Astrologie Individuelle
(Théorie)

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IL SIMBOLISMO

( traduzione dal francese di Elisabetta Possati )


“ Era piccola piccola la mia vita, ma è stata una vita,
ossia il cuore delle cose, il centro del mondo”

Anatole France

 

Cosa mi prende, di affrontare un argomento come questo, che mi sommerge con la sua smisurata vastità ?  Senza dubbio, è, giustamente, per vederci più chiaro, cosa lontana dall’essere un lusso. Ma subito, mi si impone la domanda principale: esiste l’uomo simbolico ?

 

L’Homo symbolicus

Bisogna tornare nuovamente sull’esistenza stessa dell’ uomo simbolico ?  Non è passato molto tempo da quando, da noi in Francia, questo dato è stato ancora una volta contestato da Suzel Fuzeau-Braesch, poiché il simbolismo in quanto tale, è estraneo alla logica razionale e non rientra nella categoria del linguaggio , né del sapere scientifico.  Per quanto rigorosa sia questa esigenza di escludere in un solo colpo, non si può sottovalutare, che bisogna prima di tutto avere padronanza della materia che si tratta, interrogandosi se non sia, in primis, la natura dell’oggetto da conoscere che determina il modo di prenderne conoscenza.  Non ho mai smesso di accusare i nostri avversari, di confondere, nella circostanza, il soggetto e l’oggetto, credendo semplicemente che l’astrologia sia in sé un sapere irrazionale, mentre essa è fondamentalmente una conoscenza dell’irrazionale delle profondità dell’essere umano, incaricata di rifletterlo in un tuffo nella sua notte interiore.

 

Pertanto, che l’Uomo sia un essere razionale, come egli è, nell’esercizio delle proprie facoltà mentali, la sua analisi evidenzia del sapere scientifico, e quindi ciò può concedere il posto ad una astrologia razionale, così come si è sforzata di crearlo la scuola condizionalista in Francia, la quale ha tentato di evitare il ricorso al simbolismo, non senza correre il rischio di snaturare il suo sapere, in ogni caso privandosi dell’essenziale.  Poiché prevale molto di più nell’Uomo una natura perfettamente irrazionale, apparentata alle fondamenta della sua vita istintiva, così come alla sua sensibilità, la sua affettività, diciamo la sua psiche con il suo immaginario -  oh! quanto presente in lui- , il chiarimento, quindi, passa inevitabilmente per una lettura del linguaggio simbolico.  Terminologia che usano d’altronde correntemente – perché non siamo più i soli in questo frangente – antropologi, psicologi, sociologi, e soprattutto psicanalisti, a partire dalla scoperta e dall’esplorazione dell’inconscio umano, da allora costoro ricercano, al di sotto degli eccessi del pensiero, il territorio dell’essere, le sue radici profonde, le diverse reti…

 

Non stupisce, che furono degli psicanalisti come C.G. Jung in Svizzera ed il Dr. René Allendy in Francia, parimenti a Sandor Ferenczi in Ungheria, Freud si era difeso per non compromettere la reputazione della psicanalisi, che hanno, per primi, compreso, che non vi era differenza di natura né di manifestazione, tra il simbolismo che parlava dell’umano e quello che, piuttosto alla cieca, trattavano gli astrologi nelle loro interpretazioni, sebbene costeggiassero ancora il mondo delle arti divinatorie.  Lo testimonia questa citazione, perfetta poiché fondamentale, della D.ssa Juliette Favez-Boutonier, Professore alla Sorbona, che ha introdotto l’insegnamento della psicanalisi all’Università in Francia, il testo di una delle lezioni che lei ha tenuto nel 1964, pubblicata con il titolo ”La Personalità” dal Centro di Documentazione Universitaria : ” E, dal momento che parliamo di tipologia, perché non citare la tipologia astrologica, che possiede qualcosa di estremamente attraente nella misura in cui essa ci rivela legati ad un universo lontano, del quale l’uomo è il solo ad averne percepito l’importanza.  L’uomo guarda con interesse al cielo stellato che lo affascina.  Forse bisogna riconoscere nel successo dell’astrologia qualcosa che attiene a questa simpatia ancestrale.  Gli studi di caratterologia astrologica hanno lo stesso valore di altri, quando sono condotti con perizia. Gaston Berger stesso, nel libro che vi ho citato, ha reso omaggio all’astrologia con i suoi tipi Marte e Venere; ad una astrologia che è mitologia.  Ma gli astri, gli dei, i simboli, hanno degli stretti legami.  Dopo tutto, i simboli e gli dei sono delle creazioni umane, messe in relazione con gli astri.  Non ci si deve, quindi,  sorprendere di ritrovare qualcosa degli astri nell’uomo oppure dell’uomo negli astri.”   E, sebbene Freud neghi l’astrologia, suo malgrado la incontra nella sua pratica, raggiungendola, per così dire, analizzando l’animo umano.  Lo testimonia questa citazione da pagina 365 de “La Scienza dei Sogni “: “ Nel sogno, i momenti della giornata rappresentano molto spesso dei periodi dell’infanzia.  Così, le ore 5 e tre quarti del mattino significano, per un sognatore, 5 anni e tre mesi.  E’ l’età in cui gli è accaduto un avvenimento importante, la nascita di un fratello”.  Tuttavia, nella tradizione astrologica,  anno e giorno si fondono in equivalenza nella stessa unità temporale delle Direzioni primarie, nelle quali, “ciascun grado equatoriale corrisponde ad un anno solare “ (Tolomeo), grado che, d’altronde, equivale pressappoco allo spostamento diurno dl Sole sulla sfera celeste.  Si potrebbe quasi dire che, quando Freud interpreta in questo modo un sogno, utilizza, senza saperlo, il principio delle direzioni primarie.  Fatto che ci rimanda anche all’altra versione: il tema si interpreta come uno psicanalista decifra un sogno .”

 

A loro seguito, dopo un passaggio nella psicanalisi, dovetti dunque, in un lavoro con la prefazione di Paul Masson-Oursel, professore degli Haut Etudes della Sorbona: “Dalla psicanalisi all’astrologia (Le Seuil, 1961), dedicarmi ad un chiarimento della pratica astrologica convertita in versione psicanalitica, delineando le sue diverse operazioni, nel campo dell’automatismo di ripetizione dell’istinto, in “dinamica psichica”, in “dialettica psichica”, in “genetica psichica” e, naturalmente, in “simbolismo psichico”, così agevolando una intelligibilità del linguaggio astrologico, che diviene, in definitiva, espressivo di tutti i processi “primari” della vita psichica profonda dell’essere umano.  Come la psicanalisi, ed anche dal canto suo in modo molto diverso, l’astrologia si posiziona sul terreno dell’inconscio con un metodo di decifrazione parallelo, svolgendo una funzione chiarificatrice (letteralmente, sotto uno sguardo rischiarato da lei, ndt) verso la pienezza di contenuti simili.  In seguito, nella “Conoscenza dell’astrologia” (Le Seuil, 1975), definisco così la sua fenomenologia: “ L’animo umano nel suo insieme, come soggetto e come oggetto, all’interno ed in relazione con l’universo. Ciò significa che l’inconscio – dove affonda la tendenza vitale della sua radice – è il regno del fenomeno astrologico: il “luogo” dove l’astrologia nasce, dove l’astrologia popolare attinge la sua fede, dove l’astrologia colta modella la propria filosofia della vita e dove la pratica astrologia è perennemente operativa.  Senza parlare delle manifestazioni del fenomeno astrologico che, intrinsecamente, hanno le proprietà specifiche del processo inconscio.  E’ quindi naturale che, il processo di decodifica e di interpretazione del linguaggio astrale rientri nel campo di una ermeneutica psicanalitica”.

 

Conveniamo d’altronde che, da allora, molti approcci scientifici ci tendono le braccia. Così, per esempio, ne La Melodia Segreta” (Fayard, 1980), l’astrofisico americano- vietnamita Trinh Xuan Thuan avanza: “ L’esistenza degli esseri umani è inscritta nelle proprietà di ciascun atomo, stella e galassia dell’Universo, ed in ciascuna legge fisica che regola il cosmo”.  E, con questo autore, numerosi sono i suoi colleghi (Brandon, Carter, Freeman, Dyson, Reeves …) i quali giungono a ripristinare il “principio antropico”che avevano spodestato Copernico, Galileo, Laplace…, riposizionando l’Uomo al centro dell’universo, il mondo “oggetto osservato” non può comprendersi se non attraverso la presenza dell’uomo “soggetto osservante”, come se l’universo fosse stato programmato per l’emergere della vita e della coscienza; e nell’identità confermata dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo, essendo il primo uno “schermo gigante” del secondo, in un tutto unificato.  “Questo mondo, il nostro vasto e terribile universo, ecco che per la prima volta noi ne facciamo parte” (Carl Sagan). Chi può d’ora in avanti accollarsi il rischio di dichiarare l’astrologia assurda, soprattutto adesso che, in aggiunta, ci assistono, nel proprio ambito, i bilanci statistici solari su tutta la popolazione francese, cronogenetica astrale svelata da Didier Castille, dietro alla coriacità dei risultati di Gauquelain nei confronti dei vani assalti di nemici successivi…

 

Allo stesso tempo, i bambini dell’universo quali noi siamo, sono appannaggio sempre più in larga misura del sociologo, che, come un Alain Touraine, concepisce il soggetto nella sua intierezza, una unione della razionalità e della soggettività, permettendo di percepirlo meglio e fare posto ad un “soggetto” autonomo e creatore.

 

Così, invece di un’offesa ricevuta, il tiro mancino giocato dall’astrologo all’astrologia con la lamentela del ricorso al simbolismo, un marameo fatto a sé stesso, evoca quel pescatore di Shakespeare che, avendo trovato una perla ed essendo spaventato dal vederla così bella, la rigetta in mare.  Sebbene la reputazione sulfurea del simbolismo non può che essere sempre più sospetta di qualche chiusura o rifiuto ad una pienezza di sé.

 

La simbolizzazione

Nella sua ghiotta “Astronomia popolare” , Camille Flammarion dichiara: “ Il primo disegno che si sia fatto della luna ad occhio nudo fu, certamente, una rappresentazione grossolana della figura umana, poiché la posizione delle macchie corrisponde sufficientemente a quelle degli occhi, del naso e della bocca per giustificare questa interpretazione. Così noi vediamo dappertutto ed in tutti i secoli riprodotta questa faccia umana”.  Nasceva un’archeologia dell’interrogazione del mondo, aprendosi di conseguenza una breccia sull’immaginario umano.

Senza dubbio abbiamo là una delle prime simbolizzazioni, che sovrappone, malgrado la distanza, l’astro e l’essere umano. Lo stesso procedimento si è esteso in tutti i sensi. Presso tutti i popoli e fin dalla remota antichità, il Sole è gratificato da un disco che finisce per essere rimpiazzato da un viso raggiante, poi con i pianeti, dalle stampe cromatiche diversificate, il dio Mercurio si vede acconciato con un caduceo, Venere con uno specchio, Marte con una lancia, Giove con uno scettro e Saturno con la falce. E per la identificazione grafica dell’astro, il Sole verrà indicato da un cerchio con il suo punto centrale, come Marte il suo rotondo provvisto di una freccia destra ascendente, cerchio, croce, mezzaluna, a costituire le altre grafie planetarie.

 

Così si costruisce un grandioso monumento del sapere della tradizione in forma mitologica, dove si introduce una simbolizzazione in rinvio, da riflesso a riflettente, in un circuito uomo- cosmo.  Replica che ha origine dall’anima collettiva antropo- cosmologica in condizione di identificazione, secondo la doppia modalità relazionale della “proiezione”, diventando l’uomo cosmomorfo, e dell’”introiezione”, divenendo il mondo antropomorfo.  In questo duetto, di un uomo ingrandito alle dimensioni del cosmo, e di un cosmo condensato nell’uomo, unendo o fondendo, struttura universale e natura umana, in una consustanzialità macrocosmo-microcosmo, è alla radice psichica dell’essere inconscio che bisogna ricercarne l’articolazione, e attraverso la lingua materna dell’affettività umana, donatrice di un senso del vissuto, del quale bisogna percepirne le manifestazioni.  L’epistemologia della similitudine degli antichi, naturalmente non generalizzabile al ragionamento ordinario, e per questo motivo radicalmente bandita come pensiero superato, mantiene quindi – dal momento che essa non si applica che al “soggetto” – la sua perfetta legittimità.

Nella misura in cui il cervello crea un significato, a partire dal mondo esterno, ordinando del resto le proprie categorie generalizzando per analogia (dal volo avvistato del tale uccello, poi del tal altro, si intuisce che un terzo nuovamente visto di un’altra specie, è anch’esso un uccello), non si può separare l’interno dall’esterno, la presenza a sé stesso attiene alla propria presenza al mondo, con la percezione dei propri punti di riferimento. Cosa che ci riporta alla congiunzione del pianeta antropomorfizzato e dell’uomo “pianetizzato”, cellula del mondo astrologico così ben rappresentato da molte figure del museo ermetico, fra le quali, quella che illustra la mia ultima pubblicazione: “La segnatura astrale”.  Non si può descrivere altrimenti il loro rapporto senza evocare l’ologramma: se il suo corpo si scompone, la sua immagine completa si ritrova in ciascuno dei suoi frammenti, nel modo in cui lo stesso cromosoma si riproduce in ogni cellula del corpo umano, in una unità del tutto e della parte.

 

Non si saprebbe allora affrontare un tale campo in tutta innocenza o con leggerezza. Ci ricorda quella riflessione di Degas: “ La pittura non è molto difficile quando non si sa, ma quando si sa, oh, allora! è altra cosa…”.  Ciò vale altrettanto bene sia per la conoscenza che per l’arte, dove si è egualmente invitati a smaliziarsi per godere veramente del sapere, a voltarsi verso l’umanità insultata da un fallimento personale.  Da un lato i nostri avversari che credono di sapere, e dalla nostra parte, il nostro pasticcione con il naso nelle stelle, smarrito in una fiera del trono siderale dove vaga un sapere balbuziente all’insegna del cappello appuntito (il cappello a forma di cono del mago, ndt), oltre ai nostri sognatori di “scienza sacra” che indugiano in un bigottismo tradizionalista.  L’inflazione idealista si perde in fretta nelle nebbie di un qualcosa che si volatilizza.  Presto o tardi, bisogna conoscere da quale genere di parenti/genitori si proviene, per meglio sapere ciò che siamo, e, se possibile risalire la filiera/albero genealogico dei nostri antenati, questa fonte nutritiva, per meglio volare con le proprie ali e rendersi degno di meritarli mentre li si supera; un raccolto attento del simbolo, afferrato in carne ed ossa, deve esserne la ricompensa.  E, detto questo, che non mi si prenda per un sacrestano della tradizione.

 

L’identificazione del linguaggio astrale

Anche se quasi nulla ci arriva dal cielo, non di meno è la natura psichica di un inconscio deus ex machina  che si fa mediatrice tra le astralità ed il vissuto umano, logos di un legame cosmos- anthropos, il suo linguaggio che procede ad una lettura del mondo attraverso l’uomo. Il bambino che nasce è un momento- luogo dell’universo che si umanizza, per parafrasare Teilhard de Chardin.  Spetta a noi decodificare la scrittura celeste del testo di questo universo.

 

Certo, fra noi, molti non chiedono tanto, come il sempliciotto gettato all’istante nell’oracolare di una astrologia oraria evenemenziale, derogando dalle regole automatiche dello stabilito, senza parlare dell’orgia speculativa del bazar karmico. Ultimi sussulti di ritardatari ( anche di ritardati, in senso spregiativo, ndt).  Si pena a sopportare queste mediocrità di un altro periodo storico. Ma anche l’astrologia ha la propria classe infantile, con il passaggio più o meno obbligato attraverso i suoi peccati di gioventù, prima che finisca per allinearsi nel solco luminoso che conduce alla rivelazione della conoscenza.

 

Ascendente– Discendente:  Io- te, soggetto- oggetto.  L’oggetto - lo dice la parola – è una cosa gettata davanti, all’indirizzo dell’esistente singolare in un tutt’uno, poiché esso non è altro che un valore vissuto soggettivamente.  Vale ricordare qualcuna delle tante e tante citazioni che evocano la connivenza del dentro e del fuori – al punto che, ciò che capita all’Uomo nella vita, è ciò che gli assomiglia – incorporazione della realtà esterna in un regno delle immagini, attraverso lo psichismo che se ne trova illuminato:

Il Cristo ai suoi discepoli: “Dimorate in me, come io in voi”

Sant’Agostino:” Non esisterei dunque, mio Dio, non esisterei affatto se Tu non fossi in me. O piuttosto, non esisterei affatto se non fossi in Te…”.

Ronsard:” La grandezza umana ha bisogno di misurarsi con la grandezza di un mondo”.

Goethe:” Tutto ciò che è fuori è anche dentro”.

Châteaubriand : “ I nobili pensieri nascono dai nobili spettacoli”.

Schopenhauer : “ Il mondo è la mia rappresentazione”.

Hugo : “ Il sogno che si ha in sé, lo si trova fuori di sé”.

Poe : “ La mia anima era un’onda stagnante”.

Flaubert : “ A forza di guardare una pietra, un animale, un quadro, mi sono sentito parte integrante”.

Chardin : “ Ci si serve dei colori, ma si dipinge con il sentimento”.

De Lille : “ Amo mettere insieme il mio lutto al lutto della natura, fortuna degli sfortunati, tenera malinconia”.

Rimbaud : “ Io è un altro”.

Baudelaire : “ …le gemme sono le stelle della terra. Le stelle sono i diamanti del cielo. C’è una terra nel firmamento; vi è un cielo sulla terra”.

Milosz : “ Fisicamente, il cosmo scorre interamente in noi  ”.

Van Gogh : “ I dipinti hanno una vita propria, che deriva interamente dall’anima del pittore”.

Picasso : “ Un dipinto è la migliore immagine nascosta di colui che lo dipinge”.

Sartre : “ Ho scoperto l’orrore di essere abitato dagli altri, che mi governavano e parlavano al mio posto”.

Ilya Progogine : “ La mia vita interiore è un esempio di cosmologia; posso scoprire in me stessa il principio dell’universo, che è evoluzione e creatività”.

 

Proiezione ed introversione.

La vita universale è il risultato della dialettica di un dualismo fondamentale, come il diurno- notturno, il maschile- femminile, l’alto-basso… Di astro in astro si svolge il ciclo planetario, che passa da una fase ascendente di avanzamento ad una fase discendente di ripiegamento, sebbene l’insieme ciclico del sistema solare si muova tra flusso e riflusso, non senza implicare una risonanza esterno-interno, di fuori-dentro.  Inoltre, in fisica quantistica, si è stabilita una “non separabilità” dell’universo, tessuto unico dove l’uomo ha la medesima estensione del mondo, il doppio della nostra interiorità e dell’esterno circostante, implica una compenetrazione del soggetto che conosce e dell’oggetto da conoscere attraverso l’omologia della struttura della mente e della natura di questo oggetto, potendo il mondo esteriore essere in qualche modo “riflesso” all’interno di sé, secondo una capacità linguistica facente essa stessa parte del fenomeno della natura umana; fondamento di una logica del segno, dove può funzionare un principio di similitudine, il campo astrologico che diventa un giardino dove l’astro- oggetto e l’essere soggetto si corrispondono, nella rispondenza del segno e della cosa significata.

 

Dal canto suo, la vita umana, riguardo all’”identificazione”, è la sede di un gioco incrociato di fenomeni complementari, dove l’immaginario si universalizza in una integrazione psichica del mondo per sé.  La “proiezione” è l’immagine del transfert del maestro della I casa (componente dell’”io per sé”) in tale o tal altro settore che investe; al contrario l’”introiezione” è la ricezione in I casa del maestro di uno degli undici altri settori; figure di assimilazione per eiezione ed iniezione attiva- passiva, estroversa- introversa.

L’artista proietta i propri sogni sul mondo, ed allo stesso modo può impregnarsi di quest’ultimo, come il melomane raccoglie la musica in sé, incorporandola alla propria sensibilità.  E’ così, investendolo e ricevendolo, che l’uomo contiene il mondo, è unito a lui in un doppio, dove l’Uno è coestensivo del Tutto ed il Tutto converge nell’Uno.

“L’immaginazione va senza sosta dal cosmo al microcosmo, proiettando alternativamente il piccolo sul grande ed il grande sul piccolo” dichiara Gaston Bachelard, il quale insiste sulla realtà psichica delle immagini per le quali “ il mondo si raffigura nella fantasticheria umana” in un ascolto della natura parlante, nella quale, bene inteso, è l’uomo quello che parla di più.

Sebbene, sempre secondo lui, “l’io ed il tu, l’io ed il lui (o lei) formano una sola e stessa cosa”, l’anima che soffre nelle cose…” Ed in ogni cuore canta l’infinito, nato in uno stesso punto d’unione”.  Si può, così, comprendere Nietzsche quando dice: “Fino a quando tu non vedi le stelle al di sopra della tua testa, non hai lo sguardo della conoscenza”.

 

Paracelso, più di tutti, nella sua “Grande Astronomia “ (1571), ha insistito su questo andirivieni del macrocosmo e del microcosmo. Questo medico che proclama la santità della Natura, fautrice della volontà di Dio, per il quale le piante, gli alberi e le pietre preziose sono le lettere della Creazione alla scuola del firmamento, le intenzioni di questa natura sono evidenziate da segnali, essendo l’universo per l’uomo ciò che la sfera è per il suo centro, in un tutt’uno: “ Nel cielo, esiste un simile che ha il suo simile sulla Terra, e sulla Terra esiste un simile che possiede il suo simile nel cielo. Saturno non potrebbe, quindi, regnare sulla Terra, se non ci fosse un Saturno terrestre. (…) non ci sono due Saturno, ma uno solo; quello della Terra è il nutrimento del Saturno celeste, e quest’ultimo serve da nutrimento al Saturno terrestre.”

Nella sua “Filosofia del rinascimento”  (Paris, 1974), Ernst Bloch ne ha fatto un felice commento:  “All’ inizio della dottrina: il dentro ed il fuori vanno sempre insieme. La parola “dentro” non si intende, presso Bruno e Campanella, come un continuo.  Il bello sguardo italiano sul mondo, sul quaggiù, non è certamente disprezzato dal medico filosofo, ma il lato interno del quaggiù, l’aspetto concavo, per così dire, è adesso percepito, e messo in evidenza, in tale maniera che né il dentro fa dimenticare il fuori, nè il fuori  il dentro; e più ancora: al “dentro” corrisponde un quaggiù, e soprattutto al “fuori” il lassù ( lett., al di sopra, ndt)della volta cosmica: ciò che è in basso, è ugualmente in alto, e ciò che è in alto è ugualmente in basso. Il mondo è, quindi, una grande rete di corrispondenze: dall’interno all’esterno e viceversa.  Ed il mondo non è riconoscibile fino a quando l’uomo, quindi l’interno, il soggettivo, non è colto come il suo primo, e simultaneamente come il frutto del mondo.  Non che l’esterno sia stato generato dall’interno, ma senza l’interno ci manca la chiave per aprire l’esterno. Questo pensiero, Paracelso lo proietta poi sull’immensità dell’universo esterno, poiché ben più ancora l’esterno dell’uomo non è intelligibile, esso lo deduce dal mondo, come il frutto dalla semenza.  Così il filosofo, ha per solo oggetto la Natura.  La filosofia stessa, pensa Paracelso, non è niente altro che la Natura invisibile, e la Natura, la filosofia diventata visibile, manifesta”.

 

E’ più che mai comprensibile, che nella costellazione dello spazio e del tempo, l’atto umano sposi la pulsazione dell’universo, e non è quindi sorprendente che questo tema paracelsiano, sia stato ripreso in modi differenti.  Così, nella sua De signatura rerum, (1664) Jakob Böhme, per il quale (già) “ è nell’animo umano che si trova la segnatura dell’Essere e di tutti gli esseri ” (…) “l’uomo stesso ha un corpo siderale nel quale risiedono le virtù nascoste del suo corpo terrestre”.  Sebbene “ il mondo visibile esteriore è la figura del mondo interiore. Così, l’essere interiore abita l’essere esteriore che gli serve da specchio, il primo è il segnale dell’altro”.  Tutto questo attraverso l’uomo pianetizzato nelle forme settuple del sistema solare, vissute nella comunione della natura minerale, vegetale, animale… “ poiché la segnatura contiene la ragione perfetta, l’uomo (in quanto immagine della virtù perfetta), può da essa imparare non solamente a conoscersi, ma ugualmente a conoscere l’essere di tutti gli esseri”.

 

E’ naturale approdare alla poesia, con questo poema de “I fiori del male” di Baudelaire: “Corrispondenze”.

                   

La natura è un tempio, dove viventi colonne

Lasciano talvolta uscire confuse parole:

L’uomo vi passa attraverso foreste di simboli

Che l’osservano con sguardi familiari

 

Come lunghi echi che da lontano si confondono

In una tenebrosa e profonda unità,

vasta come la notte e come il chiarore,

I profumi, i colori, i suoni si rispondono.

 

Vi sono profumi freschi come carni di bambini,

Dolci come oboi, verdi come praterie,

Ed altri, corrotti, ricchi e trionfanti.

 

Che hanno l’espansione delle cose infinite

Come l’ambra, il muschio, il benzoino e l’incenso,

Che cantano i trasporti dello spirito e dei sensi.

 

Riconosciamo anche Arthur Rimbaud nella sua “Lettera del veggente”: “…Dico che bisogna essere indovino, farsi veggente. Il Poeta diviene veggente, per un lunga immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi”.

 

(…) Questo lingua sarà l’anima per l’anima, riassumendo tutto, profumi, suoni, colori, il pensiero che afferra il pensiero…”.  Sia sempre il puro linguaggio del cuore, lo stesso registro dell’affettività.  Tutta la storia del movimento letterario del Simbolismo della fine del XIXesimo  secolo, esplorata dal professor Guy Michaud (Parigi Sorbona), nelle sue opere Messaggio poetico del Simbolismo , apparse presso Nizet a partire dal 1947, meriterebbe di essere citata qui.  Poiché il suo atto poetico “poggia sulla metafora che presume essa stessa una attitudine di pensiero totalmente differente dal pensiero logico: il pensiero analogico.  Il poeta ha l’intuizione che tutto è contenuto nell’universo, che c’è una conoscenza segreta tra lui ed il mondo, ed eccolo condotto dalla sua propria esperienza a procedere, non più a partire dalla molteplicità delle apparenze, ma dall’unità originale della creazione. (…) E’ uno sforzo ritrovare la dottrina tradizionale, quella che è alla base di tutte le filosofie antiche e delle grandi religioni. (…) La nozione di simbolo è la pietra angolare di questa metafisica tradizionale, fondata sul principio della costituzione analogica dell’universo”.

 

Evitiamoci di marginalizzare un’arte poetica la cui intuitiva lira, d’ispirazione matriciale, intende raggiungere la musica delle sfere, poiché una tale visione si propaga alla meditazione del saggio stesso, fino a guadagnare la fisica quantistica, la quale è giunta alla nozione di “ principe antropico” che consacra l’interdipendenza del fuori e del dentro, in una interferenza dell’osservato e dell’osservatore.  Testimonianza recente: “ L’uomo può contemporaneamente guardare il cielo e vedersi dentro”, dichiara Jean-François Robredo, professore di filosofia a Parigi-IV Sorbona, in “Dal Cosmo al Big-Bang” (NRF, 2007); e aggiunge: “ Il cielo siamo noi. Esso è in noi.” (« Sciences et avenir », aprile 2007). Considerando che, interrogandosi sull’universo, è a sé che ci si dedica.  Non si è già qui varcata la porta d’ingresso dell’astrologia, poiché quest’ultima si trova all’incrocio sovrano dove si incontrano scienza, filosofia e religione ?  Presto rivestita di una perfetta legittimità !

 

Si può comprendere che un universitario, proseguendo le ricerche di Pierre Abraham e di Gaston Bachelard sulle famiglie di poeti ed i quattro elementi, lo stesso Guy Michaud , abbia considerato l’astrologia come un’ermeneutica, essendo il suo modello di carattere semiotico.  Per lui, il suo sistema dei segni – decifrare dei significati attraverso dei significanti, mettendo in evidenza il loro simile – rimanda ad un codice simbolico, essendo la sua sintassi l’unità della parte e del tutto, e l’astro diventa realmente e pienamente segno dell’uomo ( Introduzione ad una scienza della letteratura , Pulhan Mateaasi, Istanbul, 1950 ed Il volto interiore Albin Michel, 1985).

 

Poiché tutto parla nell’universo,

Non vi è nulla che non abbia il proprio linguaggio,

Tutto ciò che viene detto sotto i Cieli,

Tanti esseri imitano (anche prendono a prestito, ndt) la voce della Natura.

 

Verità di La Fontane, che raggiunge questa formula di Maurice Merleau-Ponti : “ Nascere, è insieme nascere dal mondo e nascere al mondo”, così come l’assioma supremo di Leibniz: “ La presenza necessaria dell’uno e dell’infinito in ogni cosa, perché in ciascun essere convergono l’unità e l’infinito, un tutt’uno che è pieno di infinito”.

 

L’opera simbolica.

Siamo al cuore di una fantastica circolazione del verbo della similitudine, propagazione lineare dell’archetipo, principio unitario iniziale, dal molteplice esistenziale diversificato e successivo, fino al passaggio dal senso proprio al senso figurato, così come alla trasposizione di omonimia.  Così, nell’anamnesi della mia “analisi” presso Juliette Boutonier-Favez, oppure durante la seduta, in un turbamento profondo, la parola “volo” scivola dal sogno della veglia, dove ero un bambino- uccello, fino al sorgere di un bambino ladruncolo, irruzione improvvisa di una scena colpevolizzante, sepolta da molto tempo nella mia notte interiore, e consegnata bruscamente alla mia coscienza; il male, uscito dalla sua tomba, si rilascia nel presente, in un atto terapeutico liberatore. Attraverso un segno, il tessuto di una tonalità psichica può così avere effetto di risonanza e fare l’oggetto di “spostamento”: transfert, interferenza, trasposizione o ancora sostituzione di un “ o così, o così” del simile, si succedono in seno a questo homo-symbolicus.

 

Prendiamo un esempio: in un articolo del 6 febbraio 1992 intitolato:” Dopo l’AIDS, che cosa ?”, si forma un duetto tra il “Nouvel Observateur” e Luc Montagner:

“N.O. : Un secolo fa si moriva di tubercolosi, sei secoli fa di peste.  Oggi si muore di cancro, di malattie cardiovascolari o di AIDS. Cosa fa si che una malattia nasca, viva e muoia ?

L. M. :  Quando un gruppo di malattie scompare, un altro appare.  E’ la teoria di Grmek, detta della patocenosi: nuove malattie possono arrivare a sostituire quelle che sono scomparse.

N.O. :  In conclusione, i progressi della medicina porterebbero a cambiare avversari ?

L. M. :  In un certo senso, sì…”.

 

I fenomeni sostitutivi sono ben conosciuti dagli psicanalisti. In Le Radici della Coscienza (Buchet-Chastel 1971), Jung ricorda che “la passione psichica e la passione spirituale si comportano come sorelle, nemiche certamente, ma pur sempre sorelle, e basta spesso un attimo perché una si trasformi nell’altra” (…) poiché “psiche e materia sono contenute in un solo e stesso mondo (…), due aspetti differenti di una sola e medesima cosa…” (la psicosomatica, con il suo passaggio da una all’altra, ne sa qualcosa).

Allo stesso modo “ Ogni volta che lo spirito di Dio si ritira dall’equazione umana, una formazione di sostituzione inconscia fa il suo ingresso”.  Non vi è dubbio che il “materialismo dialettico” marxista sia diventato un sostituto della religione, della stessa stoffa nettuniana.  Ciascuna tendenza ha la propria funzione di traghettatore.

 

Al di là dei disastri successivi e delle variazioni patologiche collettive che risultano dall’evoluzione della società , in particolare della medicina, avviene lo stesso, a partire da un principio morbifico psicosomatico iniziale, configurato in costellazione, una successione di perturbazioni di salute diverse, che osservano gli psicanalisti presso un medesimo individuo, nel corso della sua vita, come se il turbamento di un primo disequilibrio, per quanto diversificato risulti in apparenza, si reincarni in un fenomeno di sostituzione.  In modo tale che, si osserva un legame di parentela analogico, attraverso le diverse prove del paziente, nel corso della sua esistenza.  Una filiera di storie da esplorare: come un Saturno natale dissonante, polipaio di un ventaglio di crisi in mutazione su fondo comune.  Smascherare tali metamorfosi, differenziandole fino a ritrovare ciò che le accomuna, è anche un proficuo imprescindibile esercizio.  Ma, sul piano universale del collettivo, Saturno rimane: lo stato archetipico di prova saturnina non può che accompagnarci, quale che sia il bilancio del genio umano a sradicare la malattia.  Ciò non deve per nulla svalutare i progressi già giganteschi che gli dobbiamo in materia di salute e prolungamento della vita.  Questo non impedisce allo psicanalista di riconoscere l’esistenza del processo detto “di equivalenza simbolica”, attraverso il quale viene effettuata la sostituzione di tale fenomeno con il tal altro, esprimendo la continuità diversificata di una medesima problematica di natura iniziale.

 

Il simbolo all’opera.

In “La formazione dello spirito scientifico”, (Vrin, 1947), Gaston Bachelard ha naturalmente combattuto la “sovradeterminazione” della mentalità prescientifica, usando del “ragionamento partecipativo, che fonde nello stesso valore l’oro, il sole ed il sangue…”.  Nessun dubbio che, un tale campo di corrispondenze, non abbia niente (o non molto) a che vedere con la realtà psichica del mondo esterno, del quale non si cura.  L’episteme della similitudine non c’entra;  ciò non impedisce a questo sistema primitivo di pensiero di essere, nondimeno, sempre all’opera nel nostro intimo, dove sussiste una “mentalità magica” e dove si dispiegano tutti i valori delle “corrispondenze universali”.  Cosa ne fate del vostro immaginario, grande metaforico che fa cantare la vita, nella vostra vita familiare, amorosa, artistica, culturale, spirituale, e pensate di privarvi della sua magia incantatrice, o rinunciare alle sue tenebrose diavolerie ?

 

Tutto questo è iniziato molto presto – lo zodiaco, questa gallina dalle uova d’oro dell’astrologia, non è forse il “ test di Rorschach” dell’umanità bambina (Bachelard) ? -  quando gli umani hanno trasferito le loro visioni mitologiche sul Sole. Questo oggetto cosmico primario gli ha “parlato” il linguaggio del mondo, in riferimento al suo spettacolo, nell’ispirazione analogica della loro sensibilità.  Il suo irraggiamento dorato si è esteso alla luminosità dell’oro, del topazio, dell’eliotropo, e del leone “re degli animali”… Come era, prima di tutto, brillante fonte di luce, di calore e di vita, non era naturale illuminarlo allo stesso modo, sublimato, idealizzato ? Diventava naturale assimilarlo al sacro, al divino.  Nell’antico Egitto, Rê, il Sole, è per eccellenza il Dio manifesto, e dappertutto presso i popoli, l’ idea di Dio si rivela correlata all’ abbaglio solare.  Dio padre, il Cristo re… Dio si fa uomo perché l’uomo si deifichi, elevandosi alla sua propria dignità, rivelandosi a lui stesso nella pienezza della sua gloria. Nella piramide solare del sacro, nella luce rifratta del divino, arriva poi il sovrano dei popoli, il re figlio del cielo dal potere assoluto, ed ordinatore umano dell’ordine cosmico.  E, secondo il re Davide: “ Ciascuno deve essere il re di sé stesso”.  Scendendo la scala di questa corrispondenza simbolica, lo stesso campo di potenza- autorità- grandezza si sposta dal re al capo – Bonaparte in testa, con il suo Sole in Leone al Mediocielo – poi si volgarizza nel padre, estendendosi anche al marito…  Nella stirpe delle incoronazioni, brilla anche, di un grande bagliore, il dio di luce Apollo, archetipo dell’esteta, dell’artista in tutta la sua nobiltà, come un eroe glorioso.  Dietro tutto questo prendono posto i detentori degli altri ordini: il cuore stesso: “ Questo organo merita di essere designato , per metafora, come il sole del nostro organismo, tanto quanto merita di essere designato come il cuore del mondo” (William Harvey), il riposo settimanale della domenica come l’orgoglio fra i peccati capitali; l’ornamento dell’onore ed il trionfo dello splendido, senza escludere gli orpelli della gioielleria del palazzo delle “corrispondenze universali” di questa simbolica solare. Si pensi, in particolare, dietro l’élite, agli idoli e soprattutto al dandy, al playboy che si fregia di una suprema eleganza, amando lo stile, la bellezza del gesto, l’atto gratuito, mondano, in uno spettacolo offerto agli altri ed in celebrazione permanente; in concreto, un carnevale dell’io, in un culto del sé dove ci si scambia per un sole. 

 

Interiormente si configura il Sole psicologico dell’”ideale dell’io”, istanza di ciò che vi è di superiore del sé, ispirato dalla legge morale universale.  La “classe” nella sua degna tenuta verticale, la grandezza in sé.  Per Mircea Eliade, “ la lezione apollinea per eccellenza è espressa nella famosa formula di Delfi (iscrizione sul tempio dell’oracolo di Delfi, ndt): “ Conosci te stesso” (la luce in sé), allo stesso modo che nella cultura ellenistica, la serenità apollinea era divenuta “l’emblema della perfezione spirituale”, finalità di solarizzazione interiore, in una piena e nobile appartenenza a sé.  Operazione solare personale riuscita se, non di meno, il suo esito non è degenerato in caricatura di ingombrante ipertrofia dell’io, se non, all’opposto di questa ipertrofia, nelle inibizioni di un opprimente Super-io, tanto contigui sono i territori di queste istanze psichiche.  Dal canto loro, Rudhyar et Reperti preferiscono apparentemente collegare il Sole al Sé, integrazione cosciente delle componenti della sua persona, cosa che non esclude la solarizzazione.  Non dimentichiamo (“l’auto-creatività dell’astrologo”) che noi “risentiamo” i corpi celesti all’immagine delle nostre proprie planetarietà, fatto che spiega perché, in luogo di allinearci tutti su di una medesima certezza, la divergenza delle opinioni compone una strana farandola, dato che ciascuno comprende queste istanze a suo modo.  L’argomentazione topica freudiana non è meno chiarificatrice, ponendo un Io dove l’essere dispone molto liberamente della propria persona – territorio dove si appartiene o crede di appartenersi -  istanza combattuta tra le tentazioni pulsionali dell’Es e la severità morale delle esigenze del Super-io.  Fonte primaria dei grandi conflitti interiori:  l’Io si allea con l’Es, quando l’ideale morale è debole e la vita istintiva potente, mentre obbedisce la Super-io nel caso contrario; succede che il Super-io mobilizzi l’energia selvaggia dell’Es contro l’Io. Quanto al Sé, chi può sostenere di accedervi ?

 

Il regno delle segnature, al di là della natura, si estende naturalmente alle opere del genio umano: archi di trionfo, colonne e cupole, pantheon, templi, cattedrali con le loro volte e le loro vetrate.  La più illustre creazione solare moderna, per esempio, è  La Libertà che rischiara il mondo : statua gigante appollaiata in modo monumentale all’ingresso del porto di New York, dove campeggia superbamente un busto femminile dalla testa tutta aureolata da raggi solari , con il braccio destro portatore della fiamma luminosa di questa libertà, promessa di magnificenza vitale alla quale ciascuno aspira ! Opera, prodezza doppia, dello scultore Frédéric-Auguste Bartholdi, per il quale, una congiunzione Marte – Giove culminante( ! ) ed in gran trigono con Saturno e Nettuno, fa un sestile con il suo Sole in Leone, che occupano ugualmente l’Ascendente e Mercurio ( si pensi anche al suo prodigioso Leone di Belfort , tagliato direttamente da una roccia gigantesca ).  Così come l’ingeniere Gustavo Eiffel, il cui Sole, maestro dell’Ascendente ed al trigono del Mediocielo, è triangolato ad un sestile Marte-Giove, questi due collaboratori che hanno in più Urano in Acquario al DS, la cui Torre Eiffel porta anch’essa la segnatura- freccia del suo Sole in Sagittario.  Si può anche ritornare al testo “Il Sole all’Ascendente” per esplorare le opere del mondo apollineo, nella loro solennità.  Inoltre si potrebbero aggiungere altre immagini: il pieno decorativo luminoso, dove trionfa lo stile Moderno di Alphonse Mucha, con la sua congiunzione Sole-Giove in Leone, le statue giganti a cielo aperto di Henry Moore, con il suo Sole in Leone collegato ad un trigono Marte-Giove, etc…

Lo spirituale non è dimenticato. Risalendo alla sferica pitagorica, la nozione di Dio trova la sua pura rappresentazione, emanata dal Sole, nella sua perfezione formale di sfera, così come di cerchio.  Se si inserisce una croce, il suo raggio puntato verso il suo quadrangolo, traccia la sequenza dei dodici segni dello zodiaco: autocreazione, come illustrano molteplici rosoni di vetrata che sormontano il grande portale centrale delle nostre cattedrali, come quello di Notre Dame di Parigi che inizia questo testo.  Oltre alla raffigurazione, in molte di loro, dei quattro evangelisti associati ai quattro segni zodiacali fissi.  Fra di noi, Ferdinand David ha esplorato la spiritualità solare del mondo religioso con La Cattedrale di Strasburgo e l’Astrologia (Le Rocher, 1992), e la nozione del divino, dove “ Dio rappresenta la chiave di volta che sostiene l’edificio di questa grande cattedrale che è l’Universo, come l’anima- coscienza sostiene l’edificio del nostro corpo”.  E, mentre “L’astrologia è una cattedrale a disposizione di ciascuno; ed il tema natale la cattedrale personale di ogni individuo”.  Un tuffo nel grande libro dell’Universo, proseguito con Una lettura esoterica del Vangelo di Giovanni e L’insegnamento di Gesù (Le Rocher, 1994 et 1998).  “ La superstizione sta alla religione, come l’astrologia all’astronomia, la figlia molto folle di una madre molto saggia”.  Al volo, questa metafora disinvolta e futile di Voltaire, che tradisce la realtà di uno sviluppo congiunto, fisico e morale, dell’interrogaazione del cielo.

 

Un tratto originale della funzione simbolica presso l’umano, per ritornare a lui, si esercita nella “sovracompensazione” di una derivazione dello slancio vitale, che un ostacolo devia dal suo obiettivo naturale.  Pensiamo, tra i pittori, al caso di Toulouse-Lautrec, la cui vitalissima congiunzione Sole- Mercurio- Giove in Sagittario in I casa è sbarrata dall’opposizione di Marte, maestro dell’Ascendente.  Rovinato, nella passione per il dispendio di energie fisiche, da una invalidità sopraggiunta a causa di un femore fratturato, è tramite l’evasione dei suoi strumenti pittorici sulle sue tele, che si sfoga, vivendo una sregolatezza di cavalli sfreccianti, di aggiogamenti scalpitanti, di fenomeni dello sport, del circo, del ballo, del music-hall.  Con la sua congiunzione Luna- Plutone in IV, assistita da una congiunzione Venere- Saturno in V, l’invalida Maria Blanchard non smette di dipingere delle maternità, per la colpa di non aver potuto mettere al mondo un bambino. In tali circostanze – come nella sublimazione naturale dell’autore che si sfoga riversando le proprie inclinazioni nella sua opera – la tendenza passa al di sopra degli ostacoli, poiché è l’affettività che prevale, la voglia di vivere, poco importano i mezzi attraverso i quali l’emotività trova la sua valvola di sfogo.  D’altronde è la tonalità di questo tessuto che si legge al meglio in un tema, anche in previsione, una parte di verità attraverso la quale ci si può aspettare la conquista di un quadro d’insieme, grazie a lei, il suo: sentimento di gioia o di pena, impressione di profitto o di perdita, convinzione di realizzarsi oppure paura di fallire… Là regna uno stato di disponibilità di “stoffa psichica”, tale la vibrante “tela” magnetica dello schermo del computer, che dà il tono di ciò che accade, facendo scaturire il senso della vita, sia l’essenza stessa dell’esistenziale.

 

Se, come un fondo dell’essere, ne si capta la natura, si è lontani, tuttavia, dal poter cogliere il terreno della sua manifestazione, vale a dire il suo piano di applicazione.  Se prendo qui, per esempio, il caso di una sopravvalutazione uraniana per concentrazione astrale intorno a questo pianeta, cado su dei personaggi infinitamente contrastanti.  Keplero con la sua congiunzione Sole-Mercurio-Venere in Capricorno, Cartesio con il suo ambiente Sole-Luna-Mercurio-Giove in Ariete, John Fitch con Sole-Mercurio-Venere in Acquario, George Stephenson con Sole-Mercurio-Venere in Gemelli, George Bryan Brummel con Sole-Mercurio-Marte in Gemelli, Pasteur con Sole-Mercurio-Venere in Capricorno, Stirner con AS-Sole-Mercurio-Marte in Bilancia-Scorpione, Freud con DS-Sole-Mercurio in Toro, Mata Hari con Sole-Mercurio-Marte in Leone, ed Adriana Bolland con AS-Sole-Mercurio-Marte in Scorpione… Si coglie l’immensità del divario che distanzia enormemente gli uni dagli altri, nella loro comune definizione “qualche cosa che esce dall’ordinario nel gusto di una evasione”.

 

Questa valorizzazione uraniana assume un poco la sfumatura di colore del segno dove accade l’incontro. Non è sorprendente che nel Capricorno e nell’Acquario, dove si cancella la persona, l’obiettività a mira prometeica prevalga sull’individuale soggettivo, i due sapienti saturnini del primo segno che hanno rinnovato il mondo, Keplero come creatore della rivoluzione copernicana, e Pasteur rivoluzionando ( letteralmente, facendo scoppiare, ndt) la Medicina, Ficht, dal canto suo, essendo stato un pioniere nella costruzione di navi equipaggiate di remi trasformati per una macchina a vapore.  Inoltre, mentre il Gemelli Stephenson, rivoluziona dal canto suo i trasporti, con le prime ferrovie, con Freud in segno venusiano, la rivelazione della psicanalisi inaugura il regno della libido. Gli altri casi fanno prevalere delle rivoluzioni delle loro proprie persone, affermando la singolarità dell’individuo alfa ed omega. Si comincia con Stirner, che si fa apostolo del sovra-individualismo dell’anarchia, e poi Mata Hari, l’esibizionista super-leonessa che spinge il proprio delirio di grandezza fino alla condanna a morte per spionaggio, mentre l’incredibile avventuriera Adriana Bolland valica da pioniere la Cordigliera delle Ande, eroina dell’aviazione!  Ma prima di loro già si pone – la sua congiunzione in Gemelli è al sestile di Giove in Leone – Brummel, singolare dandy che sottolinea la sua differenza con la società britannica dell’epoca, rappresentando la frivolitezza in un mondo che si vuole rigoristico, l’eccesso di colori sgargianti nel vestiario e del suo abbigliamento ridicolo che sfida l’uniforme abito nero, l’ozio festaiolo che scandalizza un Paese al lavoro, l’arte di vivere disprezzando la corsa all’arricchimento…  Questa volta è una sottolineatura utile della propria persona, che rinnova il pensiero in singolare individualista, è il cerebrale Cartesio con Saturno in Vergine (sicuramente dominante), che dubita e fa della propria insicurezza di spirito, la rivoluzione cartesiana con i suoi precetti: “Il primo era di non considerare mai alcuna cosa come vera,   poichè non le conoscevo essere evidentemente tali”.  …Si è quindi scelto nel caleidoscopio di espressioni sulle quali sgorga la medesima sorgente di tendenze, è vero, ogni volta integrate ad una differente costellazione, ma bisogna risalire laboriosamente fino alla identificazione di ciascuna di esse, per ritrovare ciò che le accomuna.  D’altra parte, è lo stesso sguardo imbarazzato che hanno i nostri biologi, i quali, dopo il sequenziamento del genoma, sono rinviati all’enorme complessità delle connessioni dei suoi innumerevoli reticoli funzionali.  Bisogna convenire qui, che, se il simbolo apre le porte del cielo, la disseminazione della sua luce nelle “cespuglianti” virtualità è fonte di smarrimento, poichè la visione astrologica non fornisce che un’ombra delle cose della vita.

 

E’ soprattutto nell’universo dell’arte, terreno principe dove si rivela la sensibilità, che si può percepire al meglio questo mondo della tendenza, nella quale vi si esprime liberamente ed abbondantemente.  Al punto che, alla metà dell’ultimo secolo, un prestigioso professore di estetica della Sorbona, Etienne Souriau, ha esposto un tema astrologico dell’arte nella sua opera di allora, apparsa presso Flammarion: “Le Duecentomila Situazioni Drammatiche”.  Naturalmente, precisa, egli non crede all’astrologia, per lo meno non in quanto dottrina di una influenza fisica degli astri sul destino, ma ritiene chiaramente che la concezione astrologica dell’arte e della vita sia interamente fondata, cosa che lo porta a raggiungere potenzialmente l’astrologia simbolista trattando il mondo del teatro.

 

Secondo lui, la scena è un microcosmo dove si focalizza tutto un universo, quello dello spettacolo teatrale che si rappresenta, dell’autore macrocosmo.  Nel dispiegamento scenico, vi è un nucleo centrale dove si concentra tutto l’interesse che è rappresentato dalla parte degli attori.  E’ la costellazione della pièce teatrale, o più esattamente il suo sistema planetario, dice lui.  Il ruolo di ciascun attore non esiste se non in quanto parte costituente di un tutto organico; esiste una funzione solare, una lunare, una mercuriale…il ruolo marziano, per esempio, è quello dell’oppositore, dell’avversario, del nemico.  Uno stesso attore può essere investito di più funzioni simultanee, o di ruoli successivamente differenti, combinazione che fa tutto il gioco dello spettacolo.  Come l’uomo nella vita, precisa lui, l’attore incarna una “segnatura astrale” che gli è imposta in seno ad un insieme organico, di un insieme di forze: il dramma è tutto concentrato e tutto in evoluzione in questo girotondo siderale del sistema planetario in costellazione ! E fornire molte illustrazioni viventi della drammaturgia scenica… Conveniamo che un astrologo non può meglio far valere la vita della sua carta del cielo. A partire dai fluidi “campi magnetici” del nostro immaginario tipologico, il genio letterario ha d’altronde riassunto  begli archetipi che occupano il centro del microcosmo scenico, in particolar modo con il solare Rodrigo, il lunare Lorenzaccio, il mercuriale Figaro, Manon la venusiana e D’Artagnan il marziale, così come il Signor Jourdain gioviale e l’inevitabile saturnino Arpagone. 

 

Quanto all’interpretazione del tema di un artista che abbiamo tra le mani, non è per nulla evidente che noi possiamo scoprire in presenza di quale categoria di creatore ci si trova: poeta, pittore, scultore, musicista…  non vi è d’altronde una frontiera ben tracciata fra questi settori artistici – che si maneggi la penna o lo scalpello, il pennello o l’archetto – al punto che si evoca la tale poesia musicale, la tal’altra pittura orchestrale, o ancora “i colori sono la musica degli occhi” (Delacroix), una tale musica descrittiva, tanto l’espressione è intercambiabile.  Vi è certamente una valutazione tipologica in virtù della quale il solare come Corbeille, mondo di luce e di scena, si dedicherà piuttosto al teatro; il lunare come Verlaine, languido sognatore, sarà più incline all’evasione poetica; il gioviano spettacolare come Monet diventi piuttosto pittore, o scultore come Rodin…, ciascun tipo non ha meno dell’altro il più largo ventaglio di risorse per esprimersi.  D’altronde, l’individuo non adotta forzatamente questa inclinazione, munito delle sue armi migliori: si è visto con il fenomeno di sovra-compensazione di una inclinazione poverissima che è il punto più vulnerabile dell’essere, che ha l’ultima parola.  Ed il fatto che Berliotz fosse dotato di una capacità uditiva particolare che l’avrebbe destinato alla musica, è del resto una cosa fortemente aleatoria.  Oltre che con le loro congiunzioni Sole-Marte, Etienne-Nicolas Méhul e Edouard Detaille non sono militari, ma il primo è musicista, autore del celebre “Chant du départ “, come il secondo, pittore di scene di guerra… In breve, la “facoltà” specificamente letteraria, pittorica,musicale,della scultura, o di altro che ci sfugge, sono opzione della medesima radice, consegnata al libero arbitrio o all’influenza dell’ambiente, delle circostanze; il suo terreno costituisce un oggetto della tendenza, “forma” da lei presa in prestito per manifestarsi, e ci spinge verso il “fondo” di essa, che raggiunge l’intrinseco, indirizzandosi al soggetto medesimo.

 

La distinzione consiste quindi in un “contenente” ed un “contenuto” della inclinazione.  La scelta del primo è una questione di libertà di adozione, di opportunità o di circostanza, lo sguardo astrologico rimane sospeso.  Quanto al secondo, al contrario, è l’universo interiore più o meno leggibile del tessuto della creazione artistica, dove l’autore si abbandona come per consegnarsi un messaggio personale o più semplicemente per riformularsi egli stesso.  Dal momento in cui la Luna ha priorità alla nascita, noi non possiamo dire , certamente, che il soggetto è un poeta, ma non siamo sorpresi di trovarci in compagnia di autori sensibili, vicini alla Natura come La Fontaine, Andersen, Rodenbach, Apollinaire, Genevoix ;  oppure poeta errante come Verlaine, o romanziere dell’anima come Flaubert, se non in cerca del suo intimo come Proust, etc… Così come musicista, la sua vena acquatica e romantica con Schubert oppure intimista con Fauré: in qualità di pittore, come Millet con i suoi paesaggi campestri, Corot ha una predilezione per le fresche mattinate ai bordi del suo ruscello dalle acque luminose, boudin non smette di ricomporre le spiaggie della Mancia, come Marquet le rive della Senna, mentre un Delvaux è ossessionato dalle sue nottambule nudità femminili, e poi Dalì, con la Luna in Ariete effervescente, si consegna ad un immaginario pittorico fenomenale, che avvolge lui stesso nella fantasia più stravagante.  La lettura di tali fondi psichici passa per un ritorno all’alfabeto della rosa dei venti di tendenze della natura, dove si ripartisce circolarmente l’incrocio della quaternità degli elementi con i loro principii fondanti, trama invisibile dell’universo nell’uomo, essenza interna della sua realtà.

 

In “I quattro venti dello spirito”, Victor Hugo le ricorda: poiché “ l’anima ha in sè, come il cielo, quattro soffi; l’anima ha i suoi poli; l’anima ha i suoi punti cardinali. Il grande carro dello Spirito viaggia su quattro assi.  La nostra anima, come voi, o venti, ha il suo nord, il suo mezzogiorno, il suo tramonto, la sua aurora”.  Non stupisce che gli storici e gli psicologi dell’arte vi ritornino, come per Elie Faure e René Huyghe, dimostrando un grande interesse.  Così quest’ultimo ne “L’arte e l’Anima”  (Flammarion, 1960) : “ L’artista si riconosce nel mondo e vi sceglie gli elementi che corrispondono al meglio alla sua propria natura. La materia densa: terra, vegetale (Courbet: Paesaggio della Foresta di Fontainebleau). L’immateriale: aria, luce, riflessi ( Corot: « Ville d’Avray »).  La materia fluida: acqua, nebbie ( Turner: Vascello da guerra inglese incagliato al largo di Forte Vimereux).  L’energia, il fuoco… ( Van Gogh: La notte stellata)”.  E’ così che l’artista genera il suo stile, analogo al timbro dello strumento, al profumo del fiore, al canto dell’uccello.  Con l’operaio al lavoro, si stabilisce la relazione del creatore-macrocosmo con il microcosmo dello scritto, del quadro, della partitura, ciò che ricorda René Huyghe nel “Dialogo con il visibile” (Flammarion, 1955) :” Le antiche credenze che collegano tutto l’individuo ad un elemento, come lo rapportano ad un colore, una pietra, o un pianeta, nel nome dell’astrologia, non fanno che ratificare dei rapporti profondi e manifesti.  Sarebbe facile mostrare come ciascun pittore, dotato di una personalità fortemente determinata, conferisca nel proprio universo un posto preponderante, talvolta quasi esclusivo, a qualche aspetto eletto della natura”.  Visione che giustifica Elie Faure, poiché vi è “negli elementi della natura una subordinazione rigorosa, che riunisce il movimento degli astri al succedersi delle stagioni ed al battito dei cuori” (L’Esprit des formes (J.-J. Pauvert, 1966).  L’uno e l’altro giudicheranno i quadri ai colori delle stagioni ed alle ore del giorno e della notte. E’ interessante, per esempio, comparare i vasi comunicanti tra “Il Mattino” di Grieg in musica, quello di Epstein in scultura, quello di Lecomte de Lisle in poesia, ed uno degli innumerevoli mattini di Corot in pittura, in funzione delle loro rispettive “segnature”.

 

Si constata che la segnatura astrale rivela uno stile di “tonalità affettiva” esteso uniformemente a tutti i campi della manifestazione artistica, trama comune di opere che affonda le radici nel fondamento psichico del creatore.  Costui si ritrova nella “foresta dei simboli” cara a Baudelaire, creatore di universo in affinità con il suo mondo interiore, proiettato sull’immagine della propria creazione.  Passaggio attraverso tutta la gamma di una tastiera analogica: sensazioni, emozioni, pensieri, fantasticherie e sogni al diapason dei suoni, dei colori, dei profumi, delle materie, delle forme, dei volumi…, essere della natura al cuore del mondo, l’artista non deve forse, finalmente, incarnare una formula cosmica e realizzarla, elevandosi al piano macrocosmico attraverso la virtù universale dell’arte ?

 

Vedere un universo in un granello di sabbia,

Il Cielo in un fiore selvatico.

Tenere l’infinito nel palmo della mano,

L’eternità in un’ora.

(William Blake).

Ma, essendo l’arte la sublimazione delle nostre tendenze, portatrici del meglio e del peggio, in una evasione elevatrice, il comune mortale non è forse , minimamente e quotidianamente, sulla stessa barca, nel suo proprio modo di sentire la vita ?

 

Questa accoppiata del verbo della tendenza e del suo oggetto è fondamentale. In caso di loro discordanza, corrotto in qualche modo, alterato il suo slancio vitale da un io smarrito su una pista che gli è sconosciuta, il maieutico e laborioso pianeta è privato della sua funzione di atto creativo selettivo, per non essere più che un fattore di accompagnamento della strada che un tale io dirigente si è assegnata.  Cosicché, se anche l’Uomo fa la sua storia, molto spesso ignora la storia che fa, la ragione traccia il percorso, ma la silenziosa tendenza accompagnatrice dirige i suoi passi, la pedina che avanza sulla scacchiera del proprio destino, potendo condurla a suo piacimento.  Poiché, così come la configurazione fa l’uomo, alla maniera del terreno che sostiene e nutre la pianta, costui non di meno è fautore della propria configurazione, sia egli giardiniere inesperto oppure avveduto, essendo l’ideale – omologia tra natura e spirito – un matrimonio dell’io cosciente con questa notte dell’essere che è la fenomenologia dell’inconscio.

 

Risalendo alla radice delle cose, nell’ordine del concorso che contribuisce alla manifestazione del fatto astrologico, si ripartiscono le due funzioni, quella dell’apporto del materiale della tendenza così trattata, e del suo supporto, come la pianta con le sue radici, che colgono ugualmente ed interamente dal simbolico.  Il segno stesso, nella sua forma, è modello filologico primario di figure epistemologiche, linguistica di un sistema significante.  Si tratta della visione ontologica di un linguaggio del mondo spaziale di essenza matematica, attraverso il cui si esprime la creatura umana, la quale passa per Platone, Proclo, Nicola Cusano, e Keplero.  Cosmologia della sfera, del cerchio, del centro, del raggio dell’arco, della croce, del quadrato, del triangolo, fino all’esagono che accoppia armoniosamente due grandi trigoni.  Qui risiedono già le fondamenta del linguaggio astrale, nella misura in cui il mondo e l’uomo, concordemente, fanno corpo in una storia unica.  Si concepisce che a partire dall’unità indifferenziata di un punto centrale, l’opposizione sia dualità, come alto e basso, destra e sinistra, caldo e freddo, luce ed oscurità… , e che l’unione degli opposti, in un terzo livello, sfoci in una quaternità di due coppie che si intrecciano (quadrato e croce), quadripartizione del cerchio…  Jung si è interessato a più riprese, principalmente ne “ Psicologia ed alchimia” (Buchet-Chastel, 1970) ed in  “Psicologia e religione” (Buchet-Chastel), a questo substrato cosmografico, trattando la trinità e la quaternità, e trovando naturale che un elemento psichico si esprima attraverso una tale struttura, per l’esperienza fatta circa la presenza dell’idea nella materia. 

 

Per ritornare al mondo della tendenza, bisogna avere un soffio grandioso dello spirito per abbracciare l’estensione del suo verbo, poiché il suo nucleo centrale si perde nell’infinità dei suoi oggetti.  Ma non si può evitare di evocare questi come esempi, che testimoniano il vissuto della sua manifestazione e per quale prodigioso volo del pensiero dobbiamo passare !

 

Se considero il gioviano, per esempio, dal temperamento sanguigno più o meno florido, apertamente estroverso e dal carattere collerico ( Attivo-Emotivo-Primario), limitandomi agli attori, la densità di un’aria di famiglia avvicina fortemente commedianti come Frédéric Lemaître, Lucien Guitry, Raimu, Jules Berry, Pierre Brasseur, Gérard Depardieu e senza dubbio anche un archetipico John Wayne (Giove-Marte)… Il suo clima unificatore si attenua quando si salta ad altre categorie di individui estranee fra loro: scrittori come Hugo, Balzac, Zola, Kipling ; pittori come Rubens, Le Brun, Monet ; scultori come Rodin ; musicisti come Haendel e Rossini; teologi come Lutero; saggi come Buffon; filosofi come Leibnitz e Diderot; avventurieri come Mirabeu e Danton; uomini di Stato come Luigi XIV, Caterina II, Disraeli, Cavour, Edoardo VII, Churchill, Roosevelt …  Che gente, pertanto già così dissimile, dalle tele di fondo così differenti ! Ma l’aria di famiglia si recupera nondimeno ad un livello superiore, quando si confronta, questa volta, l’insieme di questi personaggi con quelli di altri tipi: soggetti lunari, saturnini…  Raymond Abellio si sofferma sul “ tessuto serrato ed antistrappo” dell’interdipendenza universale nella sua globalità ed unità.  Secondo lui, come gnosi totale, l’astrologia non vale nulla se, al di là delle sue tecniche e dottrine, “essa non introduce ad una modalità nuova di esistenza, relativizzando l’esistenza stessa e ritrovando in ogni momento, dietro ogni fatto “locale”, l’essenza dell’intersoggettivo e dell’universale.”  Malgrado il tono esigente di questa rivendicazione, non è nulla di meno di ciò che deve sforzarsi di raggiungere l’interprete, che non deve perdere il filo del passaggio dall’uno al multiplo, dal verbo iniziale all’oggetto diversificato della tendenza, in un mantenimento dei due anelli della catena.

Nella pittura, e limitandosi al solo ritratto nella medesima società, si vede, per esempio, Prud’hon dipingere Josephine in Acqua, Goya trattare la Famiglia di Carlo IV in Aria, Gros piazzare Bonaparte al ponte d’Arcole in Fuoco, e David posare Madame Récamier in Terra.  E ciascun oggetto si presta a tutte le segnature.  Così, sotto il pennello dei pittori, Venere  come tema pittorico stesso, è differentemente celebrata. Sono sicuramente tutti i Caldi a dominante Aria-Fuoco o Fuoco-Aria che si fanno voluttuosi cantori della dea dell’amore, appassionati del corpo femminile, glorificando il trionfante splendore della carne, alla maniera del Tiziano, di Rubens, di Fragonard, di Boucher, di Courbet, di Renoir…  Ma è già tutta un’altra creatura la Nascita di Venere di Botticelli. Qui, l’omaggio alla dea è in Terra-Acqua (la Terra nel senso planetario). Deposta dalle onde in conchiglie di mare, ed offerta sul ventaglio geometrico di una conchiglia centrale, Venere, di un rosa pressochè diafano che ne accentua la bellezza formale, partecipa della sua limpida atmosfera; è un affresco decorativo di una fredda purezza.  Sono decisamente delle Veneri d’Acqua lunare la Venere addormentata di Giorgione , poema carnale di una bellezza distesa, uniformata alla tranquilla campagna; la Venere al bagno di Prud’hon , accovacciata e circondata di bambini; come la Venere Marina di Chassériau, “tutta ancora umida dei baci del mare” ( T. Gautier).  Ed è chiaramente trattata in Terra-Acqua (molto diversamente da Botticelli) una Venere  saturnina come quella di Cranach : stretta, gracile, acida, gelida, sofferente, come abitata da un male.

 

Tutto questo per rendere conto del fatto che il pianeta in quanto tale, divenuto a sua volta oggetto, sfugge a sé stesso. Al cuore della coppia soggetto-oggetto, il primo è un dentro ed il secondo un fuori, notte profonda e mondo apparente, il verbo della tendenza inerente all’essere cui fa riferimento.  Ne “L’ultimo omaggio agli elementi” ho tenuto ad evocare ciò che poteva ben essere comune a sei donne illustri a sovra-dominante Ariete: Santa Teresa d’Avila, la malibran, Adriana Lecouvreur, Mag Steinheil, Jayne Mansfield et Catherine Krafft.  “ Vi  sono là sei personaggi, oh quanto differenti gli uni dagli altri, e pertanto queste sei donne hanno un terreno comune: il loro elemento sopravvalutato. Che si tratti di una mistica di Fuoco, di una voce d’oro ardente dell’arte lirica, di una presenza incandescente a teatro, di una figura erotica dal fuoco devastatore, di una bollente vedette trascinata in una vertigine esistenziale o completamente in una passione fisica di fuoco, in tutti i casi, questo elemento è molto ben presente.  (…)  Ma, avreste potuto sapere voi, alla lettura dei loro rispettivi temi, che Teresa d’Avila sarebbe diventata una santa, Adriana Lecouvreur una interprete di tragedie, la Malibran una diva, la Steinheil una femmina tragica, Jayne Mansfield un’attrice, che brucia la sua breve vita fino alla sua decapitazione ( morì in un incidente stradale decapitata dal retro di un tir, ndt), e Katia Krafft una vulcanologa che finisce come torcia vivente ?”.  In breve, solamente il Fuoco sarebbe stata la certezza comune percepita in ciascuna di loro, nell’eco misteriosa delle cose della vita; resta che questa trama invisibile così svelata della loro essenza naturale finisce fra le mani astrologiche nell’ignoto di ciò che esse ne hanno fatto e di ciò che sono diventate.  Come se questo seguito ci sfuggisse. In definitiva, territorio del libero arbitrio come della contingenza, vi sono mille e uno modi di “abitare” la propria configurazione.  Ma concedo, che si possano accusare, qui, i limiti attuali del sapere dell’interprete, essendo il rimedio all’errore, per il momento, di restarne in aspettativa…

 

Entriamo anche nella fluidità del flusso psichico della tendenza, prendendo come testimone lo “scivolamento” che si opera nel quadro delle quattro categorie professionali dove Marte ha dato i migliori risultati statistici: sportivi, militari, capi d’azienda e medici.  Nulla è più chiaro che la linea che lega lo sportivo al soldato in un comune spiegamento di forze e capacità fisiche.  La maggior parte degli esercizi sportivi non sono altro che dei combattimenti elevati a gioco 8lotta, pugilato, scherma…): negli sport raffinati, come il tennis, si disputano dei tornei, come i cavalieri d’altri tempi, la racchetta rimpiazza la spada o la fionda, come i pezzi del gioco degli scacchi sono delle “armate” di strateghi rivali.  Assistiamo, così, alla trasposizione di una  autentica sublimazione, che è passaggio della medesima tendenza aggressiva di un esercizio primario ad una manifestazione superiore: certamente è la guerra, ma la prima è per davvero, in un animale esercizio distruttivo, mentre la seconda, spogliata di questo immediato negativo, è quella di una squadra di atleti in nobile combattimento per il piacere e la grandezza.  Nel caso intermedio degli imprenditori, ci si batte anche, essenzialmente e semplicemente per interesse o per ambizione, in vista di una meta personale da conquistare.  Già più sottile è il combattimento del medico, trascinato in pratiche dolorose, principalmente a carattere chirurgico; non è quindi niente meno di una sorta di soldato che combatte la malattia e lotta contro la morte; vi è anche una innegabile sublimazione dell’aggressività, potenza conquistatrice meno gratuita dello sport, ma efficace per la causa del bene.  Nessun dubbio, lo si vede attraverso questo silenzioso filo continuo, la lettura astrologica di un medesimo “traghettatore”, ombra fuggitiva delle cose della vita, è un esercizio sottile di ascolto interiore.

 

Alla fine, nella mutazione del rapporto soggetto-oggetto, il primo è la notte profonda di un dentro, ed il secondo il mondo apparente di un fuori.  E’ nel verbo del primo che abbiamo accesso per comprendere ciò che accade della persona in una lettura del senso della sua vita.  Ed è sicuro che questa qui rientra più nel pensiero del poeta che nel ragionamento del sapiente, in ogni caso dell’intelligenza sensibile, quella che si indirizza alle budella, al cuore, all’anima.  Ciò che ci fa riunire a quello che, oggi, si chiama l’immaginario.

 

L’immaginario.

Non abbiamo disprezzo e nemmeno indulgenza al suo riguardo, poiché, malgrado gli approcci già fatti per identificarlo, c’è ancora tutto da imparare sul suo conto.  Per evocare il suo mondo, non posso far di meglio che ritornare alla comunicazione: “ L’immaginazione creatrice (funzione magica e fondamento mitico dell’immagine), fatta nella strasburghese  Revue d’Allemagne, Tomo XIII, numero 2 d’aprile-giugno 1961 (pubblicata con il concorso del CNRS) di Antoine Faivre, allora professore degli Alti studi della Sorbona, e quindi conviene qui ricordare il nostro comune numero dei “Quaderni dell’Ermetismo”: L’Astrologia (Albin Michel, 1984), dove parteciparono diversi universitari.  La cronistoria della sua introduzione ha già tutto il suo sapore:

“E’ lungo, questo periodo nel corso del quale, da Aristotele a Sartre, passando per Kant, i filosofi hanno considerato l’immaginazione un prodotto derivato, sia che essa sia bloccata tra intelletto e sensazione, sia, secondo Malebranche, ridotta alla “ forza che ha l’anima di formare delle immagini degli oggetti”, o ancora (Kant) alla facoltà intermedia (anche intermediaria, ndt) tra l’intuizione e la comprensione.  Ora, va profilandosi da qualche anno un movimento contrario a quello che si concretizza all’epoca del matrimonio di aristotelismo ed averroismo (XIIIesimo secolo), vale a dire del divorzio tra Fede e Sapere.  Questo nuovo orientamento prende sul serio ciò che l’eredità neo-platonica e l’esoterismo delle religioni del Libro hanno chiamato l’immaginazione creatrice.  Certamente, questa tradizione e questo esoterismo non erano mai morti, non erano anche mai stati moribondi, ma oggi, l’elemento realmente nuovo è la loro progressiva intrusione nel territorio della filosofia ufficiale, ossia universitaria.  Intrusione non offensiva, poiché avevano preso da tempo l’abitudine di vivere nel loro campo arroccato; succede  soltanto che, una mancanza d’aria per respirare, viene a sollecitarli.  Uno dei primi meriti di questo capovolgimento parziale spetta forse ad Heidegger, che rinnova interamente la nozione kantiana di immaginazione, mostrando che essa era “senza patria”.  Da allora, Henri Corbin ha forgiato il concetto di imaginal , svelando i tesori della gnosi sciita, e non ci si stupisce più molto, nel vedere riunirsi intorno ad un nome come il suo altri universitari che non si sentono per nulla tenuti a dare alla loro razionalità il senso di “razionalismo positivismo” , né di confondere lavoro storico serio ed agnosticismo. 

 

Intraprendendo un percorso storico, del quale posso ricordare qui soltanto qualche episodio, dall’immagine creatrice si delinea la nozione di un “potere” dell’immaginario, come se l’immaginazione contribuisse essa stessa a realizzare l’oggetto immaginato.  Nel Medioevo, secondo Al Kindi, l’immaginazione può formare dei concetti ed emettere in seguito dei raggi che colpiscono gli oggetti esterni, soprattutto se le condizioni astrali sono propizie.  Avicenna vede in essa l’effetto della dominazione naturale delle essenze spirituali sulla materia.  Nel Rinascimento, Marsilio Ficino e Pietro Pomponazzi credono nell’immaginazione che realizza l’oggetto immaginato.  Paracelso va più lontano, per lui l’anima, la fede e l’immaginazione rappresentano le tre grandi facoltà di cui l’uomo dispone.  Il Gemüth è “l’irruzione della potenza siderale in noi”, essendo la stessa immaginatio, secondo Valentino Weigel, uno dei pionieri della teosofia tedesca, “ lo spirito siderico, l’astro nell’uomo”. Secondo Henri Corneille Agrippa, “le passioni dell’anima ricevono molto soccorso dai corpi celesti, e viceversa, li aiutano, poiché esse si accordano con il cielo in modo naturale o per una scelta volontaria”.  Il nostro spirito può anche conformarsi ad una tale stella, attraverso l’immaginazione o in qualche altra maniera per imitazione, riempiendosi dei benefici di questa stella.  Nel suo “De imaginum”, Giordano Bruno, considera l’immaginazione come il principale strumento dei riti magici e religiosi.  Presso Böhme, desiderio ed immaginazione sono legati, accordando a quest’ultima un fondamento ontologico.  Stesso suono di campana presso gli alchimisti, come Rulandus, citato da Jung: “ L’immaginazione è l’astro nell’uomo, il corpo celeste o sovraceleste”.  E’ anche permesso citare William Blake: “Nel vostro cuore, voi portate il vostro cielo e la vostra terra, e tutto ciò che voi guardate, anche se vi pare essere al di fuori, è all’ interno, nella vostra immaginazione, di cui questo mondo effimero non è che un’ombra”.  “L’immaginazione (di cui rende conto Antoine Favre) è quindi la parte spirituale dell’uomo, quella che, essendo fuoriuscita da Dio stesso, possiede la visione di tutte le cose. Spetterà a Saint-Martin e a Novalis tirare le conseguenze.  Quest’ultimo crede di scoprire nella dottrina dell’immaginazione di Fichte la chiave di una concezione dimenticata, attraverso la quale ritrova gli accenti di Paracelso e Böhme, la “Filosofia dell’Arte “ di Schelling che risuscita la concezione bohmeiana dell’ immaginazione creatrice.  Ed il teologo Franz Xaver Baader evoca una immaginazione attiva dove “la volontà entra nel suo specchio”: il mio desiderio si deve proiettare nell’oggetto agognato, rimirarsi in esso; allora, l’oggetto mi vede, diventa, grazie al mio sguardo , una immagine vivente che si vede essa stessa e si testa in me”.  L’immaginazione creatrice di Baader è quindi un generarsi reciproco, ed egli si spingerà sino ad imputare in qualche modo il suo potere ai talismani.  Una concezione della medesima natura sarà ripresa da Baudelaire, che evoca anch’egli “l’immaginazione creatrice”…” potenza sublime attraverso la quale il Creatore concepisce, crea e mantiene il suo universo”.  Non dimentichiamo che Freud, verso la fine della sua vita, ha scoperto che la nevrosi dell’individuo era allo stesso modo un trauma realmente subito nella sua infanzia oppure un disturbo puramente immaginato, giustificando l’autonomia dell’essere psichico con il suo proprio potere, anche quello della paura, del timore di ciò che l’attrae, del desiderio.

 

Ne “L’Uomo e il Tempo” (Pont Royal), J. B. Priestley riporta un aneddoto di Newton che merita di essere conosciuto: “ Una vecchia signora lo tormentava. Lo credeva astrologo o mago ed insisteva perché gli dicesse come e dove ritrovare un anello che aveva smarrito. Alla fine, stanco di essere perseguitato, le dice la prima cosa che gli passa per la mente, unicamente per sbarazzarsi di lei: non ha che da fare tot passi in una certa via per ritrovare il suo anello. Lei gli obbedisce e si imbatte nel suo gioiello ! “.  Ed in aggiunta:” Se, per il piacere della discussione, consideriamo vera questa storia, ci troviamo di fronte a due universi molto differenti, quello di Newton e quello della vecchia signora.  Ora, la magia della vecchia donna e tutto ciò che ne consegue ci sembra più vicino al mondo reale nel quale viveva anche Newton, senza che l’anello sia mai stato ritrovato”.  Aneddoto vero o falso, poco importa: questa concepibile casualità non può forse essere, contrappeso naturale al fallimento dell’atto mancato dalla smorfia percettibile, il frutto trasparente di un atto gratuito di essere all’unisono del mondo ?

 

Così si presenta la storia di una ricerca che gira in tondo intorno ad una verità profonda che mantiene ancora il suo mistero.  Jung non ha mancato di trattare questo problema dell’immaginazione, supportata dallo slancio vitale, che è, secondo lui “un estratto concentrato di forze viventi, sia fisiche che psichiche” ( “Psicologia e Alchimia”, 1970).  Semplice potere magnetico del desiderio attrattivo ?  Senza dubbio, bisognerà ancora attendere a lungo prima di svelare definitivamente il segreto di questo enigma.  Ma, come la vita che va da sé, questo non impedisce di sentire vibrare la fibra del fenomeno vissuto.  Il simbolo, portatore di analogie, si apre un varco attraverso una rete di relazioni che scavalca le differenze delle parti per trattenere un fondo di significati comuni di entità comparabili.  Da cui, una nozione di “corrispondenza” che si presta ad uno spostamento sia fisico che morale, sia immaginario che esistenziale, uno scambio di termini in cui le trasposizioni fanno metafora: “la vecchiaia sta all’esistenza come il crepuscolo al giorno”, ed il poeta fa vibrare questo legame profondo della “sera della vita”, come la eco misteriosa delle cose, consegnate nella loro essenza, e discesa al cuore dell’essere: giardino delle delizie, per credersi seduti alla tavola degli dei ! Se questo ragionamento non riguarda lo “scienziato” (anche scientifico, ndt), almeno non impedisce ad uno psicanalista di dissolvere una nevrosi, così come ad un Leibnitz di voler abbracciare una conoscenza universale riunendo il dio della teologia, l’anima della psicologia ed il mondo della cosmologia, né ad un Heidegger di concedere il suo rango di dignità all’analogia, riconoscendo che essa contiene “ l’espressione concettuale del mondo vissuto ”, la rivelazione dell’ Idea che si nasconde sotto la forma sensibile, che è anche permessa nel tempio dell’astrologia, dove si diffonde una luce dell’invisibile.

 

 

Solstizio d’estate 2009.

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