovuto abbandonare l’impresa di fronte ai suoi risultati aberranti; essendo estraneo alla materia al punto di non essere per nulla contrariato davanti, ad esempio, una «dominante» saturnina di un Rodin, eppure così tipicamente gioviale (proprio l’opposto!), consacrata da una doppia congiunzione dell’astro al MC e al Sole, oltre al loro sestile all’Ascendente! D’altronde, le basi del suo sistema sussistono chiaramente a dispetto del buon senso. Esso soffre in primo luogo di una mancanza fondamentale: la valorizzazione per via degli aspetti è completamente assente, anche quelli del pianeta con gli angoli del tema! Il che è già sufficiente a screditarlo. Manca inoltre di realismo, in quanto non ha tratto la lezione dei bilanci statistici in merito agli scarti con gli angoli del tema. Oltre al resto... Tutto ciò non impedisce alle nuove reclute dall’applicare questo sistema a occhi chiusi, pronunciando delle scempiaggini, come nel numero 38 di Astralis in cui Van Gogh, con un Marte al MC, signore del Sole in Ariete, si vede catalogato fra i venusiani...

Bisogna dire che se ne vedono delle belle quando si notano gli errori commessi in materia e che provengono addirittura da autorità da cui non potevamo aspettarceli. Ad esempio, lo stesso Don Néroman, considerando a malincuore la questione come di poco conto, che dichiara: «Hitler è un marziale» e scambiando Maurice Thorez per un uraniano! (Cfr. Que nous réserve 1938?) ... Non si potrebbe essere un buon teorico se non si conosce a sufficienza la pratica.

Dopo la mostruosità di Volguine, il tentativo della scuola condizionalista, seppure molto meglio elaborata e assai ambiziosa, non è alla fine migliore. Se l’aspetto è il grande assente dal sistema di Volguine, è la signoria che non viene tenuta minimamente in conto da Jean-Pierre Nicola.
Principale causa di una debolezza invalidante dei suoi risultati... Riferitevi, affinché possiate giudicarne, ai suoi stessi esempi elencati nei testi della trilogia Plutone – Nettuno – Urano, o al suo prolungamento applicativo nelle opere scolastiche dei suoi discepoli, insufficientemente adulti per provare il bisogno di apportare correzioni.

Ultimamente, nel suo Comprendre les quatre éléments (Cédra-Astralis, 2006), Denis Labouré s’è a sua volta applicato a un computo della dominante di assetto abbastanza buono. Poiché ho trattato lo stesso argomento, questo autore mi fa l’onore di ricordare il mio modo d’affrontare la dominante d’elemento, che giudica allo stadio di semplice approssimazione. Gli concedo ben volentieri questa riserva, in quanto ritengo d’essere sulle tracce di un risultato. Tuttavia, è alquanto umoristico di vedersi tacciato d’omissione da parte di un autore secondo cui il sistema solare si ferma decisamente a Saturno, con i trans saturniani che – secondo lui – non hanno per niente voce in capitolo, come se l’uraniano, il nettuniano e il plutoniano non esistessero (ho centrato i più spettacolari della storia, nel mio libro dedicato a questi tre pianeti)! Altra incresciosa defezione: il nostro autore s’accontenta di applicare il metro della sua griglia di calcolo solamente a un tema natale, il quale, per soprammercato, è quello di un illustre sconosciuto. Vacci a capire ...
Lo si vede, tutto ciò che è stato tentato in Francia fino ad ora, per quanto possa essere meritevole il percorso, è irrisorio, e se ci si azzarda a ricorrere all’una o all’altra di queste «griglie», la sconfitta è assicurata.

Si è costretti a convenire che, allo stato attuale delle nostre conoscenze, non abbiamo ancora i mezzi per offrirci il prezioso strumento per un calcolo impersonale della dominante. Si tratta, nel caso specifico, di costruire un apparato delicato introducendo un insieme di fattori dati che interferiscono l’uno con l’altro e di cui conviene calibrare i parametri, per di più relativizzati gli uni in rapporto agli altri. Compito enorme da realizzare, che può essere condotto a buon fine solo da una squadra di ricercatori che raffrontino rispettivi valori già difficili a stabilirsi, e disposti a darsi tutto il tempo necessario alla riuscita. Ciò supera di gran lunga la capacità di un sol uomo, dovesse anche dedicarci tutta la vita, con la sua soggettività che comunque rende necessario la neutralizzazione di un concorso di giudizi diversificati. Un simile apparato non è quindi per il domani, e accettiamo di praticare nella provvisorietà fondata su stime personali.

Tentiamo ora di passare in rivista le diverse componenti che partecipano alla dominante.

 

GLI ASPETTI

È stupefacente che, per quanto ne so, non si sia attribuita la giusta importanza agli aspetti per determinare la dominante. Eppure ci si trova di fronte la banalità dell’evidenza.

Dal momento che, in primo luogo, quel che conta è il passaggio dell’astro all’orizzonte e al meridiano, AS e MC in testa, viene subito in mente che – dopo il contatto diretto dell’astro con l’angolo del cielo, rappresentato dalla presenza - il contatto indiretto a distanza, ossia l’aspetto, segua immediatamente per importanza. Il che s’impone se si soddisfa l’esigenza del «qui e ora» natale. Tale versione risponde pienamente al principio di base enunciato nel mio Traité pratique (trad. it.: Trattato pratico di astrologia - traduzione di Fabio Rugani, N.d.T.): «Più una configurazione natale è specifica, cioè più è aderente al momento della nascita – all’incrocio preciso del luogo e dell’istante – e più caratterizza, cioè “segna” maggiormente l’individuo.» La ricercata gerarchia dei valori è totalmente in funzione di questa regola.

Che ci sia una congiunzione oppure un aspetto dell’astro con un angolo, il fenomeno mantiene la stessa fugacità e non esiste configurazione più limitata nel tempo. Sicché, è sufficiente che il pianeta faccia simultaneamente un aspetto principale con l’AS e un altro con il MC – nel modo, ad esempio, di Saturno al doppio trigono dell’uno e dell’altro, come nel saturnino Luigi XIII – affinché la sua segnatura sia patente, a titolo di dominante o di sottodominante. In ogni caso, è da notare questa accoppiata di aspetti, e pure il semplice aspetto a uno dei due punti merita considerazione.

Sullo sfondo costellato delle sole posizioni astrali del tema si presenta un ventaglio di aspetti con durate che vanno da un estremo all’altro; da quelli della Luna che durano ore a quelli dei trans saturnini di estensione annuale, con questi ultimi che plasmano l’ampia comunità generazionale a cui si appartiene. Certo, anche quelli hanno il loro passaggio agli angoli del tema, per cui i nati possono diventare casi esemplari della loro generazione. Ma, senza valorizzazione particolare, le configurazioni dei pianeti rapidi hanno ovviamente la precedenza: quelle di Mercurio che qualificano la vita mentale, quelle di Venere che danno il tono alla vita sentimentale, ecc.

Ma subito dopo l’insieme delle relazioni pianeti-angoli del tema per congiunzione e aspetti, in cima alla scala della dominante, arriva l’intervento dei due luminari «Padre e Madre universali», mediante il potere di valorizzazione da loro esercitato sul planetario, come se, nell’aspetto, essi delegassero la loro potenza o ne investissero il pianeta, il che è patente in astrologia mondiale.
Soprattutto la potenza della congiunzione, come se il pianeta fosse ricaricato tramite un rinnovamento ciclico, rilanciato nel suo percorso annuale o mensile.

Va quindi da sé che quando un pianeta è doppiamente congiunto al Sole e alla Luna – come il Saturno del compassato imperatore Francesco Giuseppe d’Austria che ne porta la traccia in modo palese – tale astro si eleva al rango significativo di dominante o di sottodominante, a seconda delle circostanze. Ma ancora, sebbene in misura minore, una convergenza d’aspetti dei due luminari sul medesimo pianeta non avviene senza provocare una risonanza, come l’unione di una comune tonalità armonica o dissonante.

Resta ancora il fatto che il fenomeno della ciclicità deve essere preso in considerazione nel rapporto degli astri rapidi – Mercurio, Venere, Marte – con quelli lenti, come se la congiunzione dei primi contenesse anche, sebbene in minor misura, la virtù di valorizzare i secondi, per via del fattore di rinnovamento ciclico di questi ultimi. Sicché, al di fuori dell’angolarità, nulla è più valorizzante per un pianeta lento che di trovarsi al centro d’un ammasso planetario, come l’Urano di Keplero riunito al trio Sole-Mercurio-Urano. E una semplice convergenza di aspetti di tali pianeti rapidi al medesimo astro merita considerazione, come nell’esempio di Saturno di Keplero, che riceve i loro sestili.

 

LA SIGNORIA

È possibile quantificare il rapporto del pianeta nel suo segno?

Non si può separare il corsiero dalla sua corsia, e se ciascuno dei due fattori ha le sue proprietà, si comprendono delle variazioni di affinità nella successione dei passaggi dell’astro da un segno all’altro, con il pianeta che si sente a proprio agio «maggiormente» nell’uno e «minimamente» nell’altro.

Per esprimere un giudizio in merito, riportiamoci alla cellula del cosmo astrologico, quell’uovo che è contemporaneamente planetarizzazione del tessuto zodiacale e spazializzazione zodiacale del sistema solare in una successione di aspetti. Nocciolo centrale di un ancoraggio del mobile e del suo itinerario in una ripartizione astrale di orbita in orbita, dal centro alla periferia, incorporante mobili e fissi. Là si trova la matrice dei rapporti tra pianeti, segni e aspetti, con la Signoria che fa la sua apparizione: il Sole è il «Signore» del Leone e la Luna «Signora» del Cancro, come Saturno «governa» il Capricorno e l’Acquario. E tra lo stato di congiunzione dei primi e quello d’opposizione dell’ultimo s’interpongono le altre signorie: dei luminari per semisestile di Mercurio in Gemelli e in Vergine, sestile di Venere in Toro e in Bilancia, quadratura di Marte in Ariete e in Scorpione, e trigono di Giove in Sagittario e in Pesci. Inquadramento pianeti-segni-aspetti dei più giudiziosi, che si è addirittura completato tramite l’accostamento delle affinità fra i dodici segni e i dodici settori, che concentra in un ternario un complesso di valori comuni: Marte-Ariete-I, Venere- Toro-II, Mercurio-Gemelli-III, Luna-Cancro-IV...

Ora, partendo da lì, non è agevole differenziare per ciascuno di tali complessi i termini esatti del quantitativo dal qualitativo. È certo che si «sente» bene che Marte e l’Ariete sono vicini, di tendenza quasi identica, e che Venere e il Toro vanno bene insieme, come Mercurio e i Gemelli, la Luna e il Cancro, il Sole e il Leone... come se questi astri si trovassero nei loro rispettivi feudi. Allo stesso tempo, si è inclini a considerare che Marte si esprime con «maggior» purezza quando è in Ariete, che Venere fiorisce «più» calorosamente in Toro, che Mercurio è «più» loquace in Gemelli... L’opposizione, essendo l’inverso del domicilio, è come un vuoto di fronte a un pieno. Da qui la tentazione di attribuire un grado superiore al primo, uno inferiore al secondo: Marte in Bilancia, Venere in Scorpione...

Bisogna non di meno convenire che il procedimento è delicato, e che sarebbe una specie di balordaggine l’attribuire (ad es. e per semplificare, attenendosi alle quattro principali categorie di presenza, assimilate alle quattro stagioni) +2 al trono, +1 all’esaltazione, 0 alla marginalità, -1 alla caduta e -2 all’esilio.

Il motivo è che qui si tratta di un modo di procedere che rientra nel campo di una visione lineare unilaterale, mentre noi ci troviamo su una pista circolare implicante un campo dialettico della realtà.
Dobbiamo alla nostra tradizione dell’emisfero boreale il trono del Sole nel Leone, essendo l’agosto un mese di magnificenza vitale con le tonalità fulve delle spighe dorate di piena estate, mentre il cuore dell’inverno è sicuramente un esilio solare. Se l’astro del giorno è fisicamente fortificato nel Leone e fisicamente indebolito nell’Acquario, quella vitalità animale del temperamento umano può senz’altro risentirne gli effetti con un maggior numero di forti costituzioni organiche durante il primo passaggio e di quelle deboli al secondo. In ogni caso, è in inverno che la mortalità è più forte, con febbraio che vince la palma del numero dei decessi nel nostro emisfero, provenienti soprattutto dal cuore. Ma, in compenso, una statistica (non astrologica) condotta su un migliaio di geni più grandi dell’umanità ha evidenziato un massimo di nascite nel cuore dell’inverno, e un minimo proprio di fronte al calendario annuale: fenomeno di compensazione. Sicché, se la persona nelle sue manifestazioni esteriori si trova più avvantaggiata da una nascita estiva, una occupazione del Sole in Acquario, per contro, avvantaggia la vita interiore, intellettuale, morale o spirituale. Occorre quindi smettere di fare delle debilità astrologiche la fiera della povertà, un luogo di disgrazie, un festival delle indegnità, un’anticamera degli sciancati, e che so io?...

È questa la ragione per cui conviene essere prudenti, e cioè relativisti, per usare giudiziosamente questa denominazione, avanzando in punta di piedi, per approssimazioni successive. Ciò non toglie che spazzar via pretenziosamente tali sottigliezze non possa essere pagata cara.

Non posso far di meglio che rinviare al mio testo Les Maîtrises, in quanto, malgrado la dialettica, siamo lontani dal poterci sbarazzare così a buon mercato dal fenomeno. È in questo ambito che se ne giudica e il caso esemplare di Keplero è stato trattato in un dibattito in cui un sostenitore della scuola condizionalista s’era gettato nelle fauci del lupo, tanto era grande il cappio che quell’interlocutore s’era messo intorno al collo, col negare un Keplero saturnino. Eppure non c’è un saturnino più grande di lui, ancorché l’astro non sia angolare: ma il Capricorno è occupato da un trio Sole-Mercurio-Venere, oltre a Urano, un ammasso per di più in sestile a Saturno; segno e aspetti che da soli hanno deciso una segnatura esemplare che nessuno può negare!

Non mi sono accontentato di quell’unica dimostrazione, pur se sufficiente e decisiva. Mi è venuta allora l’idea di trattare i sovrani che non avrebbero potuto meglio rispondere alla condizione solare, andando a vedere ciò che accadeva da una categoria all’altra, trattando più di duecento casi. Non fu facile determinare i troni e gli esili in cui si oppongono le forze fisiche e morali. In compenso, fu sensibile la polarizzazione dall’esaltazione alla caduta. E così, i 15 sovrani dell’esaltante Ariete, riuniscono 421 anni di regno, quasi come i 27 sovrani della declinante Bilancia che ne raccolgono solo 443, con la media di 16 anni per la Bilancia e di 28 per l’Ariete. E con la danese Margherita II che siede sul trono già da 38 anni, gli Arieti superano le Bilance che sono però due volte più numerose. Oltre al fatto che presso i primi si osservano un detronizzato e un dimissionario, contro sei detronizzati e quattro assassinati presso i secondi (più d’un terzo). Si è evidentemente inclini a vedere un incremento d’energia nell’esaltazione, contrastato da un indebolimento nella caduta. Si è anche dimostrato che occorreva tentare una simile osservazione con il Marte dei militari e dei signori della guerra, concentrandosi unicamente sulle due guerre mondiali. Nel 1914-1918, Marte in Toro e in Bilancia cade sui vinti: von Schlieffen, von Kluck, von Hindenburg, von Ludendorff, Luigi Cadorna (Caporetto), con Carlo I d’Austria-Ungheria. Nel 1940-1945 si trovano le medesime due debilità marziane dapprima in Paul Reynaud, Pétain, Weygand, il generale Dentz incaricato di accogliere il nemico a Parigi, e il generale Bridoux che smobilita l’esercito all’invasione della zona libera nel 1942. Poi Hitler, von Brauchitsch, Rimmel, Keitel che firma la resa; oltre a Mamoru Shigemitsu che firma la resa giapponese. E un Hitler ha niente di meno che la Luna, Marte, Giove e Saturno in debilità, come lo erano i luminari, Saturno e Urano di Guglielmo II. In Italia, in un’inchiesta fatta su una cinquantina degli ultimi papi nel n° 1 del suo “Osservatore Astrologico” (dicembre 1979), Federico Capone ha rilevato un numero minimo di Marte in Ariete, Scorpione e Capricorno e un massimo in Bilancia, Cancro e Toro, sensibile contrasto che potrebbe significare una interiorizzazione della virilità.

La signoria può quindi dare l’impressione che l’astro disponga di un punto d’appoggio zodiacale per manifestarsi, con il segno che funge da delega del pianeta che fa uso di questo investimento. La manifestazione più chiara si presenta quando capita che molteplici pianeti siano congiuntamente angolari. In tal caso, chi la spunta sugli altri è generalmente quello il cui segno è occupato dal Sole, se avviene che si presenti una tale occupazione. Così nel tema natale di Van Gogh, il cui Marte culminante è sostenuto da un Sole in Ariete che lo amplifica, essendo l’uno e l’altro una coppia che costituisce un tutto. Lo stesso accade con la Luna, quando un Sole in Cancro la rinvigorisce, come nel caso di Corot, di Boudin, di Rodenbach… È così che funzionano intimamente pianeti, segni e aspetti. Qui si può parlare di un potere della signoria. Quello stravagante giocoliere che fu Cagliostro deve la sua avventura a un Mercurio in Gemelli sostenuto dalla forza di una congiunzione Marte-Giove-Saturno in Vergine, configurazione che Marat convertì in una frenetica penna al vetriolo. Alla stessa maniera, è certo che Saturno in Capricorno è un raddoppio saturnino… Più avanti si vedrà che gli antichi non hanno avuto paura di arrivare a una molteplicità di rapporti tra pianeti e segni, in successive divisioni e sottodivisioni.

Ritorniamo all’inizio per un caso importante. Naturalmente conviene concedere una valorizzazione particolare al signore dell’Asc. (ma forse anche al signore del MC?), fattore che viene subito dopo dietro le congiunzioni e gli aspetti agli angoli, con la durata media del fenomeno che va da una a due ore. Questo dato, ancora sopravvalutato da troppi ignoranti, è così riportato al suo vero livello, quello - tuttavia non trascurabile – di un secondo piazzato. Contemporaneamente si presenta una valorizzazione innalzata talvolta a dominante quando lo stesso pianeta detiene la signoria sull’Asc. e sui luminari, se non su uno dei due. Oppure ancora quando è in aspetto con l’Asc. stesso, se non con il MC.

E non è di certo un gioco da ragazzi quando ci si trova in presenza di co-dominanti contrarie, la cui coabitazione non avviene facilmente, come nel caso di Robespierre, statista (Giove-MC) saturnino (Saturno-Asc.), e Charles Dullin, comico (Giove-Disc.) saturnino (Saturno-FC)…

 

LA LATITUDINE

Va da sé che il movimento principale degli astri del sistema solare è il loro percorso di longitudine che li fa passare da un grado all’altro, poi da un segno all’altro lungo il cerchio zodiacale. A questo spostamento pianificato si aggiunge la fluttuazione laterale che effettuano da una parte all’altra della corsia solare centrale dell’eclittica. Si comprende che più il pianeta è vicino a questo sentiero regale, ossia 0° di latitudine, in pieno allineamento col circuito solare, più sensibile dovrebbe esserne la manifestazione. Scostandosi da tale pista, l’astro dovrebbe perdere in presenza. Pura logica che non prova nulla, ma che occorrerà pure, un giorno, sottoporre a verifica. Come il tema dell’avvicinamento e dell’allontanamento dell’astro nelle vicinanze del perigeo e dell’apogeo, soprattutto della Luna e di Marte. Ma anche quando l’astro passa sull’asse dei nodi, per il fatto che s’incrociano le orbite dei due luminari, particolare luogo di vibrazione.

Ciò non di meno, se il concetto è una cosa, la realtà può essere tutt’altra. Si sa che gli scarti di latitudine a Nord e Sud variano da un pianeta all’altro. Il superamento è insignificante per Giove il cui asse di rotazione s’avvicina di più alla verticale sull’orbita, con l’astro che spinge maestosamente in avanti il suo enorme globo, che non si scosta mai più di 1°, come Urano e Nettuno. Ma dall’asse dei nodi in quadratura con essi, la Luna passa da 0° a 5°, e a Mercurio capita di sfiorare 5°, a Marte di raggiungere i 6° e addirittura a Venere gli 8°. Ovviamene, è Plutone che batte tutti i record con un allontanamento di 17°. Ha attraversato l’eclittica nel 1930, e il suo scarto di latitudine era relativamente debole tra il 1920 e il 1940. È per contro diventato estremo attorno agli anni ’80.

Tale fattore latitudinale ha come conseguenza quella di falsare l’orario del passaggio dell’astro all’orizzonte, se ci si mantiene alla formula classica del tema, con un pianeta che si crede essere nella XII, a giudicare dal solo suo grado zodiacale, che potrebbe non essere ancora sorto, o viceversa.

Questo problema fu sollevato a proposito dei primi risultati statistici di Gauquelin, per via di uno dei nostri il quale aveva lasciato intendere che la mancata centratura attorno all’Ascendente dei raggruppamenti alla levata potevano risultare dall’intervento della latitudine. Obiezione vana poiché lo scarto dopo l’angolo era osservato anche al meridiano. Gauquelin prese tuttavia la cosa sul serio e pubblicò nei Cahiers astrologiques (n. 92) un risultato statistico comprensivo della latitudine, provando che era senza alcun effetto. Ma, precedentemente, la scuola di Don Néroman si era resa conto del problema e aveva concepito il domigrafo onde valutare la domificazione in funzione della latitudine del pianeta. Da qualche tempo si assiste a un ritorno in forze sull’argomento, di cui si trova testimonianza sul n. 129 de l’astrologue con gli interventi di Jean-Christophe Vitu – che ha rilevato errori di angolarità (passaggio da una casa a un’altra) pari a un quarto per Plutone (seguito dal 7,5% per la Luna) su 10.000 temi controllati! – e di Bernard Villemain che preconizza decisamente di accompagnare al tema classico quello di domificazione in funzione della latitudine; con specifici programmi informatici che si prendono cura dell’operazione, i risultati in arrivo, quali che essi siano, non dovrebbero mettere in discussione un simile interesse.

L’addentrarsi in materia apre un dibattito in cui, una volta di più, si confrontano due principi di fronte al fatto. Viene subito in mente che è nel luogo in cui il corpo celeste si trova fisicamente presente che deve manifestarsi ciò che da esso emana. Tuttavia tale giudizio si scontra con la considerazione che il pianeta altro non è che un “aggiunto” del Sole – centro dove si svolge tutto - senza il quale non sarebbe nulla. È per il suo tramite che tutto si manifesta. È sufficiente osservare la minuscola posizione occupata dai caroselli planetari sullo sfondo del voluminoso disco solare per non dovere insistere. Il pianeta vale solo nella misura in cui sia incorporato nel sistema solare. Ora, l’eclittica, pista del Sole, è l’arteria centrale dove sfila tutto questo sistema solare, il che difende la causa della longitudine: la presenza dell’astro dovrebbe contare di meno del suo allineamento sull’eclittica. Il che è materia ancora soggetta a dibattito.

Ciò che mi rende piuttosto incline alla seconda versione è la constatazione che Plutone, nella sua pura longitudine, si trova improvvisamente all’Asc. di alcune «stelle del crimine»: Landru, Kürten il vampiro di Düsseldorf, Haarman il macellaio di Hannover, il «nemico pubblico numero 1» Jacques Mesrine... Ciò si allinea alla diversa partecipazione di Plutone fra gli altri criminali, così come alla tendenza di fondo delle pulsioni di morte dell’astro. E soprattutto si riscontra che Plutone è al Disc.
di Freud che ha disvelato il mondo sado-anale delle pulsioni di morte, risvegliando i demoni dormienti dell’inferno umano! Non pare che sia solo una rondine a primavera. Ciò non di meno, siamo tenuti a non fermarci lì e a effettuare importanti ricerche per raggiungere anche qui una conclusione.

 

DAL CENTRO ALLA PERIFERIA

Usciamo dal nocciolo duro della dominante, gran progetto della persona e centro di gravità dell’Io, per tornare agli altri fattori che una prolifica tradizione s’è ingegnata a concepire, trasportata in un dedalo che confina col labirinto.

Si può riassumere l’eredità tradizionale enumerando le condizioni della posizione astrale. 1) In rapporto alla domificazione: l’astro su un centro (angolo) oppure in aspetto a quello. 2) In rapporto allo zodiaco: posizione in domicilio, triplicità, decano, segno e quadrante del medesimo sesso del nato. 3) In rapporto agli altri pianeti: situazione nei suoi aspetti, in simpatia di diurno-notturno, per sesso. 4) In rapporto al suo movimento proprio e al Sole: movimento diretto o retrogrado, fase orientale od occidentale...

È altresì vero che il qualitativo entra in gioco: il pianeti che si levano di mattina prima del Sole (occidentali), carichi dell’umidità della notte (femminile), si mascolinizzano. si disseccano procedendo dall’orizzonte alla culminazione e si femminizzano per umidificazione discendendo da lì verso l’occidente (ricordo che Marte ha delle affinità con l’Asc. come Venere ne ha col Disc., come Giove con il MC e Saturno col FC).
C’è lì tutto un insieme difficile da trattare. Si assiste a un’applicazione del principio del Tutto nell’Uno che si demoltiplica, fino a impantanarsi in un qualcosa di troppo pieno.

Dal segno si salta al decano, e già c’è il dibattito sella scelta tra un passaggio che attraversi il settenario (con l’Ariete dedicato a Marte-Sole-Venere) oppure (ulteriormente) sottoposto alla propria triplicità (Ariete Fuoco: Marte-Sole-Giove). Allo stesso modo si passa nella suddivisione dei termini alla ripartizione diseguale in cui cinque pianeti si susseguono l’un l’altro, esclusi i luminari (in Ariete, Giove occupa i primi 6 gradi, Venere gli 8 successivi, poi Mercurio 7°, Marte 5° e Saturno 4°) senza contare la divisione diurno-notturno e la distinzione maschile-femminile.
Oltre alla sovrapposizione dei fattori ottenuti il cui cambio non avviene senza scivolare in un cafarnao; un autore come Morin fa piazza pulita di tali dati. Il miglior quadro che rende conto di un tale insieme tramandato è il dono rappresentato da Arcana Mundi (Biblioteca Universale Rizzoli, 1995) – in attesa d’essere tradotto in francese – dello storico esperto Giuseppe Bezza.

L’insistenza sulla necessità della segnatura è arrivata fino alla semplificazione del ricorso speculativo a un sistema di cronocratori delle ore planetarie che risale agli egiziani. Tale sistema è un allineamento orario distribuito sulla settimana planetaria. Un giorno di 24 ore contiene tre serie planetarie, più tre che fanno procedere al giorno successivo, secondo l’ordine dei giorni della settimana (da domenica a lunedì, passaggio dal Sole alla Luna, sopra Mercurio e Venere). In questo sistema, il cronocratore iniziale che mette in moto le filatrici del destino è il Sole, giorno della domenica, con la prima ora del primo giorno che gli appartiene. La serie continua così fino al termine delle 168 ore contenute nei sette giorni, con il cronocratore delle prima ora di ciascun giorno che diventa per di più quello della giornata intera. Valeva la pena di presentare la figura di cui sopra, estratta da L’Astrologie grecque di Bouché-Leclerq; qualche ritardato che non sa leggere a sufficienza la carta del cielo vi ricorre ancora. Cianfrusaglie che portano al fatto che su ciascuna ora pesa il quadruplice imprimatur dei cronocratori orari, giornalieri, mensili e annuali disposti in scala. Ciò non di meno, nulla vieta di esplorare «Les Heures planétaires» trattate sapientemente da Andé Boudineau nell’Almanac Chacornac, 1936. Supponendo che esista ancora un campo d’insidie sconosciuto...

Si è naturalmente inclini a sbarazzarsi di futili espedienti, escrescenze parassitarie che non poggiano su niente di evidente e che sovraccaricano il tronco dell’astrologia classica, per meglio ancora attenersi al principio fondamentale che instaura il piedistallo della Dominante. E risalire alla «segnatura» non è forse un percorso da puristi che ci consegna, nel timbro della nota giusta, il tonico e l’inebriante della potenza espressiva umana? Nella filiazione paleontologica di un Cuvier (con la sua congiunzione Sole-Nettuno in Vergine in I e Mercurio in Leone all’Asc.) che proclama: «Datemi un sol osso, oppure un solo frammento d’osso, e io ricostruirò l’intero animale!».

E dunque, la ricerca del gioiello della «segnatura», aperta sin dalle origini dell’astrologia, sarebbe in pratica troppo grandiosa e troppo indispensabile (la medesima configurazione locale – tal pianeta in tal settore – è vissuta differentemente a seconda che uno sia lunare o marziale, gioviale o saturnino) per potersi permettere di rinunciare ad essa? Certi colleghi credono di potere sfuggire al problema, in particolare quelli di scuola umanista. Ne rende testimonianza questa deplorevole citazione di Alex Ruperti e Marief Cavaignac tratta da La Géométrie du ciel II: «... non ci si basa più sull’analisi quantitativa come ne Le Maître de nativité di Volguine, o su delle statistiche come Gauquelin.
Come abbiamo già detto, non è più questione di “come”, di “molto” o di “poco”, ma di “dove”...»
Ma allora, con l’appiattimento di tale allineamento, dove porta questa astrologia priva di una dimensione essenziale, che vuole essere «estetica e teleologica», se non a volare basso, dove «qualsiasi pianeta può essere una “dominante” a seconda del genere di rapporto che intrattiene con gli altri pianeti», oppure a ricadere al punto di partenza riconoscendo, ad esempio, dei pianeti che «conducono», dei pianeti che «trainano»? Non si può sfuggire a ciò che s’impone, soprattutto in via prioritaria, se non ci si condanna a fluttuare nell’indefinitezza di una pratica molle oppure a librarsi nell’illusione lirica, mentre occorre incarnare un’astrologia insediata nel cuore della vita.

 

LA STRUTTURA DEL TEMA

Se si riflette bene, la «segnatura» astrale dell’individuo è la totalità del suo tema di natalità ricondotta all’essenziale. Da questo totalità si distingue la dominante, punta che ne sottolinea la specificità, con questa supremazia sull’insieme delle configurazioni che rappresenta l’aristocrazia del suo centro, come il cuore di un organismo (alla maniera della riproduzione dell’Utriusque Cosmi di Robert Fludd, 1617, che apre questo articolo). Essa tuttavia non è che un primo termine emanante lo stile della persona; occorre anche andare oltre, con l’identificazione di ciò che d’acchito prevale, percorso iniziale che deve portare a finalizzare la comprensione globale del suo insieme di configurazioni.

In quell’ambito, ciascun fattore ha una parte intera di realtà particolare, componente che riveste un senso solo se messa in una prospettiva con il tutto.

Al vertice, la raffigurazione più sintetica è quella di porre la dominate – l’osso dello scheletro di Cuvier – in un nocciolo centrale contornata da uno scenario che, nel lignaggio, si sistema in una diffusione globale della stessa tonalità.

Tale scenario dipende in genere dalla composizione d’insieme eseguita dalla ripartizione planetaria attorno al cerchio, ad esempio con una localizzazione raggruppata in una stagione zodiacale domificata. Il più semplice dei casi, ad esempio, è quello di un Sole attorniato, in una nascita mattutina primaverile o notturna invernale. Ancora, è quello di una nascita contrassegnata da una coppia di due centri planetari distinti che compongono una netta bipolarità, evidente nel caso di un faccia a faccia. E così si arriva naturalmente alla composizione di scenari poligonali: un ternario di figure triangolari in equilibrio o in tensione; un quartetto in gioco, composizioni esagonali, ottangolari...

Questo ambito è stato oggetto di studio da parte di nostri colleghi tedeschi e americani. Il numero speciale 72 (I trim. 1958) dei Cahiers astrologiques dedicato alla «Dominante», ha reso conto, grazie alla traduzione di Paul Colombet, delle prime esplorazioni di Christian Meier-Parm alla ricerca di «Dominatore di tensione», con la sua opera del 1954 che espone, tramite questo strumento, un tentativo di cogliere una visione d’insieme del tema. Mentre il Dr. Walter A. Koch, trattando anche lui nello stesso periodo una «Horoscopie des formes», con questa Gestalt che, utilizzando i mezzi punti di Ebertin, egualmente lo conduce alla decifrazione delle figure planetarie: il «fiore», quando un solo pianeta si trova di fronte a molti altri, la «croce a T», triangolo che riunisce un’opposizione e due quadrature, il «trapezio» che raggruppa quattro pianeti in opposizione, ecc.

Le traduzioni dall’americano ci hanno resi familiari con i «Disegni planetari» di Marc Edmund Jones, tradotto nel 1987 dalle Editions Vernal-Philippe Lebaud (Apprendre l’astrologie), ma che ci aveva precedentemente fatto conoscere Dane Rudhyar, il quale ha dato una base geometrica alla sua opera con il suo capolavoro Les Aspects astrologiques (Le Rocher, 1980), e Alexandre Ruperti con Marief Cavignac nel loro Gèometrie du ciel, tomo II, Le Rocher, 1987.

In effetti, la scuola umanista ha avventatamente fatto sua questa pratica delle figure planetarie considerandole una valutazione globale del tema, si potrebbe dire la sua comprensione sintetica, facendo loro giocare l’inappropriato ruolo di chiave interpretativa. Ora, si è fuori strada, poiché la valutazione deve emergere dalle astralità più profonde: il disegno planetario è solo l’involucro del tema, mentre il suo unico circuito, l’essenziale, è ciò che si svolge all’interno della sfera in rapporto al suo centro.

È facile comprendere che con quelle ci troviamo ancora a una comprensione di breve gittata, che conduce a nient’altro che una scelta tra alcune categorie di base, con questo sistema che alla fine sfocia egualmente su una tipologia. Il che la pone sullo stesso piano della tradizionale tipologia dei temperamenti, che è molto più sostanziale, carica di un potenziale al cui paragone la nuova venuta fa fatica a reggere il confronto. Questo nuovo sistema soffre in effetti di due punti deboli che portano alla sua eliminazione di primaria chiave interpretativa.

In primo luogo dal punto vista teorico. Il fenomeno della figura planetaria è troppo duraturo per rispondere al «qui e ora» natale, restando quindi marginale alla specificità della nascita. Nella misura in cui vi sono preconizzati solo i pianeti, con gli assi che ne restano esclusi, il medesimo disegno planetario può coprire vaste fette di calendario. Accade così con il Marte di Freud evocato da Ruperti, secondo lui «dominante» perché l’astro costituisce il manico del secchio, tipo a cui appartiene il padre della psicoanalisi. Una figura che s’estende 24 ore su 24 di una decina di giorni...

E poi, dal punto di vista pratico. Poiché, per quanto siano interessanti, queste figure planetarie conducono così poco al reale, con una comprensione spettrale che porta all’interpretazione molle di un impressionismo nebuloso. È facile addurne la prova, sfidando ciascuno [della scuola umanista, N.d.T.], che ancora ignori il tema di una persona ben nota, a identificare il tipo – imbuto, altalena, locomotiva, treppiede – a cui essa appartiene. Questa debolezza iniziale proviene dal fatto che la figura planetaria non aderisce a nulla d’evidente, con nessun autentico profilo del personaggio che ne viene schizzato. Mentre la segnatura planetaria, carica dei valori sostanziali degli elementi lungo tutta la catena delle loro corrispondenze, soddisfa a tale esigenza, permettendo – quanto meno se una caratteristica del personaggio si staglia in maniera significativa – di passare dall’uno all’altro, risalendo dal soggetto al tema e scendendo dal tema al soggetto. Ora, noi abbiamo il dovere di allenarci a diventare uno specchio della sinonimia. Occorre entrare nel cuore di questo movimento indiviso, come una navetta che fa la spola tra due poli: dal personaggio conosciuto alla sua configurazione sconosciuta e dall’astralità conosciuta al soggetto da interpretare ancora tutto da scoprire. Oggetto e soggetto, davanti e retro, tenuto sotto la medesima osservazione, come due mondi congiunti nell’unità di uno stesso fenomeno. Per cui, con Freud, l’abbandono di un Marte istituito «dominante» senza che nessuno l’abbia immaginato e allo stesso tempo senza che se ne possa vedere la ragione, per ritrovare la sostanza intima del padre della psicoanalisi che rinnova la psicologia: tessuto del duumvirato di Plutone signore dell’Asc. al Disc. a 12° dal Sole, e Urano congiunto al Sole e a Mercurio, e in quadratura al MC, duo sullo sfondo del rinnovarsi di sei, addirittura dieci cicli planetari (carica di slancio vitale, in questo caso in materia di rivoluzione psicologica).

Ciò serve a reinserire le figure planetarie nel loro autentico posto, che è quanto meno il secondo. Innalzate a torto al vertice su cui erano state collocate, lasciano in bocca il gusto di una speranza delusa. Senza tuttavia essere per nulla screditate, perché anch’esse hanno diritto ad avere voce in capitolo. Il che giustifica la prosecuzione degli studi, in particolare la rivisitazione fattane dall’allievo della École Polytechnique Paul Bernard-Decroze con Les Blasons astrologiques, Le Rocher, 1999.

Riposizionate sullo scenario, non si trovano affatto sole e prima di esse s’impone addirittura un altro sistema che merita la massima attenzione: quello della «catena della dominante». Esso fa d’altronde parte del bagaglio tradizionale, ma che fa parlare si sé in modo insufficiente. Il merito di averle rimesse in sella a modo suo nel secolo scorso va attribuito a Don Néroman e, sulle sue orme, a Jean du Sourel che ne ha data un’ottima carrellata («La dominante dispositrice») nel n. 72 (gennaiofebbraio 1958) dei Cahiers astrologiques dedicati alla dominante. Se ne vedrà anche una presentazione di prima qualità con André Boudineau («Détermination des Planètes maîtresses») nel n. 22 (primavera 1973) de L’astrologue.

Nella convergenza delle differenti sfaccettature che compongono lo sfondo del tema, la catena della dominante rappresenta uno spaccato del suo tessuto interiore. Il suo lignaggio consiste nel seguire il filo di una collana che passa da pianeta a pianeta attraverso la rete delle signorie, indi delle signorie di signorie, scendendo dalla sommità alla base della serie. Un pianeta A dispone di un altro pianeta B quando quest’ultimo occupa il domicilio del primo, e c’è mutua ricezione quando C si trova nel domicilio di D e D in quello di C, come attualmente lo sono rispettivamente Urano in Pesci e Nettuno in Acquario (cfr. «Les réceptions mutuelles»). Su questa base viene così edificata una struttura relazionale che lega un insieme planetario. D’altronde, si tratta di un passaggio obbligato di filiazione che collega l’Uno al Tutto, anello indispensabile d’una catena in cui ciascuna posizione deve essere valutata a monte e a valle, in funzione di ciò che la precede e di ciò che la segue.

Torniamo a Freud che ha Giove e Nettuno in Pesci, Venere in Ariete, Sole-Mercurio-Urano-Plutone in Toro, Luna e Saturno in Gemelli, Marte in Bilancia e l’Asc. in Scorpione. In questo modo, diffondendosi su due piani, Venere detiene cinque signorie dirette e tre indirette, oltre la doppietta di una mutua ricezione, il che la fa spargere abbondantemente nelle vene del circuito interno.

Tale diagramma costituisce la topologia di una struttura funzionale che ci fa seguire la pista di una certa circolazione delle correnti planetarie e delle loro interferenze. Vi si può leggere alcuni dati di valorizzazione qualitativa che contribuisce alla dominante, come in questo caso le cinque signorie di Venere e l’associazione Venere-Marte: Freud psicologo della libido. Partendo da lì, si può presentare la sua segnatura astrale sotto questa angolatura:

Plutone-Urano
-----------------
Venere

Si formula come segue: tipo Plutone-Urano su sfondo venusiano. Il che si addice in modo ideale a questo esploratore delle tenebre interiori, che consegna alla luce della coscienza il dramma della nostra notte profonda, sullo sfondo dell’amore, della sessualità e delle pulsioni di morte. In questo caso è ben difficile per Venere separare il qualitativo dal quantitativo, ma prevale il primo valore, con la natura della configurazione che risponde a tutt’altro scopo interpretativo che quello d’innalzarsi alla determinazione della dominante. D’altronde, anche se in misura minore delle figure planetarie, questi schemi hanno anche una certa durata che li rende poco differenziati: eccezion fatta per l’Asc., fino a due giorni e mezzo di percorso della Luna in un segno. Ciò è bastevole affinché tale dato venusiano (nell’accoppiata Venere-Marte) rivesta solo un valore d’accompagnamento al servizio dell’essenziale; qui, per esempio come oggetto specifico del verbo urano-plutoniano.

E la concatenazione dall’uno all’altro va decifrata in un transfert planetario che va dalla signoria alla presenza, e in senso inverso. Osservate, ad esempio, il saturno-marziale Pasteur con la congiunzione di sei astri in Capricorno, e Saturno in Toro (oralità planetaria e zodiacale) al tramonto, il quale passa dalla microbiologia (vittoria sui batteri che rivoluziona la medicina) alla pastorizzazione (sterilizzazione, conservazione delle bevande e degli alimenti) che domina la nutrizione. Una concentrazione simile in Capricorno dell’archeologo Schliemann, questa volta con Saturno in Ariete congiunto a Giove, ne fa il Cristoforo Colombo dell’antichità che riporta alla luce la civiltà addormentata, inghiottita dalla sabbia, dei re omerici con i suoi palazzi, tombe e tesori...
Oppure ancora, si può cogliere – nella qualità degli scritti sulla proprietà – lo sfondo della congiunzione Urano-Nettuno al MC, «Il Capitale» di Marx con la presenza di Venere in Gemelli in III, portatrice dei valori della congiunzione Sole-Luna in Toro in II.

Certo, con l’aiuto di questa pratica che si va restaurando, indubbiamente non tutto è concluso per giungere alla conquista della totalità della carta del cielo, ma si tratta già di un progresso per arrivarci. Facciamo meglio di un mezzo secolo fa quando Gouchon considerava ancora la dominate come «una questione di colpo d’occhio» e Brahy la giudicava con distacco come una «diagnostica semplicistica». Ci avviciniamo più a una stima corretta e a un utilizzo generale dell’interdipendenza delle quattro componenti del materiale che trattiamo, ricettacolo del tutto.

Per avanzare ancora sul cammino interpretativo, la sistemistica più tardi aiuterà a stendere un modello di organigramma delle reti d’intercomunicazione che si coordinano in seno al sistema vivente così trattato, in cui si sintetizza l’operazione astrologica, con il raffronto delle sue componenti funzionanti alla luce del giorno. Senza dimenticare la complessità della loro trattazione, ricordando il pensiero di Pascal: «Ritengo impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, non meno che di conoscere il tutto senza conoscere le parti nei loro particolari.»

Per concludere, resta ancora da scoprire l’esistenza di un «semenzaio degli errori» in cui cadono parecchi interpreti, per via di conoscenze che peccano alla radice di false note nella gamma planetaria, come se il terreno del loro sapere gli mancasse sotto i piedi. Quando, ad esempio, leggo – e non solo il caso è autentico, ma ne pullulano di simili! – che de Gaulle è un nettuniano... come non dire che si sragiona puramente e semplicemente? Nel nostro paese si è tuttavia fatto un certo sforzo per prendere in mano il planetario, dopo le opere del C.I.A. (Sole-Luna, Giove- Saturno,Urano-Nettuno) oppure ancora il mio ultimo Uranus, Neptune, Pluton per finire con la feconda collezione planetaria dei Congressi d’Hermes di Yves Lenoble; ciò non toglie che questo sapere di base sia in genere carente – ed è sull’insufficienza che s’inciampa! – quando si ha il dovere di «eseguire le proprie scale planetarie» nello stesso modo in cui un musicista insiste sulle sue per consegnare il pezzo musicale che ha il dovere di non tradire. Invito il mio lettore a riflettere bene sulla questione allontanando l’opacità della propria ignoranza, se ci tiene a interpretare correttamente.

Questo è il lavoro incompiuto che potevo presentare sulla questione primordiale della Dominante. Opera sospesa, sebbene illuminante, almeno voglio sperarlo... Comunque rassicuriamoci: in uno degli ultimi istanti della sua vita, Laplace mormorò: «Ciò che sappiamo non è gran cosa, ciò che ignoriamo è immenso.» E in ogni caso, per quanto prodigiosa sia l’interrogazione della volta celeste da cui è ispirato, il discorso dell’astrologo è non di meno una fragile parola umana...

Paris, 21 mars 2009.

haut de page